1984.Big Brother is watching you.

A quanta libertà possiamo rinunciare in nome della sicurezza?- Di Francesca Grillini

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A quanta libertà possiamo rinunciare in nome della sicurezza?

“Naturalmente non era possibile sapere se e quando si era sotto osservazione. Con quale frequenza, o con quali sistemi, la Psicopolizia si inserisse sui cavi dei singoli apparecchi era oggetto di congettura. Si poteva persino presumere che osservasse tutti continuamente. Comunque fosse, si poteva collegare al vostro apparecchio quando voleva. Dovevate vivere presupponendo che qualsiasi rumore da voi prodotto venisse ascoltato e qualsiasi movimento – che non fosse fatto al buio – attentamente scrutato”

Nel 1948, George Orwell scrive 1984. Il romanzo descrive un mondo diviso in tre grandi blocchi: Oceania, Eurasia ed Estasia, dominati da regimi dittatoriali che tengono sotto controllo la coscienza degli uomini: la “Polizia del Pensiero” indaga e si intromette nelle vite private delle persone per scoprire e intervenire contro gli atti di ribellione. Ogni forma di rivolta è punita con la prigione e la tortura. Non c’è legge scritta, quindi niente, apparentemente, è proibito. Tranne pensare, amare, divertirsi e vivere se non secondo gli usi e i costumi imposti dal Grande Fratello (Big Brother). Nessuno l’ha mai visto di persona, la sua è una presenza onnisciente tant’è che ovunque per le strade ci sono i manifesti che lo ritraggono, con i suoi grandi baffi neri, e ovunque si leggono gli slogan da lui ideati: “La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù”, “L’ignoranza è forza”.

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(Uno dei poster del Big Brother apparso nel film “Nineteen Eighty-Four” diretto nel 1956 da Michael Anderson).

La privacy non esiste perché tutti sono controllati ventiquattr’ore su ventiquattro attraverso dei teleschermi. La stampa, le comunicazioni, la propaganda sono controllate come lo è anche il linguaggio, sostituito dalla “Neolingua” il cui lessico è talmente scarso da rendere impossibile alle persone di riuscire ad elaborare un pensiero o un’idea propria.

Il protagonista, Winston Smith è l’unico che crede ancora nei valori umani. Nella lotta per mantenere la sua individualità diventa importante la memoria per cui compra e inizia illegalmente a tenere un diario in cui scrive i suoi pensieri e le sue memorie indirizzandole alle generazioni future.

Ci si potrebbe domandare per quale motivo nessuno tenti di cambiare questo modo di vivere, come mai le persone non si organizzino per far in modo che questa dittatura finisca. La Psicopolizia è sempre presente e la gente ha paura: si preferisce rinunciare a tutte le proprie libertà per vivere in “sicurezza”.

Una sicurezza che rimane fittizia in verità, perché come si può vivere sicuri e in tranquillità, in un mondo in cui non si ha diritto a nulla? Ambientato in una squallida, grottesca e pericolosa Londra, Orwell parla del futuro nel 1984 e lo fa presentando un affresco davvero spaventoso. È un’opera estremamente pessimista, dove tutto è sovrastato da una gigantesca sensazione di smarrimento. In un modo come il nostro, in cui la tecnologia avanza ogni giorno, diventa inevitabile vedere la Londra di Orwell riflessa nel nostro presente. Spesso di fronte ad una richiesta di maggiore sicurezza si va a rispondere con soluzioni che invadono pesantemente la libertà delle persone, come telecamere e telefoni controllabili.

Nonostante tutto questo sia estremamente utile per contrastare la criminalità o il terrorismo forse ci si sta spingendo un po’ troppo in là. Continuando in questo modo, a quanta libertà dovremmo rinunciare ancora? Vivere in sicurezza significa vivere sereni e non vivere “controllati”, tant’è che il Grande Fratello di cui l’autore parla, nel momento in cui “controlla” i cittadini non lo fa per “prendersene cura” o per “tenerli d’occhio” (come davvero farebbe un fratello maggiore nei confronti del minore) bensì li “spia” abbattendo tutte le pareti della libertà individuale.
Con questo romanzo, forse l’autore vuole metterci in guardia per far si che un 1984 come quello da lui immaginato e descritto non si realizzi mai davvero.

Francesca Grillini.

Sicurezza, dati e controllo

Minority Report diventa realtà – di Cristian Lucci

Tempo: 1949. Spazio: Londra. Lo scrittore Eric Arthur Blair, noto ai più con lo pseudonimo di George Orwell, pubblica “1984” romanzo distopico in cui un regime mette in atto il controllo totale della propria popolazione attraverso telecamere, microfoni e microspie arrivando addirittura a riscrivere il passato e quindi a influenzare i ricordi. Sono passati  quasi 70 anni e la pervasività della tecnologia nelle nostre vite è ormai cosa di tutti giorni, vita reale, routine quotidiana. Ci si alza la mattina controllando Facebook, Twitter, Instagram, si parla con i nostri amici su Telegram e WhatsApp, a lavoro si leggono le mail su Google, magari si ascolta musica su Spotify, si guardano video su Youtube, si lavora con strumenti in cloud e tornando a casa la sera ci si rilassa sul divano guardando un film su Netflix facendo qualche acquisto su Amazon. Navighiamo in un mare di dati, i nostri acquisti, le nostre preferenze, le nostre pagine visitate, le nostre impronte digitali che tracciano ogni singolo secondo che passiamo connessi sono tutte lì, in quel mondo virtuale fatto di zeri e di uno a disposizioni delle Big Companies che le detengono gentilmente per noi in cambio dei servizi che offrono. Comodità e status sociale in cambio della nostra privacy. L’ultimo sogno di Jack Ma, fondatore di Alibaba che contende ad Amazon il primato del commercio web mondiale, è un paradiso che rischia di assomigliare terribilmente ad un incubo proprio grazie al controllo e al potere che questi dati nascondono. Un mondo completamente informatizzato dove i dati raccolti sul web sono utilizzati dalle polizie di tutto il pianeta per scoprire i cattivi tra noi. Un Minority Report possibile grazie all’Intelligenza Artificiale condiviso e rilanciato dal governo cinese che, raccogliendo la sponda del super magnate, trasmette il suo discorso a un milione e mezzo di funzionari della sicurezza statale aprendo la strada al controllo totale. In verità la Cina non è la sola che sta lavorando a software predittivi. CrimeScan, messo a punto dalla Carnegie Mellon University sulla base di algoritmi che operano su diverse informazioni è uno di essi. Dalle notizie di reati avvenuti in determinate zone, ai profili dei criminali sui social, alle chiamate al numero d’emergenza, CrimeScan è una sorta di cervellone che aiuterà la polizia a prevedere dove avverranno i crimini. In sperimentazione a Pittsburgh il programma prevede che tutte le auto della polizia siano munite di computer portatili con cui gli agenti potranno visualizzare le mappe dei luoghi dove con tutta probabilità si verificherà un crimine. Non arriverà a predire il futuro, ma sarà in grado effettivamente di prevedere dove i crimini stanno per avvenire e potrà contribuire, secondo i ricercatori, a ridurre i tassi di criminalità e ad aiutare la polizia a formulare analisi più oggettive. In Italia, precisamente a Milano, la Polizia di Stato già da qualche anno sta sperimentando un sistema simile. Si chiama KeyCrime e si tratta di un software che permette di raccogliere i dati degli episodi criminosi, di confrontarli tra loro per cercare analogie e individuare il colpevole di un crimine andando a cercare analogie nascoste e connessioni altrimenti impossibili tra trovare. Big Data, Intelligenza Artificiale, predizione e prevenzione: queste sono le parole chiave del prossimo futuro dove tutto è connesso, dove ogni nostra azione, spostamento, acquisto, preferenza, scelta è registrata e catalogata per scopi “più alti”. Ma mentre Facebook, Google, Amazon si arricchiscono con il nostro oro digitale e i nostri Governi ci controllano in cambio di una finta sicurezza, chi ci assicura la trasparenza del gioco, l’imparzialità delle scelte e la sicurezza nel prendere decisioni che possono incidere in maniera profonda sulle nostre vite? Chi, per usare una domanda evergreen, controllerà i controllori e non permetterà l’abuso e l’eccesso di potere? Etica e progresso tecnologico. Due mondi che sembrano contrapposti ma che sempre più si intrecciano in questi anni della V Rivoluzione Industriale.

Cristian Lucci

SMETTO QUANDO VOGLIO – AD HONOREM

Ultimi giorni di attesa per l’episodio finale di questa trilogia tutta italiana- di Alessia Schiavella

Finalmente ci siamo: il 30 novembre esce SMETTO QUANDO VOGLIO – AD HONOREM, il terzo e ultimo episodio della saga del regista Sydney Sibilia. Classe 1981, nato a Salerno, questo giovane ragazzo si dimostra brillante e intraprendente: riscuotendo successo attraverso dei cortometraggi, tra cui il più riconosciuto dalla critica “Oggi gira così” del 2010, decide di fare il salto di qualità cimentandosi nel grande schermo.

Il primo film fu molto fortunato: uscito il 6 febbraio 2014, riscosse molto successo e ricevette vari premi tra cui Miglior Commedia ai Globi d’Oro e Rivelazione dell’Anno e miglior manifesto ai Ciak D’Oro.

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Il plot è semplice: siamo a Roma ai giorni d’oggi. Il protagonista Pietro Zinni (interpretato da Edoardo Leo) è un ricercatore neurobiologo al quale non è stato rinnovato l’assegno di ricerca universitaria. Disperato, decide di mettere su una banda sfidando la legalità: difatti crea, grazie al suo amico chimico Alberto (interpretato da Stefano Fresi) momentaneamente lavapiatti in un ristorante cinese, una smartdrug prodotta con sostanze ancora non considerate illegali dal Ministero della Salute. Completano il gruppo due latinisti, Mattia e Giorgio (interpretati da Valerio Aprea e Lorenzo Lavia) costretti a fare i benzinai; Bartolomeo (Libero De Rienzo), economista che cerca di applicare regole matematiche al poker; Arturo (Paolo Calabresi), archeologo universitario malpagato e Andrea (Pietro Sermonti) antropologo che cerca lavoro, ma trova problemi a causa del suo linguaggio “aulico”.

Tutti hanno una cosa in comune: sono insoddisfatti delle proprie vite, poiché le loro abilità non vengono apprezzate dalla società, costringendoli a fare lavori non idonei alle loro competenze.

La storia è particolare: da una parte parla del precariato, della mancanza di fondi universitari e della rassegnazione a una società che non premia “i migliori”, dall’altra gli eccessi causati dai soldi facili.

Il tutto in una chiave moderna e innovativa, fresca dai colori saturi. I personaggi sono molto caratterizzati, alcuni anche troppo (ma Alberto in pelliccia è esilarante) ma allo stesso tempo veri e naturali nella recitazione, e la comicità è a tratti amara: ne esce un film ben fatto, acclamato dalla critica.

Proprio per questo, sulla scia del successo del primo, viene annunciata la produzione di una trilogia: Smetto Quando Voglio – Masterclass, uscito il 2 febbraio 2017 e Smetto Quando Voglio – Ad Honorem in uscita il prossimo 30 novembre.

Le riprese di entrambi i film iniziano nell’aprile 2016 a Roma, per poi spostarsi in Nigeria e in Thailandia. La banda si arricchisce di tre nuovi elementi: Giulio Bolle (Marco Bonini), medico anatomista, che vive di combattimenti in Thailandia; Lucio Napoli (Gianpaolo Morelli), professore che vende armi in Nigeria; e l’avvocato di diritto canonico Vittorio. Inoltre un ruolo di rilievo è ricoperto dall’agente Coletti (Greta Scarano), con la quale la banda raggiunge un accordo. Accanto a Il Murena (Neri Marcorè), cattivo nel primo episodio, in Masterclass vediamo la figura di un nuovo cattivo Walter Mercurio (Luigi Lo Cascio).

Il secondo episodio della saga viene anticipato e promosso non solo tramite trailer o clip, disponibili sulla pagina Facebook del film, ma anche da fumetti da collezione in allegato a La Gazzetta dello Sport con 4 cover differenti realizzate da ZeroCalcare, Giacomo Bevilacqua, Roberto Recchioni e Riccardo Torti.

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Il colore predominante sia della pubblicità ma anche del film, a tratti psichedelico, è di nuovo il giallo: la critica apprezza, tanto da eguagliare i successi al botteghino della prima pellicola.

Mentre la promozione internazionale del film continua (all’estero viene presentato con il titolo I Can Quit Whenever I Want) noi ci prepariamo a visionare l’ultimo episodio della trilogia. Infatti dal 27 Ottobre è ufficialmente online la locandina e sulla pagina 01Distribution, che si occupa della distribuzione dei film sin dal primo capitolo, possiamo trovare oltre che il trailer, anche varie clip che anticipano l’uscita nella sale prevista per il 30 Novembre.

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Curiosi di scoprire come andrà a finire?

Noi non vi anticipiamo nulla, anzi invitiamo tutti i curiosi che hanno perso questa chicca del cinema italiano contemporaneo, o anche i nostalgici che vogliono rinfrescarsi la memoria, a fare la maratona proposta da Rai3 da stasera 16 novembre: due giovedì che ci aiuteranno a ri-familiarizzare con Pietro Zinni e la sua banda in preparazione del gran finale.

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Chissà se ne rimarremo delusi o esaltati? Sinceramente io non vedo l’ora di scoprirlo!

Non ci manca che augurarvi una buona visione.

Alessia Schiavella

Tutte le immagini sono state prese dalla pagina Facebook del film.

IL FUTURO DELLE NUOVE GENERAZIONI

Intervista all’assessore Marco Taurone – di Marco Pochesci

Secondo Lei, qual è la condizione dei giovani a Cave? Le nuove generazioni sono integrate nel tessuto sociale cittadino o sono sempre più distanti dalle loro radici cittadine?


«Credo che la situazione dei giovani a Cave sia la stessa condizione che vivono tutti i giovani nel nostro Paese, ossia in Italia. Credo che la stragrande maggioranza per diversi motivi sia lontana dal tessuto sociale cittadino e ben più lontana dalle proprie radici.

È sempre più evidente la sfiducia dei giovani in qualsiasi tipo di istituzione e l’allontanamento da quest’ultime.»


In veste di amministratore direttamente incaricato delle politiche giovanili quali sono state le Sue azioni direttamente indirizzate alle nuove generazioni? Quali saranno quelle per il futuro? C’è la volontà da parte dell’amministrazione di includere le nuove generazioni nella gestione della “res publica”?


«Beh, in veste di amministratore non è sempre facile cercare di mettere in atto delle iniziative che poi veramente coinvolgono i giovani, specie in questo periodo in cui purtroppo i fondi destinati alle politiche giovanili sono quasi a zero.

Di sicuro la più evidente è il Consiglio dei Giovani, credo siamo uno dei pochi comuni della zona ad aver istituito questo ente.

È la prima volta e nonostante mille difficoltà siamo riusciti ad avvicinare, anche se solo una minima parte dei ragazzi, alla vita amministrativa della Città. Anche se devo ammettere che ha poi risvegliato un po’ la curiosità di molti altri.

La volontà dell’amministrazione di avvicinare dei giovani c’è sempre a mio avviso, ma sarebbe opportuno chiedere: quanti giovani hanno la voglia di mettersi in gioco?

Di sicuro a Cave possiamo dire che la presenza giovanile nel mondo associativo è forte e questo comunque credo sia un grande risultato e limando alcuni aspetti si possono gettare proprio da qui le basi per arrivare ad avere molti più giovani all’interno della “res publica”.

Per il futuro, l’obiettivo è quello di stimolare sempre di più i giovani a proporsi e ritrovare interesse per la vita amministrativa e non del paese, ripartendo dal Consiglio dei Giovani che dovrà essere formato per la sua seconda volta.

Ci saranno iniziative in collaborazione con la scuola, altro ente fondamentale a mio avviso, per una crescita corretta dei giovani.»


Qual è la sua opinione sul futuro dei giovani italiani? Ci sono in Italia partiti maggiormente proiettati verso lo sviluppo di quelle che, in un futuro prossimo, saranno le nuove classi dirigenti?


«Su questa domanda preferire “passare”. Credo che il futuro dobbiamo crearcelo da soli, perché è evidente il fallimento dell’attuale classe politica. I maggiori partiti in questo momento li vedo più proiettati a discutere su come rimanere in questa situazione di stallo, senza né vinti né vincitori, non di certo a creare una nuova classe dirigente, che si possa dedicare a far sì che questo paese torni a dare futuro proprio ai giovani.»


Marco Pochesci

 

Il Rivoluzionario James Webb Space Telescope è (quasi) pronto al lancio

Continuano i test sul telescopio spaziale più potente della storia – di Mattia Chiacchiararelli

Come si sono formate le prime galassie? Com’è nato il sistema solare? C’è vita nell’universo? Queste e molte altre domande attanagliano l’umanità da sempre, ma forse stiamo per avere qualche risposta. E a fornircela sarà il James Webb Space Telescope. E anche qui la domanda sorge spontanea, di cosa si tratta? È presto detto. Il JWST è il più grande telescopio spaziale mai costruito. Il suo lancio era previsto per ottobre 2018 ma giusto pochi giorni fa la Nasa ha comunicato che il lancio è avverrà tra marzo e giugno 2019. A portarlo in orbita sarò il vettore Ariane 5, con partenza da Kourou, dove si trova la base di lancio dei vettori europei.

Nato dalla collaborazione tra l’agenzia spaziale europea, quella statunitense e quella canadese questo strumento arriverà a costare 10 miliardi di dollari e sarà utilizzato per le ricerche in diversi campi quali l’astronomia, la cosmologia e l’astrofisica.

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In particolare i suoi compiti principali riguarderanno lo studio della struttura dell’universo, la nascita delle galassie, l’origine e la formazione di stelle e pianeti, l’evoluzione dei sistemi planetari e la ricerca delle condizioni ideali per la vita su altri pianeti. Alcune osservazioni riguarderanno anche il sistema TRAPPIST-1, argomento trattato già in un altro articolo.

Questo telescopio, definito l’erede di Hubble, è considerato una vera e propria rivoluzione nel campo dell’osservazione spaziale.

Le particolarità tecniche riguardo a questo strumento sono molteplici, a partire dallo specchio di ben 6.5 metri di diametro (lo specchio di Hubble ne misura 2.4), formato da diciotto segmenti distinti di forma esagonale costruiti in berillio ultraleggero rivestito di oro.

Inoltre a differenza di Hubble, questo telescopio non orbiterà intorno alla terra ma intorno al sole, nella zona chiamata Lagrange 2 (L2) a 1.5 milioni di km dalla terra. Proprio per questo numerosi test sono ancora in corso sul telescopio sia per analizzare la reazione della struttura alle bassissime temperature (si parla di -225˚C), sia il corretto funzionamento degli strumenti poiché una volta che sarà in orbita, l’intervento da parte dell’uomo è considerato molto complicato.

Nonostante questi inconvenienti, questa posizione consentirà una comunicazione continua e permetterà al telescopio di evitare l’ombra della terra e della luna dandogli la possibilità di lavorare senza interruzioni.

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La caratteristica principale del JWST è che osserverà la lunghezza d’onda nella banda infrarossa, permettendogli la visione di zone dello spazio altrimenti non visibili per la presenza di gas o polvere.

Le osservazioni dello James Webb Space Telescope non riguarderanno solo mondi lontani ma anche il nostro sistema solare. Infatti, attraverso i suoi strumenti, il JWST ci potrà fornire importanti dati riguardo Marte permettendo il confronto con i dati dei rover e dei lander sul pianeta, ma non solo, combinando i dati con le osservazioni della sonda Cassini si avrà una migliore immagine delle condizioni su Saturno mentre altre osservazioni riguarderanno anche asteroidi presenti nel nostro sistema e oggetti della fascia di Kuiper.

Questo telescopio, che svolgerà la sua missione per i prossimi dieci anni, ci invierà moltissimi dati che ci aiuteranno a comprendere meglio l’origine del cosmo, a conoscere meglio i pianeti a noi più vicini e magari ci dirà che non siamo soli nell’universo…

Mattia Chiacchiararelli

 

LIBERI DI SENTIRSI AL SICURO, MA SICURI DI ESSERE LIBERI?

Le migliori telecamere rimangono gli occhi dei cittadini – di Giorgia Mastropietro e Sara Schiavella

Quando si parla di sicurezza, la prima cosa che viene in mente è la salvaguardia della propria incolumità fisica.

Vero, ma non è solo questo.

A chi non è mai capitato, magari in un viaggio all’estero, di meravigliarsi per la pulizia di un centro abitato, per la cura dei parchi, per il rispetto delle regole stradali, o per il divieto di circolare con bottiglie di alcolici in vetro fuori dai locali?

A tutti, almeno una volta nella vita, sarà capitato di utilizzare l’espressione “Qui, le regole le fanno rispettare”.

C’entra qualcosa questo con la sicurezza? La risposta è sì.

L’etimologia della parola sicurezza si può ricondurre al latino securus formato da se- (privazione) e da -cura (preoccupazione) e perciò significa “senza preoccupazione”. Sull’Enciclopedia Treccani, essa viene definita come “La condizione che rende e fa sentire di essere esente da pericoli, o che dà la possibilità di prevenire, eliminare o rendere meno gravi danni, rischi, difficoltà, evenienze spiacevoli, e simili.” Quando ci troviamo di fronte a situazioni che riguardano i danni ambientali facciamo invece riferimento al degrado. Con degrado intendiamo una situazione di deterioramento. Anche questo termine deriva dal latino e precisamente da degradare, a sua volta derivante da gradus (scalino, grado).

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Una bottiglia lasciata su un marciapiede ci dà preoccupazione? Ovviamente no, ma se unita alla notizia degli atti vandalici che hanno visto coinvolto l’istituto di Via Venzi, ai danni recenti recati al Parco di Villa Clementi, alle attuali condizioni dello stadio comunale Luigi Ariola, alla spazzatura abbandonata su via Padre Eutimio Castellani, alle rapine avvenute in pieno giorno in esercizi commerciali e abitazioni private, alla rissa vicino la fermata dell’autobus, all’incendio del portone del chiostro della Chiesa di San Carlo, alle persone che sono state investite nel giro di pochi mesi, agli anziani vittime di aggressione per una catenina d’oro, ad un centro storico che alcuni hanno definito “abbandonato” sia per la mancata manutenzione, sia per schiamazzi notturni, liti, risse, episodi di prostituzione e chi più ne ha più ne metta, forse un po’ di malcontento c’è, finché non si chiude la porta di casa propria.

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Andando sul web e scrivendo su Google le parole “sicurezza e degrado” ci appaiono moltissimi risultati. Essi arrivano da ogni parte del mondo e riguardano episodi sempre diversi. La cosa più sconcertante, però, è che possiamo trovare ogni giorno articoli nuovi che affrontano questi due argomenti così fortemente connessi tra loro. Ciò significa che tutti i giorni e ovunque accadono alcuni avvenimenti che ledono la nostra sicurezza a favore del degrado.

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Cave non è un paese che fa eccezione, è solo una tra migliaia di realtà italiane con caratteristiche analoghe e il fatto che ci si trovi in un paesino o una megalopoli, non fa alcuna differenza.

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Andando oltre il caso specifico, ogni gruppo sociale insediato su un territorio segue degli standard di convivenza e degli standard di cura e mantenimento del luogo. Quando tali standard vengono violati, accresce automaticamente il senso di insicurezza.

 

Seppur oggi possiamo dire di godere di una quantità e qualità di sicurezza maggiore rispetto al passato, la richiesta di questo bene accresce in maniera smisurata.

Negli ultimi anni, in Italia, si sono viste moltiplicare le manifestazioni della micro-criminalità, come scippi, furti in appartamenti, borseggi sui mezzi pubblici, alle quali si sono affiancati fenomeni diversi, alcuni più gravi e a forte allarme sociale, altri che oscillano sulla soglia della legalità: le inciviltà.

Si tratta di un insieme di comportamenti antisociali, come ad esempio aggressioni in strada, schiamazzi notturni, guida pericolosa, parcheggi “selvaggi”, tutti elementi che violano gli standard di convivenza e si identificano sotto il nome di inciviltà sociali; a queste vanno ad aggiungersi le inciviltà ambientali, ossia, scritte sui muri, abbandono di bottiglie vuote o altri rifiuti per strada, spazi comuni imbrattati, danni all’arredo urbano (panchine, verde pubblico, sistema di illuminazione).

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Questo genere di condotta contribuisce a deprimere il senso di sicurezza e di fiducia indispensabili, per una quota rilevante della popolazione, ai fini di una buona convivenza sociale.

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L’interesse verso questi temi trovò adito, nel 1982, grazie alla teoria criminologica della broken window (teoria delle finestre rotte) di J.Wilson e G.Kelling; i due tentarono di spiegare la discesa verso l’inciviltà, il disordine e la criminalità, attribuendo la colpa alla mancata cura e manutenzione dello spazio fisico.

La loro idea si basò sull’ipotesi che se un edificio presenta una finestra rotta, e questa non viene riparata, presto saranno rotte anche tutte le altre.

Il disinteresse delle istituzioni per le finestre rotte, non fa che alimentare la diffusione del senso di abbandono nei cittadini, che vedono nell’indebolimento dell’ordine sociale una minaccia.

La tolleranza e quindi il permanere dei segni di inciviltà avvia un processo di decadimento in due direzioni: da un lato crea opportunità per comportamenti criminosi, dall’altro l’idea di essere abbandonati determina un ritiro dagli spazi pubblici, a causa della sensazione di vulnerabilità avvertita.

Ad oggi se l’offerta di sicurezza fornita dalla Stato, o dalle istituzioni locali sembra non bastare, quella fornita dal mercato è in continua crescita.

L’iniziativa privata è aumentata, soprattutto nell’offerta di protezione contro le minacce della criminalità urbana. Nei confronti di reati come furti o rapine, esiste una vasta offerta di contromisure che comprende sistemi di allarme, videosorveglianza, vigilanza umana diretta e indiretta, un’offerta di beni e servizi, per la sicurezza individualizzata che non guarda alle cause strutturali della sicurezza, ma si concentra sull’obiettivo di evitare che il cittadino, cliente, divenga vittima di un reato.

Non tutti però possono permettersi questi strumenti e l’essere esclusi da certe misure di prevenzione può generare un sentimento di privazione relativa.

A tal proposito, sul noto gruppo di Facebook CAVE Propone CAVE Denuncia, tra le varie idee degli utenti, una è stata quella di proporre, attraverso un sondaggio, l’installazione di un impianto di videosorveglianza sul territorio cittadino; cosa che ha riscosso molto successo.

Naturalmente, aldilà della disponibilità di risorse finanziarie, per realizzare tale progetto non sarebbero pochi i cavilli burocratici da affrontare, né tantomeno i problemi di privacy legati alla gestione delle immagini.

Ma la questione è un’altra: misure di prevenzione situazionale come questa, non eliminano il problema, semplicemente provocano lo spostamento dei reati da aree più protette a aree meno protette.

È di certo compito dell’amministrazione locale e delle forze di polizia, intervenire attraverso policy di gestione, mantenimento degli spazi pubblici e contrasto alla criminalità, ma non basta gestire un problema che si è creato, se non si interviene sulle cause.

La prevenzione inizia all’interno delle istituzioni primarie, nelle famiglie e nelle scuole, attraverso l’educazione delle nuove generazioni al rispetto della comunità e del luogo in cui si vive.

Inoltre sarebbe vantaggioso smettere di esigere e collaborare con chi di dovere, perché un ottimo modo di ritrovare sicurezza è quello di toccare con mano i problemi e risolverli in prima persona, riacquistando fiducia e vicinanza con il proprio spazio sociale.

Come qualcuno ha ben suggerito “le migliori telecamere rimangono gli occhi dei cittadini”.


Giorgia Mastropietro e Sara Schiavella

 

Immagini prese dal gruppo Fb Sei de Cave se

 

 

 

LA SICUREZZA E IL RUOLO DELL’AMMINISTRAZIONE: LA VOCE DEL SINDACO

“La sicurezza è un bene comune che si deve tutelare tutti insieme” – di Marco Pochesci

Un tema di discussione ormai quotidiano è quello della sicurezza. Lei in veste di primo cittadino avverte nei suoi compaesani un crescente senso di insicurezza e disagio? Se sì, a quali cause potrebbe essere ricondotto?

«No. Sinceramente i miei, i nostri compaesani, tutti noi cittadini residenti a Cave, non diamo – almeno nella stragrande maggioranza dei casi – la sensazione di provare insicurezza nel vivere quotidiano. Il senso civico e la responsabilità che, ormai sempre crescenti nei cittadini di Cave, danno al sottoscritto, in qualità di sindaco, la possibilità di ascoltare, con attenzione e in maniera approfondita, le giuste e puntuali sollecitazioni che arrivano da una società matura e per bene qual è quella di Cave. Per quel che mi compete, insieme a tutta l’Amministrazione comunale, sono alacremente impegnato a trasformare in realtà, in maggiore sicurezza per il cittadino, ogni articolazione a noi sottoposta.»


Lei sarà sicuramente in perenne contatto con le forze dell’ordine. Tale senso di disagio è secondo Lei giustificato da motivazioni concrete? O è solamente il frutto dei recenti fatti accaduti sul piano nazionale ed internazionale mi riferisco al fenomeno del terrorismo in particolare?

«Il rapporto tra l’Amministrazione comunale e le Forze dell’Ordine (tutti i corpi militari) è ottimo: si interagisce ogni qual volta la situazione lo richiede, nel rispetto dei ruoli e nella massima concordia.

Cave è una città accogliente, nella quale il tessuto sociale è saldo e ben amalgamato.

Esistono, tuttavia, determinate situazioni di complessità sociale che, invero, sono presenti ovunque. È tempo di una lettura attenta e non superficiale dei fenomeni che attraversano la società italiana; anzitutto chi riveste ruoli di governo (a qualsiasi livello) non può rimandare questa che, a mio avviso, è un’operazione di umiltà e di consapevolezza, grazie alla quale più opportunamente si può intervenire nelle decisioni.

Colgo l’occasione per esprimere un apprezzamento: nella nostra Cave è in costante crescita la capacità di fare sistema nel sociale; come ad esempio negli eventi, nelle feste e in tutte quelle occasioni di aggregazione positiva che ci sono in città.

Ciò non si verificherebbe se Cave fosse una città insicura e priva di una guida certa e concreta.»

Quali azioni concrete ha già intrapreso e intende intraprendere in futuro per rendere Cave un ambiente confortevole e “sicuro” per i suoi cittadini? Avverte il bisogno di intervenire su particolari quartieri?

«Nei mesi scorsi abbiamo organizzato un interessante e partecipato convegno sul “Controllo del Vicinato”: una modalità di azione in sicurezza, per la sicurezza, nella quale il cittadino è in prima linea per garantire una maggiore vivibilità e serenità in città. Crediamo nella corresponsabilità e nella compartecipazione, per il bene della Città. Sono allo studio altre attività che muoveranno nella stessa direzione: accrescere la tranquillità e la convivialità sociale.

Il legislatore non ha assegnato, in maniera esclusiva e definita, la politica di sicurezza alle Amministrazioni pubbliche. Il sindaco agisce in qualità di Ufficiale di Governo in determinate e prescritte situazioni. Il costante monitoraggio del territorio non compete all’Amministrazione che, tuttavia, assorbe e comprende ogni valutazione formulata all’ esterno. Ricordo che l’Amministrazione ha podestà politica; esercita volontà amministrative e regolamentari in definite e precise materie. L’Ente Comune mai prevarica o, peggio, si sostituisce alle Forze dell’Ordine. Se ciò un amministratore pubblico facesse, infatti, compirebbe un grave atto di violazione costituzionale.»

Marco Pochesci