“Quanto misurano cento passi”: dibattito sulle Mafie nel Lazio

In occasione della pubblicazione da parte della regione Lazio del rapporto “Mafie nel Lazio ”
l’Associazione di giova ni studenti LIBERamente, di Cave, ha organizzato un evento al riguardo – di Michela D’Emilia

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Per il giorno 8 maggio 2018, presso la sede della Protezione Civile a Cave, in Via Pio XII, 55, è previsto, a partire dalle ore 18:00, un dibattito sul rapporto tra mafia e legalità nel nostro territorio, con l’intervento del sindaco della città di Cave Angelo Lupi, la professoressa dell’istituto comprensivo di “Cave G. Matteotti” Ida Datti, e Gianpiero Cioffredi, presidente dell’ Osservatorio per la Legalità e Sicurezza della Regione Lazio; a seguito dei vari interventi anche il pubblico può prendere parte alla discussione con domande o osservazioni.
Al termine della conferenza ci sarà un piccolo rinfresco e a seguire, a cura dell’ Ass.ne Scacco Alla Noia di S. Vito Romano, la proiezione del film di Marco Tullio Giordana “I cento passi”. Si è approfittato di tale circostanza per commemorare, a quarant’anni dalla sua morte, Peppino Impastato ( Cinisi, 1948-1978), giornalista e attivista siciliano ucciso dalla Mafia, a cui il film, per l’appunto, è dedicato. Il nome dell’evento “Quanto misurano cento passi”, che riprende il titolo del film stesso, è un invito a riflettere su quanto sia relativa la distanza di cento passi, talvolta troppa, talvolta troppo breve se si considera che è una distanza che costò cara alla vita di Peppino, in quanto tale era la lontananza della sua casa da quella del Boss locale.

Michela D’Emilia

Un laboratorio in orbita sulle nostre teste

La stazione spaziale internazionale parla anche italiano – di Mattia Chiacchiararelli

Senza che noi ce ne rendiamo conto a circa 400 km dalle nostre teste transita ogni giorno un laboratorio unico. Infatti la ISS, acronimo di International Space Station, è un vero e proprio laboratorio, in cui gli astronauti compiono ogni giorno numerosi esperimenti di ogni genere. Sulla stazione si fanno infatti sia test sugli astronauti stessi, per studiare in che modo il nostro organismo reagisce a condizioni di microgravità, sia esperimenti d’ingegneria, di biologia, di medicina e di molti altri settori.

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A questo punto sorge spontanea la domanda, per quale motivo effettuare esperimenti sulla stazione spaziale e non sulla terra? Nonostante sia molto costoso e anche potenzialmente rischioso, effettuare gli esperimenti nello spazio ci permette di analizzare e sfruttare situazioni che non è possibile ricreare sulla terra. Un esempio è dato dall’esperimento Multi-Trop ideato dall’università di Napoli Federico II; questo esperimento è stato oggetto di studio durante la missione VITA, di cui abbiamo parlato qui, missione a cui ha partecipato il nostro Paolo Nespoli, e che aveva come obiettivo lo studio del comportamento delle radici delle piante in condizioni di microgravità, situazione che non è possibile ricreare in modo continuo sulla terra. Anche il progetto Lidal, dell’Università di Roma Tor Vergata e dell’Infn, è stato oggetto di studio della stessa missione e aveva come fine il monitoraggio delle radiazioni cosmiche che investono la stazione spaziale internazionale. Radiazioni molto maggiori di quelle ricevute ogni giorno da tutti noi sulla terra.

Proprio per il difficile lavoro che devono svolgere ogni giorno, gli astronauti ricevono un lungo addestramento che gli consente sia, di essere pronti ad affrontare eventuali emergenze, sia di poter eseguire tutti gli esperimenti. Naturalmente oltre alle competenze di tipo scientifico gli astronauti hanno anche una preparazione pratica riguardo l’uso di strumentazioni di bordo e in genere una lunga esperienza di volo, infatti quasi tutti gli astronauti hanno una preparazione di tipo militare essendo molti di loro dei piloti.

Uno dei principali punti di forza di questo laboratorio spaziale è sicuramente la cooperazione internazionale. Infatti, al progetto della stazione spaziale partecipano diverse agenzie, tra le quali la statunitense Nasa, l’europea ESA, la russa Roscosmos, la giapponese JAXA e la canadese CSA, che appunto collaborano nella gestione e nell’implementazione delle funzioni della stazione spaziale. Particolare merito va dato all’Italia, che attraverso il lavoro dell’Agenzia Spaziale Italiana e di molte aziende italiane leader nel settore aerospaziale, ha contribuito alla costruzione di importanti parti della ISS, infatti ben il 50% dello spazio abitabile della stazione spaziale è stato costruito in Italia. In particolare il nodo 2 Harmony, il nodo 3 Tranquility e il modulo Cupola sono stati costruiti interamente in Italia, che ha anche collaborato nella costruzione del modulo di ricerca Columbus.

Nonostante i programmi spaziali abbiano ricevuto numerose critiche per le ingenti quantità di denaro che richiedono, i benefici derivanti dalla ricerca e dagli studi effettuati, le scoperte e i miglioramenti ottenuti giustificano ampiamente tali spese.

Mattia Chiacchiararelli

IL POTERE DELLA LEADERSHIP

Avanzamento o declino della politica? – di Valerio Lombardo

Sin dai tempi più remoti la politica è sempre stata gestita da un élite, una cerchia ristretta di persone che organizzavano e decidevano. Questo, qualsiasi sia stata la forma di governo e di stato in cui maturava la “politica”: possiamo passare dalle città egizie con i faraoni con poteri semi divini, passando per le poleis in Grecia e i suoi primi esperimenti di Democrazia, per le tre fasi della Roma antica e si può andare avanti così fino ai giorni nostri.
Tutte queste situazioni comunque hanno visto il maturare di una figura che spiccava sulle altre nell’élite che abbiamo citato all’inizio. La figura in questione è quella del Leader, l’uomo forte che prende in gestione la cosa pubblica e si offre di amministrarla. Che sia questo svolto in maniera più o meno violenta.
Nella nostra storia uno dei primi, e sicuramente il più emblematico che ci parla della figura del leader è Niccolò Machiavelli nella sua opera più famosa, “Il Principe”, in cui delineava il profilo ideale del governante (del suo tempo si intende) prendendo spunto da Cesare Borgia il Valentino appunto che secondo il Machiavelli incarnava a pieno tutte le qualità del leader.
Con il cambiare dei tempi anche le caratteristiche e le dinamiche del leader ovviamente sono cambiate.

Ora ci troviamo di fronte ad un periodo in cui la figura del leader è vista necessariamente in associazione ad uno schieramento politico. Che sia Destra o Sinistra, Laburisti o Conservatori, Democratici o Repubblicani, a capo di una di queste parti c’è un leader, un Frontman. Perché oggi infatti più che parlare di un leader bisognerebbe parlare di Frontman, l’uomo forte che i membri del partito o gli elettori scelgono  per rappresentare al meglio le idee proprie del partito o movimento in questione.
Tutto questo però ha portato all’evolversi della personalizzazione dei partiti e cioè un incremento del ruolo della persona, del leader, nell’ambiente politico, a sfavore quindi della collettività del partito.
Basti pensare a quando ci si riferisce ad una parte politica non nominando il nome del partito ma il leader di questo.  Ma questo è un banale esempio, la reale caratteristica di questa personalizzazione è la considerazione personale del leader, le decisioni del leader e soprattutto il carisma di questo che incidono fortemente sull’opinione piuttosto che sui fatti e sulle reali necessità della società.

Le elezioni che hanno dato ragione a questa tesi sono state le ultime negli Stati Uniti, in cui a farla da padrone è stato il carisma del leader dei Repubblicani Donald Trump che è riuscito a trionfare su Hillary Clinton dopo una lunga campagna elettorale, dove alla fine è risultato vincente grazie al potere della leadership che gli è stato affidato dai membri del partito.

Un’altra parentesi da aprire per capire appieno l’ascesa della personalizzazione dei partiti, soprattutto negli ultimi 6 anni è l’utilizzo dei social media: con l’avvento di Twitter, Facebook e negli ultimi 3 di Instagram, si è aperto un mondo virtuale in cui le campagne elettorali e le varie interazioni con gli elettori sono costanti, prima, dopo e durante i periodi elettorali. Anche i rapporti con gli altri Leader spesso passa attraverso questi portali: emblematico il caso del sopracitato Trump che in uno scambio di Tweet dopo essere stato definito dal Dittatore nordcoreano Kim Jong-un “vecchio” lo ha definito “basso e grasso” .

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“Sarà questo il periodo che porrà fine alla democrazia?”

 

Valerio Lombardo

 

 

 

Casapound e Cave: si conferma la presenza sul territorio

La recente tornata elettorale ancora una volta dimostra la crescita di CPI sul territorio cavense – di Marco Pochesci

 1) Salve. Casapound Italia è ormai una realtà politica consolidata a Cave, soprattutto tra i giovani: secondo Lei quale è stato il segreto per avvicinarli alla politica cittadina?

 In realtà credo che Casapound sia a Cave che nel resto d’Italia attiri giovani e non solo, il segreto sta nel proporre una politica, anzi un modo di fare politica totalmente nuovo.

In particolare, nella nostra cittadina abbiamo iniziato che eravamo giovanissimi e da un gruppo di ragazzi siamo una realtà politica consolidata ormai da qualche anno. I giovani vanno coinvolti e responsabilizzati, si può partire anche da un banale evento per poi farli interessare a tematiche più complesse che riguardano il territorio.

2) Da movimento di pura opposizione CPI sta divenendo sempre più un partito che punta all’amministrazione del territorio, sia a livello locale che a livello nazionale: a cosa si deve tale trasformazione?

Siamo un movimento che punta a poter decidere le sorti dei territori e della nazione. A livello locale ormai siamo presenti sia in opposizione ma anche nelle istituzioni e questo perché le nostre proposte sono valide e abbiamo persone capaci. Siamo al fianco dei cittadini, i primi a scendere in piazza a difenderli; per questo ci premiano mandandoci a rappresentarli nelle istituzioni. Come a Cave, Ostia, Lucca, Bolzano, Todi e tanti altri comuni.

3) Quale disegno ha in mente CPI -Cave per il futuro sviluppo di della cittadina?

 Sicuramente dopo l’ennesima conferma di questa tornata elettorale che ci ha visto aumentare anche a livello di preferenze, sfioriamo il 5% a Cave, saremo sicuramente presenti e diremo la nostra. Ovviamente credo che ci sia bisogno di un cambio di rotta per poter andare avanti e al momento le condizioni sembrano con il passare del tempo essere sempre di meno.

Ma ripeto che ci saremo e diremo la nostra anche magari con sorprese.

Marco Pochesci

March for our lives. La speranza è giovane

A Washington la prima marcia per chiedere una legge sul controllo delle armi, dopo l’ennesima tragedia folle in una scuola. E a fare il cambiamento sono i ragazzi – di Chiara D’Ambrosio

Senza entrare, per un momento, nel merito del dibattito sulle armi e sul Secondo Emendamento, è bene fermarci a riflettere sul barlume di speranza che ha accecato il mondo in una giornata drammatica come quella della “Marcia per le nostre vite”. Una marcia che ha coinvolto direttamente l’America e altre 840 città in tutto il mondo, e che ha visto come protagonisti i ragazzi, futuro prossimo del mondo che ogni tanto regala qualche gioia.

Secondo il Sole 24 Ore, che ha stilato un’analisi del triste fenomeno delle sparatorie negli States, le vittime dal 1982 al 2018 sono state 2.092, ragazzi e in alcuni casi bambini massacrati da coetanei in ogni parte degli USA.

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Credits: Sole 24 Ore

Qui l’articolo completo.

 

Solo nel 2018 le vittime (ripartite tra morti e feriti) sono state 704, e questa è stata la bocca che ha fatto traboccare il vaso e acceso l’ira di studenti e famiglie. Ma la cosa positiva è che questa rabbia non è sfociata in atti di violenza, bensì in una folla enorme e pacifica che si è riversata nella Capitale americana e che si è resa protagonista di uno dei movimenti sociali più grandi e influenti nel mondo.

Qualcosa si sta risvegliando nelle coscienze, a partire dal movimento Me Too, che dall’anno scorso ha toccato e smosso ogni ambiente sociale, dallo spettacolo alla politica, denunciando dapprima le costanti molestie sessuali ai danni delle donne; e tramutandosi infine e con successo in un movimento attivo nel campo dei diritti civili. Senza dimenticare un altro famoso movimento civile “Black lives matters”, nato dopo un periodo particolarmente drammatico in cui gli Afroamericani sembravano il bersaglio preferito di poliziotti incoscienti che hanno fatto vittime su vittime, e che ancora è in subbuglio dopo la recente notizia di un Afroamericano freddato con venti colpi di pistola dopo che la polizia aveva scambiato il suo iPhone per un’arma.

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March for our lives è un movimento nuovo, ed interessa direttamente i giovani. Non solo per l’ovvio motivo (sono i ragazzi ad essere vittime di killer spietati e di un crescente clima di terrore nelle scuole), ma anche perché questo movimento nasce e cresce grazie a loro: gli studenti. Di certo è triste sapere che migliaia di studenti si trovino costretti a riunirsi in un numero così grande per chiedere aiuto alle istituzioni su una problematica che non dovrebbe neanche esistere. Non esiste che un ragazzo di dodici anni debba vivere nella paura che da un momento all’altro qualcuno entri in biblioteca con un’arma d’assalto, pronto a fare una carneficina. Non esiste che una madre di famiglia consegni dei fermaporta ai figli, da tenere nello zaino nel caso qualcuno irrompa nella scuola ed abbiano necessità di barricarsi in aula. Eppure è successo, e i genitori si ritrovano sempre di più a condividere dei “life hacks” (ossia degli strumenti utili) sul web per tutelare i figli (la notizia qui).

In questa assurdità non possiamo immaginare cosa significhi per un genitore dover spiegare al figlio perché nel suo zaino c’è un tracciatore GPS o un fermaporta, o qualsiasi altro strumento per aiutarlo nell’eventualità di un assalto armato. E non stiamo parlando di un paese del terzo mondo in guerra civile, ma dell’America. Nel 2018.

E se qualche buontempone suggerisce che per risolvere il problema vengano armati gli insegnanti, fortunatamente la razionalità arriva proprio dalle future generazioni.

Un insegnante non dovrebbe essere armato per svolgere il suo lavoro. Uno studente non dovrebbe vivere in un clima di terrore, tra metal detector ed espulsioni sommarie perché un bambino di tre anni ha mimato il gesto di sparare ad un altro compagno.

Eppure in questa follia un po’ di speranza c’è. Uno dei tanti nomi della speranza è Naomi Wadler, una ragazzina di undici anni che è salita sul palco e ha tenuto sotto scacco America in un discorso che passerà alla storia.

Oppure Emma Gonzalez, attivista e studentessa che dopo aver regalato al mondo uno dei discorsi più intensi e commoventi sulla tragedia che aveva scosso proprio la sua scuola, ha tenuto tutti in silenzio per sei minuti e venti secondi, esattamente il lasso di tempo in cui è durata la sparatoria.

E che dire di David Hogg, che ha fatto letteralmente tremare quelli che nel suo discorso chiama “potenti”, e che stranamente non erano presenti quel giorno?

I video nei link appartengono ai rispettivi ragazzi, e fa bene all’anima ascoltare le loro parole. Nonostante siano in inglese è possibile aggiungere i sottotitoli in italiano, ed è consigliato vivamente guardarli.

Perché i volti delle decine di ragazzi di ogni età che sono saliti sul palco quel giorno, e che continuano a lottare per il diritto ad un’istruzione serena, sono volti che rimangono impressi. E le parole utilizzate nei loro discorsi, così come la loro commozione e rabbia, fanno trapelare la voglia di cambiare un meccanismo della società estremamente marcio.

Di questi tempi è importante credere nella forza delle persone gentili e pacifiche, e nel potere dell’esempio che regalano al mondo. Perché rispondere alla violenza con il terrore, o con altra violenza, potrebbe peggiorare le cose. Avere il coraggio, invece, di tramutare il proprio sdegno e la propria rabbia in un movimento che si spera rimanga pacifico fino all’ultimo è qualcosa di eroico. E quegli eroi non hanno armi, ma parole. Che non uccidono, ma che smuovono le coscienze e portano al cambiamento.

Non è questo il luogo virtuale dove dibattere sul tema delle armi, benché sia discutibile che un civile possa poter comprare un’arma automatica d’assalto che -come disse il padre del piccolo Daniel Mauser settimane dopo il primo grande massacro, quello della Columbine (1999)- non serve ad uccidere i cervi.

La riflessione che si vuole fare in questo articolo è un’altra, citando Fannie Flag:
“Non c’è abbastanza buio in tutto l’universo da spegnere la luce di una sola candela.”

Qui le candele sono migliaia, e sono capaci di cose incredibili. Nella speranza che scaldino i cuori, e non brucino invece di rancore.

E come dice la giovanissima nipote di Martin Luther King (mica uno qualunque):

“I have a dream, enough is enough”.

Chiara D’Ambrosio

21 Marzo 2018

Contro il silenzio – di Valerio Lombardo

È passato un anno da quando questa giornata è diventata la data simbolo in cui si ricordano le vittime cadute sotto gli attacchi della Mafia. Giornata nata per sensibilizzare le persone su questo tema, sempre molto complesso e difficile da spiegare e comprendere.

Uno dei casi più eclatanti di identità mafiosa venuti alla luce in questo ultimo anno è sicuramente quello di Ostia.
Da anni infatti il litorale romano è coinvolto in un alone di criminalità che soltanto tra la fine dello scorso e l’inizio quest’anno ha conosciuto la luce della ribalta prima per un episodio di violenza tanto ignobile quanto gratuita come la testata che il giornalista di Rai 2 Daniele Piervincenzi ha ricevuto da uno dei membri della famiglia Spada, Roberto. L’altro episodio è uno dei colpi meglio assestati dallo stato verso questo clan, cioè mi riferisco ai 32 arresti avvenuti alla fine del mese di Gennaio.
Ovviamente prima di parlare di condanne effettive bisognerà aspettare, probabilmente molto a lungo.
Come quello di Ostia, di esempi lampanti di clan mafiosi scoperti in questi anni, ce ne sono molti, il più famoso forse quello di Roma che ha portato all’inchiesta di Mafia Capitale.

Quello che più spaventa però è come in questi anni a farla da padrone sia stato proprio il silenzio. Un silenzio assordante per chi ne è partecipe passivo.
Silenzio però spesso rotto da persone che, come la raccolta di De Andrè, in direzione ostinata e contraria si oppongono a questo sistema corrotto e mafioso.
E quando si rompe il silenzio è come se si aprissero le porte di un mondo strano, diverso. Un mondo celato, che come una piovra ha i suoi tentacoli stretti in tutti gli ambienti, politica, istituzioni pubbliche, privati e a tenere le fila di tutto sono due fattori, soldi e paura.
Ma il silenzio è rotto.  E se il silenzio è rotto bisogna combattere. Bisogna uscire, attraversare le porte e respirare un mondo pulito.
So che forse è un’utopia, che forse niente cambierà mai.
Ma è in queste giornate che non bisogna sentirsi soli. Pensare che ce la si può fare.
Il processo è lungo e tortuoso, è vero. Ma non impossibile.
E partire da giornate come questa per avviare un processo di rinnovamento.
Citando una delle più emblematiche frasi del giudice Falcone
“La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.”      

Valerio Lombardo

LA VIOLENZA NEGLI STADI: PROFILI NORMATIVI DI UN FENOMENO PERICOLOSO

Cresce l’attenzione del Legislatore in materia di contrasto alla violenza nelle manifestazioni sportive – di Arianna Polani

Taluni episodi di cronaca giudiziaria hanno condotto il legislatore a prendere in debita considerazione il fenomeno della violenza nelle manifestazioni sportive, adottando misure sempre più severe nei confronti di coloro i quali si rendano responsabili di disordini. La crescente attenzione nasce da circostanze nel corso delle quali, a seguito di scontri occorsi in occasione di eventi quali competizioni sportive et similia, si sono verificate lesioni a persone o danni a cose. Il legislatore, dunque, perseguendo il precipuo scopo di contenere il fenomeno, ha adottato una serie di provvedimenti consistenti in sanzioni particolarmente aspre (di carattere amministrativo e penale) con le quali si cerca di arginare il problema.

Esordiamo dapprima con il commento del decreto-legge n. 119 del 22 agosto 2014, recante “Disposizioni urgenti in materia di contrasto a fenomeni di illegalità e violenza in occasione di manifestazioni sportive, di riconoscimento della protezione internazionale, nonché per assicurare la funzionalità del Ministero dell’interno” poi convertito in legge 17 ottobre 2014, n. 146, avente ad oggetto l’adozione e l’inasprimento di norme penali ed amministrative poste a tutela della correttezza nello svolgimento di manifestazioni sportive. Il decreto legge citato prevede un solido inasprimento della pena già comminata dall’art. 1 della precedente legge 13 dicembre 1989, n. 401. L’art. 2 del D.L. 119/2014 commina sanzioni più severe rispetto al precedente art. 6 comma 1 della Legge 13 dicembre 1989, n. 401 laddove prevede il divieto di introduzione o esposizione all’interno degli impianti sportivi di “striscioni e cartelli che, comunque, incitino alla violenza o che contengano ingiurie o minacce“. Non va poi tralasciata la D.A.S.P.O., ossia una delle misure previste dalla legge italiana al fine di contrastare il fenomeno della violenza negli stadi.

La D.a.s.p.o., acronimo di Divieto di Accedere alle manifestazioni Sportive, viene irrogata nei confronti di coloro i quali prendano parte ad episodi di violenza occorsi durante manifestazioni sportive. La norma fu introdotta con la legge 13 dicembre 1989 n. 401, e ad essa ne seguirono delle ulteriori, in species: il D.L. 22 dicembre 1994, n. 717 e la successiva conversione in L. 24 febbraio 1995, n. 45; la Legge del 4 aprile del 2007, n. 41 (legge Amato), emessa dal questore, persegue lo scopo di interdire l’accesso negli stadi a coloro i quali siano ritenuti pericolosi. La durata è variabile da uno a cinque anni (vedi comunque ipotesi di inasprimento di cui sopra) e può essere accompagnato dal contestuale obbligo di presentazione ad un ufficio di polizia in concomitanza temporale delle manifestazioni vietate. Non solo leggi speciali, ma anche lo stesso codice penale detta le sanzioni in materia di violenza occorsa in manifestazioni sportive, disponendo l’art. 588 c.p. che “Chiunque partecipa a una rissa è punito con la multa fino a trecentonove euro. Se nella rissa taluno rimane ucciso, o riporta lesione personale, la pena, per il solo fatto della partecipazione alla rissa, è della reclusione da tre mesi a cinque anni. La stessa pena si applica se la uccisione o la lesione personale, avviene immediatamente dopo la rissa e in conseguenza di essa“. Ciò a cui il Legislatore aspira è evitare che si verifichino forme di aggressione e di violenza in manifestazioni sportive che dovrebbero, al contrario, trasmettere valori e principi ben diversi: la condivisione, il divertimento, la lealtà, il rispetto dell’avversario, che sembrano mancare in occasione di manifestazioni sportive (in particolare in quelle per cui il pubblico sembra mostrare un alto interesse, tipo i classici derby ecc) e che invece, dovrebbero essere alla base di qualsiasi sport o competizione. Lo sport, infatti, se ben trasmesso è in grado di insegnare e tramandare lezioni per la vita di grande importanza: il prezzo del sacrificio, dell’impegno per il raggiungimento di un obiettivo, la continua sfida non solo nei confronti dell’avversario ma contro noi stessi, mirare ad obiettivi sempre più alti, raggiungere il traguardo a qualsiasi costo. Ultimamente, invece, sembra che tutto questo sia ampiamente ricoperto solo ed esclusivamente dal risultato finale, che se non soddisfa le aspettative del tifoso, lascia scatenare la violenza e la forza per affermare, in qualche modo, quella supremazia venuta meno. La sconfitta, infatti, non sembra più essere spunto di ulteriore motivazione, miglioramento, riflessione su ciò che l’ha causata; al contrario, infatti, si innesca un meccanismo diametralmente opposto a quello che il sano sport ha sempre cercato di instaurare e tutto questo ha scatenato l’esigenza di sanzionare e di punire tutti coloro che vedono nello stadio motivo di violenza.

Arianna Polani