Caso Weinstein: perché proprio non ce la facciamo a credere alle donne

Reinventare narrative ignorando i fatti: un commento alla vicenda – di Chiara Baroni

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Ora che il famoso produttore è stato scaricato da tutti e ha perso il suo potere, sempre più donne, più o meno celebri, si stanno facendo avanti per raccontare la loro testimonianza, per dire che sì, è successo anche a loro.

Vulture ha pubblicato la lista completa delle testimonianze (riassunte) rilasciate finora dalle donne che accusano Weinstein. Vi invito veramente a leggerla tutta (se non siete ferrati in inglese copiate tutto e mettetelo dentro Google Translate, qualcosa si perderà ma sono certa che rimarrà abbastanza da farsi un’idea). Ve lo consiglio perché sembra, come spesso succede, che dei fatti non importi molto a nessuno, e che si passi più tempo a discutere dello stato della nota opinionista su Facebook o del titolone di un pessimo quotidiano.

Si è diffusa così una narrativa che è quella del sesso in cambio di favori, sulla quale ci spertichiamo a discutere e a fare la morale, che lui è un porco, però anche loro… che vi è stato bene finché avete fatto carriera, e poi vi svegliate tutte adesso?

egoista
Screenshot dal blog L’egoista di Barbara Di

Ecco, questa narrativa è completamente falsa. Rinnovo l’invito a leggere nel dettaglio tutte le testimonianze: per la maggior parte dei casi si tratta di donne che lavoravano per lui, attrici, modelle e anche dipendenti della società, che si relazionavano con lui per motivi di lavoro, per motivi di lavoro si accordavano per incontrarlo. Sempre Vulture definisce questa situazione “classico scenario da molestia alla Weinstein: un incontro professionale che si trasformava in un’occasione per molestie sessuali”.

Ci si incontrava per pranzo magari, e poi si veniva portate in camera con una scusa, prendere una sceneggiatura e cose così (non stiamo parlando di un lavoro in banca, ed incontrare un produttore famoso nella privacy di una camera d’albergo non sembra così fuori dal mondo). “Oddio sono importante, Harvey Weinstein ha preso dello champagne per me! Fantastico, credo che lavoreremo molto assieme”, pensava qualcuna, come Lauren Holly, attrice canadese a cui alla fine degli anni ’90 fu consigliato di non denunciare. Oppure si ci si era accordati per un incontro per colazione ma poi Weinstein mandava a dire che aveva poco tempo e faceva dirottare le malcapitate dritte nella sua tana. O magari ci si riuniva in stanze – non solo d’albergo ma anche nella sede stessa della compagnia – con altre persone, che servivano a dare all’incontro una parvenza di professionalità, persone che però poi sparivano lasciando le vittime sole con Weinstein. Anche quella di usare altre persone, in particolare altre donne, per dare alla vittima una falsa sensazione di sicurezza, è un’altra “tipica mossa alla Weinstein”.

(Ma del resto a Harvey Weinstein non serviva neanche di rimanere da solo in una stanza, dato che c’è chi, come l’attrice Angie Everhart, racconta che il produttore cominciò a masturbarsi davanti a lei al festival di Venezia quando capitarono sulla stessa barca).

Tutto questo per spiegare che non stiamo parlando di una processione di attricette pronte a immolarsi fuori dalla sua porta in cambio di una parte, ma di un collaudato sistema di trappole, che serviva ad incastrare una donna da sola con lui in un luogo appartato per il tempo necessario ad aggredirla, con le stanze d’hotel elette a scenario prediletto perché ideali a mettere in atto il suo copione: farsi una doccia, spesso con porta aperta, per poi emergere in accappatoio, chiedere un massaggio, denudarsi, aggredire la malcapitata. Queste donne non ci sono “state”, non “gli è andata bene allora e oggi si lamentano”. Sono scappate, si sono chiuse in bagno, sono state costrette magari almeno a baciarlo sulla soglia della porta perché lui permettesse loro di uscire.

E sono andate poi avanti con la loro vita, portandosi dietro un senso di disgusto e di colpa per quello che era successo, come ben spiegato dall’attrice Cara Delevingne che, in merito alla sua esperienza, che l’ha vista fuggire dalla stanza dove il produttore l’aveva attirata per un menage a trois, racconta:

“Ho comunque ottenuto la parte e mi sono sempre sentita come se l’avessi ottenuta per quello che era successo. Da quel momento mi sono sentita uno schifo per aver preso parte al film. Mi sentivo come se non me lo meritassi. Esitavo a denunciare, non volevo ferire la sua famiglia. Mi sentivo in colpa come se avessi fatto qualcosa di sbagliato. Ero terrorizzata dal fatto che questo genere di cosa era successa a molte donne che conosco ma nessuna aveva mai detto niente per paura”.

Non stiamo parlando di favori sessuali in cambio di ruoli, ma di un uomo che ha abusato per tre, quasi quattro, decadi della sua posizione, della sua rete di influenze, per molestare qualunque donna gli aggradasse, garantendosi l’impunità per mezzo di intimidazioni, accordi di riservatezza, pressioni.

È per questo che “non hanno denunciato prima”. “Era la sua parola contro la mia”, ha dichiarato una delle tre donne che assieme ad Asia Argento e all’attrice Lucia Evans muove al produttore le accuse più serie (con loro il produttore sarebbe riuscito nel suo intento di obbligare le donne a rapporti sessuali) ma che per il momento è rimasta anonima. “Ho pensato a quanto fosse impressionante il suo team di avvocati, a quanto avevo da perdere, e ho deciso di andare avanti e basta”. La donna avrebbe continuato a frequentarlo per motivi di lavoro dopo l’incidente e ha riconosciuto che questo comportamento avrebbe fatto pensare, dall’esterno, ad un normale rapporto di lavoro. L’anonima vittima ha dichiarato al New Yorker, “Ero in una posizione vulnerabile e avevo bisogno del mio lavoro. Il mio senso di vergogna e di colpa è aumentato”.

Stiamo parlando di donne che hanno subito molestie, e che anche quando, nel migliore dei casi, sono riuscite a filarsela prima che la situazione precipitasse, se ne sono andate portandosi via un senso di disgusto e impotenza. Nel corso della loro carriera si sono trovate magari a incrociare di nuovo i percorsi con Weinstein, e a dover far finta di niente. Con i loro rifiuti si sono in alcuni casi effettivamente precluse delle opportunità e hanno danneggiato la loro carriera (come sostengono alcune di loro), o quelle dei loro compagni. O magari, se invece ottenevano un ruolo, erano costrette a sentirsi in colpa, a chiedersi se era per quello che era successo in quelle stanze.

Weinstein faceva inoltre sfoggio della sua capacità di fare terra bruciata attorno a chiunque, dava avvertimenti alle sue vittime invitandole a pensarci a fondo prima di non essere gentili con lui. Faceva notare loro come era in grado di usare la stampa per screditare chi gli si opponesse. Che è un po’ quello che sembra essere successo alla modella Ambra Battilana Gutierrez, aggredita fisicamente da Weinstein nella sede della compagnia in tempi più recenti (marzo 2015). La modella ha fatto quello che in molti invocano a gran voce: denunciare. Dopo la sua denuncia, la polizia ha registrato grazie a lei i comportamenti disgustosi del produttore, ma il procuratore ha rinunciato a procedere quando il passato della ragazza (la modella è stata anche alle famose feste del nostro ex-Presidente del Consiglio) è cominciato a venire fuori sui tabloid. Non credibile.

Quando ci chiediamo perché le vittime di abusi non si facciano subito avanti, proviamo a pensare a tutto questo. Pensiamo che lo stupro è l’unico reato per cui il processo, almeno mediaticamente (ma non sempre solo mediaticamente) si fa anche alle vittime. Pensiamo che in questo caso non solo bisognava provare che i fatti fossero realmente accaduti, ma anche mettersi contro un enorme sistema di potere che aveva le capacità di zittire le vittime e relegarle ai margini. Certo, se il sistema si è tenuto in piedi fino ad oggi è anche per la fortissima omertà che lo ha protetto, ma tra tutte le persone che hanno taciuto, mi rifiuto di scaricare la responsabilità sull’anello più debole di quella catena, che sono appunto le vittime, contro le quali invece l’opinione pubblica è stata più vocale, nel rimproverarle e zittirle, ancora una volta.

La risposta al perché hanno scelto di non denunciare dunque in realtà non è difficile da trovare a volerla cercare, e basterebbe leggere le testimonianze dirette delle donne coinvolte per farsi un quadro della situazione, prima di sparare sentenze. Le vittime avevano tutto da perdere nell’attaccare un sistema di potere come quello di Weinstein, e ad affrontare l’abuso davanti al mondo. Un mondo che è sempre veloce ad accusare chi si fa avanti di essere in cerca di soldi o fama, a far loro il terzo grado sulla loro vita sessuale, sul loro passato.

Ciò che sta succedendo in questi giorni sui social, e purtroppo anche su quotidiani nazionali, dove è scattata la gara ad esprimere giudizi, a fare la battuta più salace e prendere più like, dimostra quanto questo meccanismo sia stato ancora una volta perfettamente funzionante. Quello che è accaduto è esattamente quello che le vittime temevano: poca attenzione come sempre all’aggressore, tutta per le vittime. Per le loro motivazioni, per non aver denunciato prima, subito, per non essersi sapute imporre. Per le loro scuse, e i nostri rimproveri, che “ti è andata bene perché ci hai guadagnato”, ignorando evidentemente cosa siano le dinamiche di potere e quali fossero quelle in atto.

screenshot libero
Libero del 13 ottobre 2017, via Vice Italia

A questo proposito, come si diceva, la testimonianza di Asia Argento è una delle tre che fanno riferimento agli episodi più gravi e deplorevoli denunciati finora, ed è anche quella che, per il fatto di trovarsi nella zona più “moralmente grigia”, ha attirato maggiormente lo scherno, la derisione e la ferma condanna della Gente, ma pure dei giornalisti (alcuni) e le opinioniste (sic) che ci tengono a ricordarci che non è così che ci si comporta, o almeno loro non avrebbero fatto così.

L’attrice ha parlato, nega di avere intrattenuto una relazione con il produttore, ammette di non averlo denunciato per non inimicarselo, per non danneggiare la sua carriera. Parla della difficoltà nell’elaborare il suo senso di colpa per non essersi saputa opporre, per non essersi saputa difendere e per esserci ricascata alcuni anni dopo. E perché non dovremmo crederle? E se anche non fosse tutto esattamente come dice lei, se nella sua versione della storia qualche angolo fosse un po’ smussato, per uscirne meglio, sentirsi meno responsabile per quello che è accaduto, cancellerebbe il fatto che quello che ha subito è un grave abuso che le ha evidentemente segnato la vita?

È il momento di cominciare ad esercitare un po’ di empatia, di smettere di esprimere giudizi sferzanti, e cominciare seriamente ad ascoltare le vittime di abusi, per costruire un clima in cui denunciare sia veramente una scelta praticabile, senza che alla vergogna e alla colpa che ci si porta dietro, e che i carnefici come Weinstein abilmente sfruttano per rimanere impuniti, si aggiunga il giudizio sferzante della società.

Asia Argento non è una vittima che piace. Fa antipatia, è “ricca e famosa di famiglia”, non ricalca la narrativa della vittima ideale, non è una Santa Maria Goretti che si immola per lavare l’onta e che con il suo sacrificio salva se stessa e il suo aggressore. È una donna molto più reale, in un mondo reale, che come spesso succede, non solo alle attrici, col suo aggressore ha dovuto continuare a convivere, venire a patti, senza poterlo escludere totalmente dalla sua vita. Gli aggressori non sono sempre sconosciuti in vicoli bui, nella maggior parte dei casi sono nelle nostre case, o nei nostri uffici. La realtà non è sempre bianca o nera, e illuminare quella zona grigia che sta nel mezzo può portare alla vista cose non belle, che magari avremmo preferito non vedere, ma che nondimeno esistono. Sarebbe più facile prendere le parti di vittime con cui si può empatizzare maggiormente, più simpatiche, meno compromesse, più palesemente vittime insomma. Ma poi nella realtà queste vittime non esistono quasi mai, si trova sempre un po’ di colpa da addossare loro, c’è sempre qualcosa da mettere in dubbio nelle loro storie.

Ma magari dice così perché si è pentita di esserci stata e ora denuncia…

Lui ha fatto male, ma lei non era certo una santa…

Prima c’è stata e ora lo accusa perché vuole i suoi soldi… o fama, attenzione, e così via.

Basta. Facciamo uno sforzo: quando una donna (e in generale una vittima), trova il coraggio di riportare un abuso, ascoltiamola.

Chiara Baroni

Immagine di copertina via foxlife.it

14 thoughts on “Caso Weinstein: perché proprio non ce la facciamo a credere alle donne”

    1. Ascoltiamola. Ci dispiaciamo per lei. Ma poi speriamo che non sia un esempio. Questi deficienti vanno denunciati subito e disinnescate le loro angherie per il bene di quelle che ” vengono dopo”. Che messaggio facciamo passare alle giovani? Sopportate che c’è sempre tempo per fargliela pagare?

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      1. Graziamaria, il senso dell’articolo è proprio che bisogna smettere di fare il processo alle vittime e continuare ad incolparle di aver sempre fatto qualcosa di sbagliato, di non aver opposto resistenza o di non aver denunciato subito o qualsiasi altra cosa. Il messaggio non è “sopportate che c’è sempre tempo per fargliela pagare”, ma che anche se allora non ce l’hai fatta a denunciare, quello che ti è successo è sbagliato, e hai il diritto di parlarne, anche se sono passati vent’anni, che non sei tu la colpevole ma il tuo aggressore.

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    2. Vorrei associarmi ai complimenti, per la radicale sensatezza dell’articolo, una qualità che la voce delle donne sa imporre a qualsiasi uomo capace di rimanere tale anche di fronte alle più disgustose espressioni del proprio genere.

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  1. Molto bello l’articolo, io sono completamente dalla parte di Asia e delle altre vittime, avrei solo una domanda. Giovanna Botteri, inviata RAI negli USA, ha dichiarato in una trasmissione che in realtà non è arrivata nessuna denuncia alla polizia. E’ vero? Ora che Weinstein è caduto, ovviamente adesso, complice la politica, visto che per molti anni nessuno lo ha smascherato, perchè non lo denunciano tutte insieme? A qualcuna crederanno ora, almeno spero. Grazie Chiara, e complimenti.

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    1. Ciao Manuela, veramente non sono informata su quale sia la situazione dal punto di vista giuridico/processuale, immagino che vedremo nei prossimi mesi che piega prenderà la vicenda da questo punto di vista!

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    1. Grazie Cinzia, non sono certo l’unica ad aver parlato in questi termini, ma le voci dei prepotenti sono sempre più rumorose ed è giusto che noi che la pensiamo diversamente cominciamo a farci sentire 🙂

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    1. Grazie a te Cristina! Tante discriminazioni e abusi sono ancora possibili solo a causa della cultura che ha portato anche le stesse donne ad introiettare una certa visione del mondo e ad interiorizzare la misoginia. Prendere le distanze dai comportamenti delle altre donne è un modo per affermare il proprio valore personale e rimarcare l’aderenza ai valori imposti dalla società patriarcale. In realtà da questa lotta tra sorelle nessuna esce vincitrice, l’unica strada percorribile è lo smantellamento di quella struttura d’oppressione, una strada che comincia proprio dal riscoprire il valore della sorellanza. In questi giorni in cui si sentono tante cose tristi e scoraggianti arriva anche qualche bel segnale in questo senso, te ne segnalo un bell’esempio https://www.instagram.com/p/BaQG5YlHzy8/

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  2. DI questa storia lasciano male le reazioni di molte persone, specie in Italia, ma purtroppo erano totalmente prevedibili.. e questa è una delle cose più tristi del mondo..

    Lascia anche peggio il fatto che tutto un sistema di potere lo abbia protetto per decenni.. come può essere?
    Non è una domanda da poco..

    Un saluto (amaro)
    Manlio

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