L’IMMUNITÀ PARLAMENTARE: L’ART. 68 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

L’organizzazione del Parlamento italiano e il principio di autonomia – di Arianna Polani

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La trattazione del Parlamento all’interno del nostro ordinamento può essere suddivisa in una parte relativa alla struttura  (quindi composizione e organizzazione) e una relativa alle funzioni (competenze e procedimenti) pur trattandosi di aspetti intimamente connessi.

L’organizzazione parlamentare si articola nel principio bicamerale, nel principio di autonomia, e nel principio di continuità.

Soffermandoci in questa sede sul principio di autonomia, ciascuna Camera autodetermina la propria organizzazione e attività senza subire il condizionamento di altri organi; gode, dunque, di garanzie nei confronti di organi diversi e esterni ad essa anche nei confronti dell’altra Camera.

Da questo punto di vista è estremamente interessante l’istituto del repêchage in base al quale, all’entrata in carica di una nuova assemblea, solo entro certi limiti è possibile recuperare l’attività della Camera passata, quasi a creare una sorta di “effetto-saracinesca” rispetto ai lavori iniziati, ma non conclusi, della precedente. Entrando nel vivo dell’argomento, al fine di consentire ai membri delle Camere l’espletamento della funzione parlamentare al sicuro da condizionamenti e turbative, la Costituzione assicura l’autonomia dei componenti dell’organo nei confronti dell’autorità giudiziaria e di polizia.

L’immunità parlamentare è disciplinata all’art. 68 Cost. che disciplina l’irresponsabilità e l’inviolabilità.

I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.

Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza.

Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza.

L’irresponsabilità tutela i parlamentari per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle funzioni, mentre l’inviolabilità limita l’esercizio di talune iniziative a carattere giudiziario nei loro confronti. In entrambi i casi l’ordinamento ha di mira la garanzia della libertà del parlamentare nell’esercizio del mandato; mentre l’irresponsabilità può essere opposta in qualunque momento, anche successivo alla cessazione della carica, l’inviolabilità consiste solo in costanza di mandato.

Ai sensi del primo comma, qualora il comportamento posto in essere durante il voto integrasse una fattispecie oggettivamente illecita, la circostanza soggettiva di essere un parlamentare preclude la perseguibilità di questi in sede penale o in ogni altra sede. L’art. 68 commi 2 e 3, così come modificati dalla l.cost. n. 3/1993, prevede una necessaria autorizzazione a procedere della Camera di appartenenza per la sottoposizione dei parlamentari a limitazioni della libertà personale (perquisizione, arresto) e domiciliare, salvo il caso di un parlamentare colto nell’atto di commettere il delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza.

Ad un regime autorizzatorio è assoggettata la pretesa di sottoporre il membro della Camera ad intercettazioni di comunicazioni e conversazioni o al sequestro della corrispondenza. Sempre a tutela della funzionalità ed indipendenza dell’organo e a garanzia del singolo parlamentare è posto il divieto di mandato imperativo: l’art. 67 Cost. prevede che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione”.

Si tratta di un istituto tipico della democrazia rappresentativa, così come il divieto di recall, ossia di revocare singoli rappresentanti durante il mandato. Innanzitutto, nel diritto positivo, il concetto di Nazione allude a una nozione non giuridica, ma culturale e sociologica, legata al sentimento di appartenenza spirituale alla comunità rappresentata dall’Italia; la disposizione, però, non appare anacronistica, poiché qui, Nazione, sta a significare che essa è fonte e premessa della rappresentanza. Il dovere di rappresentare la Nazione, dunque, ha una valenza negativa; avverte il parlamentare che la sua funzione non si riduce ad una rappresentanza di interessi particolari, ma deve tendere verso una sintesi dei contrastanti interessi che animano una società specie se estremamente pluralistica e frammentata come quella contemporanea.

La funzione di rappresentanza della Nazione si esaurisce dunque in un’attività politica, differentemente dal vincolo di mandato con cui il rappresentante veniva inteso come un mandatario del corpo elettorale.

L’emancipazione concettuale della nozione di rappresentanza politica rispetto a quella giuridica prevede che i comportamenti del parlamentare durante il proprio mandato non possono essere fatti oggetto di un sindacato di carattere giuridico  e qualsiasi accordo negoziale tra deputato ed elettori è da considerarsi invalido.

Arianna Polani

 

Non chiamatela follia

Femminicidi, botte in stile Arancia Meccanica, bullismo, haters, e chi più ne ha più ne metta. Qualcosa non va nel nostro modo di vivere con gli altri (e con noi stessi) – di Chiara D’ambrosio

Una donna uccisa ogni 60 ore, in Italia. Mariam Moustafa massacrata di botte a Nottingham dieci contro una, ragazzi tra i dodici e i sedici anni che si tolgono la vita per via del bullismo. In America si spara nelle scuole, e qui da noi basta una lite in auto per innescare un pomeriggio di ordinaria follia.

E intanto il web è schiacciato sotto il peso degli haters, persone che commentano con parole d’odio e violenza ogni notizia che leggono. O meglio, ogni titolo, perché a quanto pare in Italia non sappiamo neanche leggere e comprendere un testo giornalistico basilare. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo, e non perché dovremmo vivere in un mondo utopistico fatto di pace, amore e fiorellini tutt’intorno.

Ma come possiamo trovare una spiegazione logica all’uomo che ha cercato di dare fuoco a sei persone perché avevano abbandonato dei sacchi di spazzatura davanti ad una sua proprietà?

Come possiamo sopportare il fatto che 1 omicidio su 4, in Italia e nel 2018, è un femminicidio; e che ogni femminicidio scaturisce dalla possessività e gelosia di un uomo?

E che dire di quelle aggressioni con l’acido a danni di uomini e donne che non fanno notizia (specialmente, ahimé, nel caso la vittima sia un uomo), ma che sono in costante aumento da qualche tempo a questa parte?

Eppure siamo ormai immuni da certe notizie, come chi è ormai tristemente abituato a sentire di qualche ragazzino che mette in atto una piccola apocalisse in una qualsiasi scuola americana. Elementari, high school, persino gli asili non sono immuni a questo fenomeno. è di un anno fa la notizia di un bimbo di tre anni che ha aperto il fuoco e ferito gravemente due compagni.

Possessività, rancore, gelosia, odio, insicurezza. Gente che sui social distrugge un ragazzino per la sua omosessualità, o per il suo peso, o il suo handicap. Adulti che minacciano di morte altri adulti, che inneggiano allo stupro se una donna posta foto provocanti su instagram, che a colpi di caps lock inneggiano alla sinistra e alla destra; e non importa in quale direzione si scelga di andare, l’importante è andarci violenti, rasentando la follia pura. Adulti che inneggiano al poliziotto che massacra di botte un detenuto, e che poi qualche post più in là vorrebbero mettere in croce un altro poliziotto perché “mi ha fermato con uno spinello”.

Adulti che si improvvisano vendicatori e terrorizzano una città sparando al primo straniero che incontrano, e stranieri che covano rancore e diffidenza nei confronti delle istituzioni che li ospitano al punto di vivere in una continua tensione che sfocia in atti di violenza nei centri per rifugiati.

E poi ancora: “se mi lasci mi uccido”, “se mi lasci ti ammazzo”; e padri che scrivono lettere alle figlie per dire loro che “un giorno saranno grandi e capiranno” perché papà ha deciso di ammazzare a colpi di pistola la mamma davanti la loro scuola.

Abbiamo un problema a vivere con gli altri, e non è un problema da poco.

Ancor prima di parlare (legittimamente) di sessismo, razzismo, bullismo e altri cancri della società, è necessario capire cosa passa per la testa a noi come esseri umani.

Perché tutta questa violenza non è prerogativa di questa o quella categoria sociale. C’è qualcosa di marcio nel mondo in cui viviamo il mondo, ma non come uomini, donne, italiani o stranieri; ma come esseri umani.

Non riusciamo a sentirci dire “no”, tanto per cominciare. E se è più che legittimo (per un bambino magari) piangere e battere i pugni sul tavolo per un rifiuto, è indecente il modo in cui noi adulti reagiamo ad un “no”.

Come membri di una società mirata al consumo e al possesso è diventato normale pensare di essere in diritto di avere ciò che vogliamo, e di averlo subito. Ma se questo pensiero (già di per sé malato) era una volta mirato alle cose, ora si sta spostando sulle persone. E cosa significa questo? Che vediamo le relazioni (siano essere di amore, amicizia, o parentali) come qualcosa basato sulla necessità, e non sul piacere di viverle. Dobbiamo a tutti i costi innamorarci perché altrimenti saremo soli, moriremo soli e nessuno apprezzerà il nostro essere. Dobbiamo tenerci stretti quegli amici che possono offrirci qualcosa, e chissenefrega degli altri, di quelli che non hanno nulla da darci se non il loro affetto. I genitori? I genitori vanno bene finché ti mantengono, ma quando hai una vita tua è meglio tenerli in fresco per la pensione, e guai ad andare a trovarli nelle case di cura in cui li abbandoniamo, tanto hanno dei professionisti che si occupano di loro, e lo fanno meglio di quanto potremmo mai fare noi. “Che dici? Andare a trovarli? Nah…ancora non è Pasqua/Natale/festa random.”

La qualità delle nostre relazioni è scesa mano a mano che è cresciuta la necessità di sentirci amati e la paura di rimanere soli. O peggio ancora, di essere invisibili. Perché sui social abbiamo vite piene, sature di foto e di emozioni. Commentiamo, postiamo, ci lasciamo mangiare da questa febbre di cui siamo un po’ tutti malati; e non ci sarebbe nulla di strano, o di male, se fosse una cosa fine a sé stessa e preclusa a quel momento di ordinaria e beata ingenuità.

Ma noi viviamo per dimostrare al mondo chi siamo, e ora che abbiamo tutti i mezzi necessari per farlo ci stiamo un po’ confondendo, per non dire altro.

Ogni brindisi è una foto e non un momento di fine giornata in cui gli amici si riuniscono per ridere dei loro problemi e farsene una ragione. Ogni persona che conosciamo e che ci da’ qualche attenzione diventa automaticamente l’amore della nostra vita, ma solo per paura di non trovare di meglio.

E ogni fidanzato/a che ci lascia diventa un mostro il cui unico scopo è distruggerci la vita, e non una persona adulta come noi che ha preso una decisione per via di una incompatibilità, o semplicemente perchè è finita.

Un ragazzino che viene bullizzato non trova sostegno neppure tra gli adulti, perché la maggior parte degli adulti di oggi -quando usa i social- non fa altro che sparare commenti sprezzanti e intellettuali, e sono troppo occupati ad odiare e sputare polemiche a caso per avere la decenza di ascoltare cosa quel ragazzino ha da dire. E magari, solo dopo, per aiutarlo. Ma quale umanità di aspettiamo di vedere nel mondo se viviamo in maniera indecente a partire da uno schermo? Se non abbiamo la dignità di stare in silenzio ed ascoltare, o l’umiltà di accettare una critica o un rifiuto da parte di chi amiamo?

È difficile vivere provando (e benvenga il fallimento, perché nessuno è perfetto) a rispettare la volontà del prossimo e a cercare di non ferirlo gratuitamente? Certo che lo è, e a dirla tutta fa anche un po’ male al nostro ego. Ma abbiamo tanti modi di dimostrare chi siamo, di abbattere le nostre insicurezze sociali e di affrontare quelle situazioni che ci fanno del male senza dover fare i morti ad ogni discussione. Che poi, se dovessimo dare fuoco ad ogni persona che ci fa un torto, pagheremmo veramente caro. E per di più la benzina costa.

Chiara D’Ambrosio

I VIAGGI DI GULLIVER

Cosa si nasconde dietro la favola – di Francesca Grillini

Tra il 1680 e il 1740 l’Inghilterra vive una serie di grandi cambiamenti sociali e culturali. Tra i tanti ricordiamo: le conseguenze della Guerra civile (1642-1651), durante la quale il sovrano Carlo I Stuart viene decapitato, la Restaurazione, quando la dinastia Stuart torna al potere e la Gloriosa Rivoluzione che vede il Parlamento inglese diviso in due fazioni: i whig, ostili alla monarchia, e i tory che invece difendevano la figura del re.

Il nostro autore Jonathan Swift osserva e analizza attentamente questi mutamenti e sin dai primi anni del ‘700 si dedica alla scrittura politica dando vita ad alcune tra le più importanti satire del suo tempo: I viaggi di Gulliver (1726) sono, infatti, una di queste. Si tratta delle (dis)avventure del chirurgo Lemuel Gulliver presso i paesi, dai nomi bizzarri e impronunciabili, di: Lilliput, Brobdingnag, Balnibarbi, Luggnagg, Glubbdubdrib e Houyhnhnms.

Spesso considerato come un classico della letteratura per ragazzi per l’abbondanza di elementi fantastici, in realtà, dietro l’opera c’è davvero molto di più: una forte satira ai principali eventi del ‘600 e del ‘700 inglese sotto forma di una favola innocente.

La prima tappa del viaggio è l’isola di Lilliput: dopo un naufragio, Gulliver viene trovato dagli abitanti e condotto a corte. La città è in piena crisi per le numerose lotte interne che vedono scontrarsi il partito dei tacchi alti e il partito dei tacchi bassi, chiaro riferimento ai whig e ai tory e a causa della minaccia del regno di Blefuscu che si ricollega alla Guerra Civile della metà del ‘600. Il viaggio di Gulliver a Lilliput è da intendersi, quindi, come una condanna verso tutto ciò che aveva diviso l’Inghilterra tra il ‘600 e il ‘700.

La seconda tappa è Brobdingnag, la terra dei giganti. Condotto nuovamente presso la corte, il sovrano vuole conoscere gli usi e i costumi dell’Inghilterra ma rimane inorridito al sentir parlare di “congiure, ribellioni, assassinii, rivoluzioni, come prodotti dell’ipocrisia, della crudeltà, […]”. Cercando di difendere la sua Inghilterra, Gulliver offre in dono al sovrano uno dei più importanti prodotti dell’avanzamento tecnologico europeo: la polvere da sparo, ma egli ne rimane assolutamente disgustato.

Gulliver finisce ora su un’isola arida e rocciosa, che rappresenta metaforicamente l’Irlanda. Alza lo sguardo e vede sopra di sé, fluttuare un’altra isola: Laputa, isola volante degli scienziati pazzi, allegoria dell’Inghilterra. I suoi abitanti sono dediti a riflettere su problemi estremamente inutili e lontani dalla vita quotidiana. Tutto questo è un riferimento alla totale indifferenza dell’Inghilterra nei confronti dell’Irlanda i cui abitanti vivevano da tempo in miseria.

Questo è solo un breve riassunto dei passi più emblematici dell’opera di Swift ma già da questi si percepisce la genialità del suo lavoro. Con le sue opere ha ispirato molti degli scrittori (politicamente attivi) dei secoli successivi, George Orwell, ad esempio, e tutti gli altri che hanno fatto della satira una vera e propria fonte di libertà. Swift prende la satira e la innalza ad un livello mai conosciuto prima e con l’aiuto di elementi fantastici, paradossali e perché no, anche “ridicoli” la rende estremamente leggera e quindi, alla portata di tutti.

Francesca Grillini

 

Livin’ la vida Poca

Fermarsi non è mai stato così bello – di Chiara D’ambrosio

Cosa succede quando il lavoro ci ammorba, i problemi si accumulano e il peso delle aspettative ci schiaccia verso un fondo di disperazione?

In “Un giorno di ordinaria follia” a Michael Douglas partiva la brocca per una banalità e così anni e anni di soprusi e frustrazioni venivano a galla e sfociavano in mazzettate sui denti o colpi di mitra. Ma nessuno sano di mente arriverebbe a fare una cosa del genere nella realtà.
In questo magico mondo reale in cui viviamo preferiamo farci del male in altri modi, magari battendo i pugni sul muro o bevendo fino allo sfinimento. E che dire di quei perfetti binomi fatti di droghe leggere o pesanti e relazioni che puntano allo sfruttamento reciproco?
Il mondo è tossico e noi siamo in eterna astinenza. Ci manca sempre una certezza, una conferma di qualcosa che vorremmo fosse in un modo e che invece non lo è.

E in questa corsa disperata alla felicità ci capita spesso di inciampare e farci male. Molto male.

Cosa succederebbe, però, se invece che correre all’impazzata ci fermassimo?

Nulla di poetico, nulla di eclatante. Fermarsi e riprendere fiato.

Si può correre in mille modi: con costanza e lo sguardo fisso nel vuoto per trovare il giusto ritmo respiratorio, a perdifiato e con la consapevolezza che qualcuno ci sta inseguendo, oppure un po’ sbilenchi, reduci del pranzo della domenica e pieni di sensi di colpa per una dieta tradita.

Ma si può stare fermi in un solo modo, e solo stando fermi possiamo renderci conto di cosa sta realmente accadendo. Forse ci riesce difficile fermarci per qualche secondo, perché molte volte fa paura l’idea di dover affrontare la realtà nella sua semplicità: che non esiste magia o destino, e che quello che facciamo è quello che ci ritroveremo nel futuro. E quanto fa paura essere consapevoli di essere gli artefici del proprio destino, perché nel caso di un errore non ci sarebbero capri espiatori, o destini avversi dietro i nostri fallimenti. Saremmo noi causa del nostro fallimento, e quanto ci brucerebbe ammettere che siamo tanto vittime quanto artefici della nostra vita.

Vivere la vida poca significa fermarsi e godere di ogni cosa che ci rende felici. Un caffè (e non quello dei cinquantenni di facebook), la birra che sancisce la fine di una giornata particolarmente nera, dormire su un divano sciancato con un cane di trenta chili sulla pancia. Quel tipo di cane che sbava e che soffre vagamente di aereofagia, ma che è così carino mentre dorme che ti scalda il cuore. Oppure un viaggio di ritorno in macchina con gli amici di sempre, di quelli spietati e cinici ma che sanno starti vicino nei momenti difficili anche solo stando in silenzio. E ancora meglio, vivere la vida poca significa ritrovarsi a lavoro, pagati da schifo e con ancora quattro ore davanti ma con un’ironia che ci fa pesare di meno la vita. E così accade la cosa più bella: che sei stanco e ti godi il sonno, che sei affamato e quel piatto di pasta alla carbonara che hai preparato in dieci minuti è il più buono del mondo; ma soprattutto che ogni persona che incontri improvvisamente non ti serve, non ti deve salvare da te stesso e non ha alcun potere di farti del male. E che tu vuoi stare con quella persona solo per il piacere di ascoltare quello che ha da dire.

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E poi come diceva qualcuno, più silenzioso diventi, più cose puoi sentire

Chiara D’Ambrosio

IL POTERE DELLA LEADERSHIP

Avanzamento o declino della politica? – di Valerio Lombardo

Sin dai tempi più remoti la politica è sempre stata gestita da un élite, una cerchia ristretta di persone che organizzavano e decidevano. Questo, qualsiasi sia stata la forma di governo e di stato in cui maturava la “politica”: possiamo passare dalle città egizie con i faraoni con poteri semi divini, passando per le poleis in Grecia e i suoi primi esperimenti di Democrazia, per le tre fasi della Roma antica e si può andare avanti così fino ai giorni nostri.
Tutte queste situazioni comunque hanno visto il maturare di una figura che spiccava sulle altre nell’élite che abbiamo citato all’inizio. La figura in questione è quella del Leader, l’uomo forte che prende in gestione la cosa pubblica e si offre di amministrarla. Che sia questo svolto in maniera più o meno violenta.
Nella nostra storia uno dei primi, e sicuramente il più emblematico che ci parla della figura del leader è Niccolò Machiavelli nella sua opera più famosa, “Il Principe”, in cui delineava il profilo ideale del governante (del suo tempo si intende) prendendo spunto da Cesare Borgia il Valentino appunto che secondo il Machiavelli incarnava a pieno tutte le qualità del leader.
Con il cambiare dei tempi anche le caratteristiche e le dinamiche del leader ovviamente sono cambiate.

Ora ci troviamo di fronte ad un periodo in cui la figura del leader è vista necessariamente in associazione ad uno schieramento politico. Che sia Destra o Sinistra, Laburisti o Conservatori, Democratici o Repubblicani, a capo di una di queste parti c’è un leader, un Frontman. Perché oggi infatti più che parlare di un leader bisognerebbe parlare di Frontman, l’uomo forte che i membri del partito o gli elettori scelgono  per rappresentare al meglio le idee proprie del partito o movimento in questione.
Tutto questo però ha portato all’evolversi della personalizzazione dei partiti e cioè un incremento del ruolo della persona, del leader, nell’ambiente politico, a sfavore quindi della collettività del partito.
Basti pensare a quando ci si riferisce ad una parte politica non nominando il nome del partito ma il leader di questo.  Ma questo è un banale esempio, la reale caratteristica di questa personalizzazione è la considerazione personale del leader, le decisioni del leader e soprattutto il carisma di questo che incidono fortemente sull’opinione piuttosto che sui fatti e sulle reali necessità della società.

Le elezioni che hanno dato ragione a questa tesi sono state le ultime negli Stati Uniti, in cui a farla da padrone è stato il carisma del leader dei Repubblicani Donald Trump che è riuscito a trionfare su Hillary Clinton dopo una lunga campagna elettorale, dove alla fine è risultato vincente grazie al potere della leadership che gli è stato affidato dai membri del partito.

Un’altra parentesi da aprire per capire appieno l’ascesa della personalizzazione dei partiti, soprattutto negli ultimi 6 anni è l’utilizzo dei social media: con l’avvento di Twitter, Facebook e negli ultimi 3 di Instagram, si è aperto un mondo virtuale in cui le campagne elettorali e le varie interazioni con gli elettori sono costanti, prima, dopo e durante i periodi elettorali. Anche i rapporti con gli altri Leader spesso passa attraverso questi portali: emblematico il caso del sopracitato Trump che in uno scambio di Tweet dopo essere stato definito dal Dittatore nordcoreano Kim Jong-un “vecchio” lo ha definito “basso e grasso” .

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“Sarà questo il periodo che porrà fine alla democrazia?”

 

Valerio Lombardo

 

 

 

A Cave uno dei più importanti eventi del football americano in Italia (e sarebbe il caso di parlarne)

Sabato 7 Aprile dalle 15.00 partirà il Global Ambassadors Bowl Italy, una partita al culmine di una giornata di football americano destinata ad entrare nella storia (della nostra città e del football in Italia). Perché è importante esserci (ed esserne orgogliosi) – di Chiara D’Ambrosio

Sarà Cave la città designata per ospitare uno degli eventi sportivi più belli dell’anno, ma nessuno (a Cave) sembra saperlo. Si sa, fan più notizia le buche e le cose negative in generale che un evento sportivo che coinvolge due selezioni under 19, una formata dai migliori talenti della regione Lazio, e l’altra da dei “qualsiasi” licei Americani (Indiana, Maryland, Michigan, Ohio, Pennsylvania). Quei tipi di licei che sfornano futuri talenti ricercati dai più importanti college che, a loro volta, fanno a gara per accaparrarsi i migliori. I migliori, ossia quelli che un giorno -probabilmente- finiranno dritti in NFL. Robetta da poco, insomma, se si pensa che la selezione Italiana sarà composta da ragazzi che militano in sei diverse squadre del Lazio: Marines Lazio, Gladiatori Roma, Roma Grizzlies, Minatori Cave, Bufali Latina e Legio XIII Ostia. Squadre che per un giorno saranno unite sotto lo stesso vessillo e guidate da coach Iaccarino e lo staff dei Ducks Lazio.

Ma cos’è esattamente il Global Ambassadors Bowl Italy?

L’evento è nato nel 2008 in Giappone con l’intento di far incontrare selezioni di ragazzi provenienti dai licei dei paesi coinvolti e di creare così una rete di contatti tra diverse nazioni e diverse scuole; e di promuovere quindi il football americano anche al di fuori degli States. Tutti uniti sotto la stessa passione in un’esperienza che ha arricchito la vita di molti ragazzi.

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Il team Stars & Stripes nel corso degli anni ha visitato Giappone, Francia, Belgio, Germania, Spagna, Repubblica Ceca, Cina e…Italia per l’appunto. L’ultimo incontro nel nostro paese risale al 2015, e tre anni dopo avremo il piacere di ospitare la selezione Americana qui, da noi.

Ma perché Cave?

Il comitato regionale FIDAF Lazio ha designato Cave come punto di incontro per la giornata di sabato proprio per promuovere il football americano nelle province. Essendo un movimento sportivo in crescita, è ancora difficile farsi conoscere al di fuori delle grandi città, ed è un peccato vista la passione che questo sport riesce ad infondere in giocatori e pubblico. Un pubblico che a Cave ha fatto ribollire gli spalti quando chiamato a sostenere i Minatori, e che ha sempre regalato tante gioie. E chi ha vissuto questa realtà da vicino non può dimenticare l’emozione di vedere famiglie e curiosi affollare gli spalti e divertirsi, farsi domande sul football, partecipare a qualche coro che fino a quel momento aveva un senso solo per coloro che vivevano la squadra ogni giorno.

Quale sarà quindi il programma della giornata?

I giocatori delle due squadre si incontreranno alle 10.30 ed inizieranno il camp: un allenamento condiviso che curerà la parte atletica e poi i drills per reparti. Dopo la pausa pranzo inizierà la partita vera e propria: alle 15.00 inizierà quindi l’evento principale, dopo il quale è prevista la premiazione ed un quinto quarto (il terzo tempo, in poche parole i bagordi) che come da rito cancellerà ogni rivalità portata avanti in campo.

Un giorno di grande rilievo che -si augurano i Minatori- renderà partecipe tutta la città.

“Si tratta sicuramente di un evento molto importante, tanto per la cittadina di Cave quanto per il football Italiano”, ha detto Federico Ilardi, QB dei Minatori Cave, “considerando che di partite con squadre Americane se ne fanno tre o quattro l’anno. Ed essere scelti tra 150 città diverse è un onore e sicuramente un’occasione da non perdere. Cave è stata preferita a Roma proprio per dare lustro al football americano e farlo conoscere al di fuori delle grandi città; e soprattutto per creare un evento molto importante nella periferia.. Ed essendo noi, al momento, l’unica squadra della periferia romana ad essere iscritta ad un campionato nazionale siamo stati scelti per ospitare l’evento.”

“Sicuramente il fatto di accogliere il Global Ambassadors Bowl non è cosa da poco, perché è un tipo di evento che capita una volta ogni dieci anni…avere la possibilità pur non conoscendo bene lo sport di vedere dal vivo giocatori di una selezione Americana è una cosa enorme. Si parla di ragazzi che sono stati selezionati nelle scuole per arrivare poi sul nostro campo. Gli stessi ragazzi che un giorno potrebbero giocare in NFL. E vederli a Cave sarà il massimo. Per cui l’invito che io, ma anche i Minatori Cave, la FIDAF e ogni appassionato di questo sport  facciamo al pubblico è quello di partecipare, invitare e condividere questo momento, anche se non si conosce bene lo sport. Perchè questi sono eventi che ricorderemo a vita e magari tra dieci anni gli stessi ragazzi che vedremo in campo sabato, saranno protagonisti della NFL o dei campi da football dei migliori college. E qui stiamo parlando del meglio del meglio.”

Un invito da accogliere assolutamente, quindi,  perché può essere un motivo per avvicinarsi ad una realtà sportiva diversa, ma anche per passare una giornata all’insegna dell’allegria e della curiosità verso uno sport in continua ascesa. Uno sport in cui i Minatori Cave stanno dando il massimo e lo dimostrano i risultati e i progetti in cantiere per la società guidata dal presidente Caroselli: una senior prima nel suo girone a punteggio pieno, un progetto ambizioso per la femminile in collaborazione con le squadre della Capitale (Marines e Legio XIII), e un progetto in crescita per le giovanili.

Cave si conferma ancora una volta un baluardo dello sport, e sarebbe bellissimo accogliere, sabato, i giocatori di tutte le squadre con un enorme applauso.

Il programma sul sito dei Minatori Cave

Chiara D’Ambrosio

VOTA WALDO!

Quando la satira diventa facile antipolitica, mettendo i clown al potere – di Sara Schiavella

Il 4 marzo è dietro l’angolo, infatti ogni giorno sentiamo notizie riguardanti le prossime elezioni. Ovunque. In questo clima di fervore politico ci troviamo davanti a diversi candidati e programmi dei vari schieramenti politici, promesse, sondaggi e dibattiti di ogni genere.

Durante questo periodo è inevitabile non pensare all’episodio 2×03 di Black Mirror. Sto parlando di Vota Waldo! (The Waldo Moment). Per chi non la conosce BM è una serie antologica, tornata su Netflix con la quarta stagione lo scorso 29 dicembre. Questa puntata, raccontata con il tipico black humor inglese, lascia l’amaro in bocca ma è esattamente la rappresentazione del populismo che vince su tutto. Attualmente ci sono molti esponenti politici che, anche se non si nascondono dietro un personaggio fittizio, fanno carriera alla stessa identica maniera, raccogliendo moltissimi consensi.

La terza puntata della seconda stagione ci porta nel vivo di una campagna elettorale, per cui torna il tema politico nello show, dopo la puntata d’esordio della prima stagione, Messaggio al Primo Ministro (The National Anthem).

Jamie Salter è un comico di scarsa fortuna, il cui unico successo nella sua carriera è aver dato la voce e i movimenti a Waldo, un orsetto blu realizzato con la tecnologia del motion capture. L’orso intervista politici e altre figure autorevoli, facendo battute irriverenti su di essi, con tanto di parolacce, linguaggio scurrile e battute volgari. Essendo estremamente popolare tra il pubblico inglese, il suo produttore suggerisce scherzosamente di farlo candidare alle prossime elezioni della fittizia località di Stentonford. In queste elezioni straordinarie, il pupazzo animato dovrà concorrere con i veri politici, mettendosi contro uno dei suoi intervistati, il candidato del Partito Conservatore Liam Monroe (interpretato da Tobias Menzies, noto per aver interpretato Edmure Tully in Game of Thrones). Comincia così la campagna elettorale di Waldo che alla fine, anche non vincendo, riuscirà ad ottenere una gran quantità di voti.

Naturalmente si parla di finzione. Di un futuro distopico. Ma ragioniamoci bene. Questo futuro così lontano non è. La maggior parte delle persone non conosce più il significato della parola politica e soprattutto non ha più fiducia nella classe dirigente. In questo caso si preferisce dare un voto ad un personaggio inventato piuttosto che ad un candidato in carne ed ossa. È triste dirlo ma questa è la rappresentazione dell’effettiva realtà: non è uno scenario così improbabile e irreale. Waldo è l’estremizzazione del voto per simpatia e del populismo: un pupazzo messo lì come alternativa a politici non affatto convincenti. Waldo è un fantoccio che non ha alcuna competenza; riesce a prendere voti perché la gente ha perso le speranze e non si riconosce in nessuno dei partiti tradizionali, vota solamente per il rifiuto dell’establishment e per diffidenza verso le autorità. Le persone sfuggono ai partiti tradizionali e votano chi dice come stanno realmente le cose, al punto da mettere al governo un profano pupazzo blu. Tra le sentenze lapidarie di Waldo, ne risalta una in modo particolare: «Quello che dite non importa a nessuno, perché siete falsi, più falsi di me che sono un pupazzo blu». La gente è consapevole di questa rivelazione ed esulta con veemenza  al suono di queste parole.

La puntata, scritta dal creatore della serie Charlie Brooker e diretta da Bryn Higgins, conferma ancora una volta quanto inesorabilmente stiamo andando incontro ad una totale perdita di valori della società in ogni sua manifestazione.

Sara Schiavella