Una storia di spie

Questa è una storia, o almeno una parte di essa.

Una storia di spie, intrighi, avvelenamenti e crisi diplomatiche. Una storia che non è una storia.
Sembra la trama, o almeno parte di essa, di un film di spionaggio, uno di quelli di 007, di James Bond e il cattivo di turno.
Solo che qui non ci sono buoni e cattivi.
Ci sono spie, ci sono misteri e ci sono equilibri internazionali minati.
Ci sono due persone in ospedale, contaminati da un gas nervino del progetto Novichok.

Domenica 4 marzo, su una panchina nel paesino di Salisbury, un uomo e una donna sono accasciati uno sull’altra. Non è una scena commovente, o meglio non lo è per i motivi che si potrebbero immaginare.
Sono stati avvelenati da un agente nervino sviluppato nell’Unione Sovietica 40 anni fa,
quando c’era la corsa alle armi silenziose, quando c’era la guerra fredda, quando a farla da padroni nell’Europa del tempo erano le spie.
Le due persone in ospedale hanno dei nomi. Sono Sergei Skripal e sua figlia Yulia.
Sergei Skripal ha 66 anni e vive una vita ordinaria, conosce il vicinato, frequenta i locali del suo quartiere, porta abitualmente i fiori sulla tomba della moglie, ed è molto legato a sua figlia. Una persona normale. Se non fosse per un dettaglio: Sergei Skripal ha fatto parte del GRU i servizi segreti Russi, in un dislocamento in azione in Spagna. Ed è nel periodo spagnolo della carriera di Skripal che viene avvicinato dall’MI6, gli 007 britannici, con cui inizia una collaborazione durata circa 10 anni in cui passa informazioni sul GRU.
Viene arrestato e processato dai Russi. Viene liberato nel 2010 in uno scambio in stile “Il ponte delle spie” di Spielberg.
Inizia una nuova vita in Inghilterra.
Viene avvelenato.
Chi ha portato del gas nervino costruito nei laboratori sovietici durante la guerra fredda, vietato dalle convenzioni internazionali, per assassinare una spia ormai in pensione?
Per Theresa May, Primo ministro Inglese, sono stati i Russi. E questa tesi è stata appoggiata pubblicamente da Trump e da diversi capi di stato europei. Anche Donald Tusk il presidente del Consiglio Europeo in un tweet ha puntato verso la Russia.
Per Vladimir Putin invece queste sono accuse inaccettabili, come inaccettabile è la decisione di espellere 23 diplomatici russi dalla Gran Bretagna. Il presidente Russo infatti punta il dito contro presunti nemici della patria intenti a rovinare l’immagine della madre patria.
Questa storia è molto simile a quella dell’agente del KGB divenuto poi dissidente del governo Putin, Aleksandr Litvinenko, assassinato con del Polonio 210 nel quartiere di Piccadilly a Londra nel 2006.
Come siano andate veramente le cose per quanto riguarda il caso Skripal non è ancora chiaro. Ci sono alcuni interrogativi che forse non avranno mai una risposta.

Ma questa è una storia, o almeno una parte di essa. Una storia di spie, intrighi, avvelenamenti e crisi diplomatiche. Una storia che non è una storia.

Valerio Lombardo

Annunci

IL RITORNO DI BLACK MIRROR

Finalmente svelata la data di uscita della quarta stagione. – di Sara Schiavella

È ufficiale: finalmente è stata svelata la data di uscita della quarta stagione di Black Mirror. Questo fatidico giorno sarà il 29 Dicembre. E noi possiamo metterci comodi e gustarci tutte le sei nuove puntate di questo eccellente prodotto targato Netflix. Oltre alla data abbiamo un trailer completo, in cui sei storie, in sei periodi differenti, si susseguono in un climax di ansia e angoscia:

Black Mirror è una delle serie che ha ottenuto più successo negli ultimi tempi, ma soprattutto una delle più apprezzate in assoluto. È una serie antologica, poiché personaggi e scenari (distopici) cambiano in ogni episodio. Questo può essere un punto decisamente a favore, in quanto si può amare una puntata ma disprezzare quella successiva perché le due non hanno affatto dei collegamenti tra loro. Inoltre si può decidere l’ordine in cui vedere le varie stagioni: ogni puntata segue un proprio filo narrativo e si può scegliere a proprio piacere da quale cominciare.

È una serie molto comunicativa, che fa riflettere, con i suoi diversi episodi che trattano tematiche significative, come il rapporto fra gli esseri umani e la tecnologia e i rischi scaturiti da essa; ma non solo, ogni episodio tratta un argomento particolare e il lieto fine non c’è MAI.

Black Mirror è scritta e prodotta da Charlie Brooker, sceneggiatore, conduttore e produttore televisivo britannico. Le prime due stagioni (del 2011 e del 2013), composte da tre episodi ognuna, sono state prodotte dalla società multinazionale Endemol; nel 2014 è stato annunciato l’episodio speciale White Christmas trasmesso nel Regno Unito proprio durante il periodo natalizio. Dal 2015 è passata a Netflix che, acquistandone i diritti, ha commissionato le ultime due stagioni da sei puntate ciascuna.

giphy

Nel trailer, di cui abbiamo già parlato sopra, viene ripetuta l’espressione “tutto accade per una ragione”. Abbiamo già i nomi degli episodi, ovvero: USS Callister, ArkAngel (diretto da Jodie Foster), Crocodile, Hang the DJ,  Metalhead (interamente in bianco e nero) e Black Museum.

Tra le vecchie puntate c’è chi preferisce White Bear o Shut Up and Dance; chi The Entire History of You o San Junipero (che oltretutto si è aggiudicata nel 2017 l’Emmy Award come miglior film per la televisione). Chi il pilot The National Anthem, chi la 3×06 Hated in the Nation di ben 89 minuti. Fatto sta che nel complesso è un ottimo prodotto, tanto da vincere, nel 2012, un International Emmy Award come miglior miniserie televisiva.

Questo capolavoro, composto da puntate a sé stanti, senza un filo conduttore cronologico, ma solo di contenuto ovvero una società alternativa e futuristica (c’è chi per questo lo paragona a Brave New World o 1984), mostra i lati oscuri del progresso tecnologico. Anche se a detta dei creatori non è proprio così. Leggete questo articolo se non ci credete.

Inoltre, a dirla tutta, alcuni fatti rappresentati non sono molto distanti da ciò che accade nella vita reale. In questo articolo potete trovare degli esempi.

Il regista sceglie di rendere ancora più inquietante la fine dell’anno con un debutto appena prima di Capodanno, il 29 dicembre. Prepariamoci a dire addio al 2017 con l’amaro in bocca. Meno di due settimane e possiamo finalmente fare binge watching di questa attesissima serie.

Sara Schiavella

VIKINGS RITORNA IN ITALIA A PARTIRE DAL 30 NOVEMBRE

Da giovedì, una puntata a settimana, a meno di 24 ore dall’uscita originale, solo su TIMVision.

Solamente 48 ore ci separano dalla quinta stagione di Vikings, che arriverà nel nostro paese in anteprima esclusiva su TIMVision, dopodomani, il 30 novembre, e poi continuerà ad essere trasmesso a cadenza settimanale, a sole 24 ore dalla messa in onda in America. Da domani infatti, Vikings 5, ritorna negli Stati Uniti sul network via cavo History, con una puntata a settimana, trasmessa il mercoledì. I norreni, gli uomini del Nord, tornano nuovamente ad esaltarci con le loro avventure, le loro battaglie e le loro traversate a bordo di navi velocissime, i Drakkar, dotate di una polena a forma di testa di drago sulla prua.

Qui sotto, possiamo vedere il trailer della quinta stagione:

Dal suo esordio, avvenuto il 3 marzo 2013 in Canada e negli Stati Uniti, la serie di genere storico, ha ottenuto un enorme successo da parte della critica, raccogliendo tantissimi fan sparsi in tutto il mondo. Ideata e scritta da Michael Hirst (I Tudors, I Borgia, Elisabeth: The Golden Age), è una co-produzione internazionale tra Irlanda e Canada.

In Italia, la prima stagione è stata trasmessa su Rai 4, mentre la seconda, la terza e la quarta sono state distribuite attraverso il servizio on demand TIMvision, ma gli episodi si possono trovare anche su Netflix e NowTV (Sky on demand).

La serie, ambientata nel IX secolo d.C. tra la Scandinavia e le isole britanniche, racconta in chiave romanzata le vicissitudini del famosissimo guerriero vichingo Ragnarr Loðbrók, dei suoi compagni e della sua famiglia. Il re semi-leggendario è interpretato magistralmente dall’attore australiano Travis Fimmel. Ne ha fatta di strada il modello internazionale tra i più popolari al mondo, noto soprattutto per aver posato in diverse campagne pubblicitarie per Calvin Klein.

La nuova stagione, come la quarta, avrà 20 episodi divisi nuovamente in due parti, ed oltre la conferma di alcuni attori, abbiamo delle novità in arrivo. Entrerà nel cast l’attore Jonathan Rhys-Meyers rivestendo i panni del giovane e spregiudicato vescovo sassone, alleato di Aethelwulf, di nome Heahmund, già visto nell’ultima puntata della quarta stagione. Il regista e l’attore irlandese si conoscevano da tempo: avevano infatti già collaborato nella serie televisiva I Tudors.

Nel tempo abbiamo dovuto, a malincuore, dire addio ad alcuni personaggi cardine, ma in questa stagione, ritroviamo, per la gioia di molti, uno dei pilastri portanti della serie: Lagertha. La donna guerriera per eccellenza è interpretata dall’attrice, taekwondoka e karateka canadese, Katheryn Winnick. La prima moglie di Ragnarr, ha saputo farsi amare, fin dalla prima puntata della prima stagione, attraverso la sua bellezza, la sua intelligenza e la sua forza; la nostra cara skjaldmær, continuerà ad essere la regina di Kattegat ma sarà sempre più minacciata.

lagertha-vikings.gif

Ci sono alcune curiosità da sapere, ad esempio che la figlia del regista, Maude Hirst, interpreta Helga, la moglie di Floki; inoltre la sigla di apertura è il brano If I Had a Heart dell’artista svedese Fever Ray che compare in un episodio di Breaking Bad, (ogni volta che ascoltavo la sequenza dei titoli di testa, mi tornava in mente la canzone utilizzata durante le scene prima e durante la festa di Jesse Pinkman nella puntata 4×03). In più lo show doveva essere solamente una mini-serie tv di appena 9 episodi (non a caso compare questo numero che è strettamente legato alla mitologia norrena), ma è stato rinnovato in seguito al forte sostegno ottenuto dalla critica e dagli spettatori.

Tra i punti a favore della serie, nonostante alcune inesattezze storiche, possiamo sottolineare la ricostruzione autentica e naturale di ambientazioni e costumi, tanto da essere stata nominata per diversi premi, vincendone alcuni.

Esiste un altro motivo per cui guardare questa serie. Per tutti coloro che non la conoscono e sono in astinenza da Game of Thrones, c’è chi dice che Vikings sia la cura ideale per ingannare l’attesa della settima stagione della serie HBO.

australian-game-of-thrones-got-vikings-Favim.com-2951476

Oltretutto questa che arriva domani non sarà l’ultima. Infatti Vikings avrà una sesta stagione. Le vicende dei nostri amati personaggi non termineranno con la quinta. La notizia è stata data direttamente da History: anche la sesta stagione conterà 20 episodi. Le riprese sono già cominciate, anche se noi non sappiamo ancora la data d’uscita. Per ora accontentiamoci di vedere questi nuovi episodi. Io non sto più nella pelle e voi?

Sara Schiavella

 

SMETTO QUANDO VOGLIO – AD HONOREM

Ultimi giorni di attesa per l’episodio finale di questa trilogia tutta italiana- di Alessia Schiavella

Finalmente ci siamo: il 30 novembre esce SMETTO QUANDO VOGLIO – AD HONOREM, il terzo e ultimo episodio della saga del regista Sydney Sibilia. Classe 1981, nato a Salerno, questo giovane ragazzo si dimostra brillante e intraprendente: riscuotendo successo attraverso dei cortometraggi, tra cui il più riconosciuto dalla critica “Oggi gira così” del 2010, decide di fare il salto di qualità cimentandosi nel grande schermo.

Il primo film fu molto fortunato: uscito il 6 febbraio 2014, riscosse molto successo e ricevette vari premi tra cui Miglior Commedia ai Globi d’Oro e Rivelazione dell’Anno e miglior manifesto ai Ciak D’Oro.

13692733_1647833468770638_1795461262740499745_n

Il plot è semplice: siamo a Roma ai giorni d’oggi. Il protagonista Pietro Zinni (interpretato da Edoardo Leo) è un ricercatore neurobiologo al quale non è stato rinnovato l’assegno di ricerca universitaria. Disperato, decide di mettere su una banda sfidando la legalità: difatti crea, grazie al suo amico chimico Alberto (interpretato da Stefano Fresi) momentaneamente lavapiatti in un ristorante cinese, una smartdrug prodotta con sostanze ancora non considerate illegali dal Ministero della Salute. Completano il gruppo due latinisti, Mattia e Giorgio (interpretati da Valerio Aprea e Lorenzo Lavia) costretti a fare i benzinai; Bartolomeo (Libero De Rienzo), economista che cerca di applicare regole matematiche al poker; Arturo (Paolo Calabresi), archeologo universitario malpagato e Andrea (Pietro Sermonti) antropologo che cerca lavoro, ma trova problemi a causa del suo linguaggio “aulico”.

Tutti hanno una cosa in comune: sono insoddisfatti delle proprie vite, poiché le loro abilità non vengono apprezzate dalla società, costringendoli a fare lavori non idonei alle loro competenze.

La storia è particolare: da una parte parla del precariato, della mancanza di fondi universitari e della rassegnazione a una società che non premia “i migliori”, dall’altra gli eccessi causati dai soldi facili.

Il tutto in una chiave moderna e innovativa, fresca dai colori saturi. I personaggi sono molto caratterizzati, alcuni anche troppo (ma Alberto in pelliccia è esilarante) ma allo stesso tempo veri e naturali nella recitazione, e la comicità è a tratti amara: ne esce un film ben fatto, acclamato dalla critica.

Proprio per questo, sulla scia del successo del primo, viene annunciata la produzione di una trilogia: Smetto Quando Voglio – Masterclass, uscito il 2 febbraio 2017 e Smetto Quando Voglio – Ad Honorem in uscita il prossimo 30 novembre.

Le riprese di entrambi i film iniziano nell’aprile 2016 a Roma, per poi spostarsi in Nigeria e in Thailandia. La banda si arricchisce di tre nuovi elementi: Giulio Bolle (Marco Bonini), medico anatomista, che vive di combattimenti in Thailandia; Lucio Napoli (Gianpaolo Morelli), professore che vende armi in Nigeria; e l’avvocato di diritto canonico Vittorio. Inoltre un ruolo di rilievo è ricoperto dall’agente Coletti (Greta Scarano), con la quale la banda raggiunge un accordo. Accanto a Il Murena (Neri Marcorè), cattivo nel primo episodio, in Masterclass vediamo la figura di un nuovo cattivo Walter Mercurio (Luigi Lo Cascio).

Il secondo episodio della saga viene anticipato e promosso non solo tramite trailer o clip, disponibili sulla pagina Facebook del film, ma anche da fumetti da collezione in allegato a La Gazzetta dello Sport con 4 cover differenti realizzate da ZeroCalcare, Giacomo Bevilacqua, Roberto Recchioni e Riccardo Torti.

16473246_1736984383188879_2061676732398548330_n

Il colore predominante sia della pubblicità ma anche del film, a tratti psichedelico, è di nuovo il giallo: la critica apprezza, tanto da eguagliare i successi al botteghino della prima pellicola.

Mentre la promozione internazionale del film continua (all’estero viene presentato con il titolo I Can Quit Whenever I Want) noi ci prepariamo a visionare l’ultimo episodio della trilogia. Infatti dal 27 Ottobre è ufficialmente online la locandina e sulla pagina 01Distribution, che si occupa della distribuzione dei film sin dal primo capitolo, possiamo trovare oltre che il trailer, anche varie clip che anticipano l’uscita nella sale prevista per il 30 Novembre.

22814068_1851104371776879_686366099715646689_n

Curiosi di scoprire come andrà a finire?

Noi non vi anticipiamo nulla, anzi invitiamo tutti i curiosi che hanno perso questa chicca del cinema italiano contemporaneo, o anche i nostalgici che vogliono rinfrescarsi la memoria, a fare la maratona proposta da Rai3 da stasera 16 novembre: due giovedì che ci aiuteranno a ri-familiarizzare con Pietro Zinni e la sua banda in preparazione del gran finale.

23472389_1716506308382839_4955184080828488479_n

Chissà se ne rimarremo delusi o esaltati? Sinceramente io non vedo l’ora di scoprirlo!

Non ci manca che augurarvi una buona visione.

Alessia Schiavella

Tutte le immagini sono state prese dalla pagina Facebook del film.

IT: Chapter One

Una recensione senza spoiler – di Chiara D’Ambrosio

IT è tornato, ma per godere del bel film di Andrés Muschietti (una fotografia notevole, così come notevoli sono i giovani attori) è necessaria una premessa, che a molti risulterà antipatica: non basatevi sul libro. O almeno, abbiate la mente aperta per ritrovare nel nuovo IT una reinterpretazione che – sebbene si discosti da diversi importanti accadimenti del romanzo di King – è comunque fedele a ciò che sono i protagonisti, e in special modo l’antagonista, di quest’opera.

9b270e7d05b84c759e57933b44747c76_MGZOOM

I Perdenti affrontano il mostro dei mostri in un’atmosfera che ricorda piacevolmente la fotografia e la luce di Stranger Things (e non a caso), e lo fanno riempiendo lo schermo senza mai forzare le loro caratteristiche peculiari: la Boccaccia comica di Richie, l’ipocondria di Eddie (che si dimostra uno dei personaggi paradossalmente più ironici rispetto al suo alter-ego cinematografico del ‘90 – decisamente più serio e chiuso in sé stesso); la forza di Bev che nella sola espressività racchiude l’odio atroce per il padre violento e l’amore incondizionato per gli amici; il dolce e amabile Ben, la maturità del giovane Mike, il carattere adamantino di Stan e infine il coraggio del leader, il balbuziente Bill.

it-chapter-1-cast

E poi c’è lui (o lei, per i più fedeli): IT. Bill Skarsgård si prende la grande responsabilità di interpretare uno dei cattivi più completi e al contempo ambigui della storia dell’horror.
Ed è qui che nasce il monito iniziale: non guardare questo film comparando i due mostri delle trasposizioni cinematografiche, o aspettandosi di vedere fedelmente gli eventi del libro su pellicola.

Una trasposizione che non sia fedele al cento percento non è per forza un male, perché è bello vedere come IT venga interpretato sotto un’altra luce senza però mai tradire il personaggio originale.

stephen-king-it_pennywise_5_tim-curry_clown

Se Tim Curry aveva egregiamente proposto un mostro psicologico e astuto, capace di ammaliare e terrorizzare con una confidenza che lo rese amato dal pubblico (e a tutt’oggi sono molti i suoi fan), questo nuovo IT è più animalesco e perverso, nella sua forma più primordiale, che osa (complici anche i notevoli progressi in termini di effetti speciali) e si diverte a godere della paura delle sue vittime.

L’IT di Skarsgård è puro nella sua malvagità: non ha niente di umano se non l’involucro di clown che si disfa e trasforma a suo piacimento, togliendo ogni umanità nelle espressioni della creatura di King (mentre Curry aveva fatto dei modi decisamente più umani e stranamente affascinanti un marchio di fabbrica). Un IT quasi bambinesco, che strilla, ulula, piange schernendo le sue vittime per poi sfociare in risate che possono solo essere definite malate.

pennywise-1-1

Un IT animalesco, meno loquace del suo predecessore, spinto dal puro istinto di nutrirsi di carne e paura. Molto più splatter (di nuovo, gli effetti speciali segnano una differenza sostanziale visto l’allargarsi delle prospettive narrative) eppure senza mai esagerare.

Psicologia e fisicità creano un piacevole equilibrio, e permane anche in questo film la sensazione di ansia e disgusto che aveva caratterizzato il primo (chi ha più mangiato un biscotto della fortuna dopo quella scena?). In più, ancora una volta, a spaventare più del mostro sono le situazioni reali che si presentano: il bullismo, la violenza di un padre, la morbosità di una madre, gli sguardi viscidi di un farmacista su una ragazzina di dodici anni, gli adulti che dimenticano di essere stati bambini e vivono in una dimensione sbiadita e insapore. Temi che tornano nelle opere di King e che sono (purtroppo) all’ordine del giorno anche nella nostra vita. Motivo per cui rendono l’atmosfera pesante e contribuiscono alla sensazione di oppressione voluta da scrittore e registi.

Lane-Brody-What-to-See-in-Movie-Theatres-This-Weekend-IT

Altro elemento da non sottovalutare: il film è diviso in due parti, il che significa che dovremo aspettare il 2019 per rivedere i protagonisti, ormai adulti. Ma anche qui la scelta non dispiace: più tempo e spazio per narrare una storia di per sé lunga e complessa.

IT: chapter one è sicuramente un film da vedere, che propone lo stesso mostro di King in chiave diversa. Un mostro così completo e misterioso che fa piacere rivedere a distanza di qualche anno, e sotto una nuova luce. Purché non sia la Luce dei Morti.

Chiara D’Ambrosio

 

STRANGER THINGS 2.0

Finalmente ci siamo! Il grande ritorno della serie originale Netflix ambientata negli anni 80. – di Sara Schiavella

Da domani 27 ottobre sarà disponibile la nuova stagione di Stranger Things, l’amatissima serie dei fratelli Matt e Ross Duffer. Il secondo e ultimo trailer è stato rilasciato da Netflix venerdì 13 ottobre. E non si poteva scegliere data migliore: ricordiamoci che nulla è lasciato al caso. Un trailer di quasi tre minuti in cui sono presenti i personaggi della prima stagione, ma soprattutto l’atmosfera anni 80 tipica di Stranger Things.

 

 

Per omaggiare gli anni 80 le locandine promozionali sono state create sulla falsa riga dei poster dei film di quegli anni.

21462220_1535107383179169_5479645182701308746_n21731086_1535087706514470_3006127310703800279_n21740081_1535107473179160_6798715666114888442_n21742956_1535107996512441_4510467018502831702_n21751700_1535108176512423_7405711179117237705_n21761608_1535107539845820_2953438325775287662_n

Dal suo debutto sulla piattaforma, il 15 luglio 2016, è diventata la serie cult dell’estate dello scorso anno. Ambientata nel 1983 a Hawkins, una fittizia piccola città dell’Indiana, la storia è incentrata sugli eventi legati alla sparizione, in circostanze misteriose, di un bambino e alla simultanea comparsa di una bambina; il tutto tra realtà parallele, il mondo reale e il cosiddetto sottosopra. Il bambino in questione, il cui nome è Will, è legato moltissimo ai suoi tre amici Mike, Dustin e Lucas, i quali cercano in qualsiasi modo di ritrovare il loro compagno. La bambina, invece, nata come Jane Ives, ma identificata con il numero tatuato sul suo braccio, Undici, fa la sua apparizione circondata da un alone di mistero. La scelta del soprannome della bambina Undi non è molto apprezzata per i fan della serie, i quali preferiscono il soprannome in lingua originale El. Sarebbe stato meglio lasciare invariato il nome Eleven e non cambiarlo nella versione italiana. Talvolta le traduzione letterali non rendono affatto giustizia. La star è proprio lei, nonostante le sole 42 battute pronunciate nella prima stagione: Eleven, l’enigmatica piccola protagonista appassionatissima di Eggos, interpretata da  Millie Bobby Brown.

IMG_4374

L’attrice tredicenne ha conquistato il cuore della stra-grande maggioranza dei fan di Stranger Things, tra cui ricordiamo Aaron Paul, il Jesse Pinkman di Breaking Bad. C’è chi nota una grande somiglianza con una giovanissima Natalie Portman, chi la considera una regina dei social con i suoi 4 milioni e più di follower su Instagram, ma comunque è una grande rivelazione che viene acclamata in maniera talmente positiva da ricevere la nomination al Premio Emmy e agli Screen Actors Guild Awards.

IMG_4375

In questa serie troviamo tantissimi rimandi, citazioni al punto che alcuni l’hanno definita un mix esplosivo tra Steven Spielberg, John Carpenter, Stephen King, George Lucas e non solo. Dai Goonies a E.T.; da Stand by me a Scanners; da Alien a Nightmare; da Fringe a Minority Report; da Twin Peaks a Explorers. E così via, i riferimenti non sono solamente questi. Ci sono moltissimi modelli ai quali attingere, che vengono rimaneggiati, creando una storia molto coinvolgente che riesce a catturare completamente lo spettatore.

Tra le musiche utilizzate nella prima stagione figurano anche molti brani rock degli anni settanta e ottanta; nella colonna sonora, infatti, troviamo canzoni di artisti del calibro di David Bowie, Jefferson Airplane e Clash. In particolar modo Should I Stay or Should I Go è il brano che ricorre più volte. Sfido chiunque a non aver canticchiato questo singolo dopo aver visto più di qualche puntata.

Si tratta di un prodotto tecnicamente valido, ottima regia, perfetta fotografia, grandi attori (tra i quali troviamo una Winona Ryder, nel suo primo ruolo da protagonista in una serie televisiva, nel quale interpreta interpreta Joyce Byers, la disperata mamma dello scomparso Will): il tutto avvolto nella giusta dose di mistero che non guasta affatto. La serie, infatti, oltre ad aver guadagnato popolarità sul web, è stata accolta positivamente dalla critica, che ha lodato la caratterizzazione dei personaggi, l’atmosfera e il cast, composto principalmente da bambini. Stranger Things, proprio per questo, riceve molte candidature e riconoscimenti.

I nuovi episodi si svolgeranno nel 1984, un anno dopo rispetto alla prima stagione, con tantissime sorprese. Nell’attesa di domani, un’ulteriore nuova clip nella quale Mike viene interrogato per scoprire dove si trova Undici/Eleven, è stata diffusa  il 23 ottobre.

Le 8 puntate della prima stagione sono da vedere tutte d’un fiato. Non ho dubbi che accadrà la stessa cosa con gli episodi della seconda stagione. Perciò avviso per tutti, nostalgici degli anni 80 e non: non perdete questa nuova e attesissima stagione di questa serie originale targata Netflix.

Sara Schiavella

Immagini e video presi dalla pagina Facebook e dal canale YouTube di Netflix.

Caso Weinstein: perché proprio non ce la facciamo a credere alle donne

Reinventare narrative ignorando i fatti: un commento alla vicenda – di Chiara Baroni

Ora che il famoso produttore è stato scaricato da tutti e ha perso il suo potere, sempre più donne, più o meno celebri, si stanno facendo avanti per raccontare la loro testimonianza, per dire che sì, è successo anche a loro.

Vulture ha pubblicato la lista completa delle testimonianze (riassunte) rilasciate finora dalle donne che accusano Weinstein. Vi invito veramente a leggerla tutta (se non siete ferrati in inglese copiate tutto e mettetelo dentro Google Translate, qualcosa si perderà ma sono certa che rimarrà abbastanza da farsi un’idea). Ve lo consiglio perché sembra, come spesso succede, che dei fatti non importi molto a nessuno, e che si passi più tempo a discutere dello stato della nota opinionista su Facebook o del titolone di un pessimo quotidiano.

Si è diffusa così una narrativa che è quella del sesso in cambio di favori, sulla quale ci spertichiamo a discutere e a fare la morale, che lui è un porco, però anche loro… che vi è stato bene finché avete fatto carriera, e poi vi svegliate tutte adesso?

egoista
Screenshot dal blog L’egoista di Barbara Di

Ecco, questa narrativa è completamente falsa. Rinnovo l’invito a leggere nel dettaglio tutte le testimonianze: per la maggior parte dei casi si tratta di donne che lavoravano per lui, attrici, modelle e anche dipendenti della società, che si relazionavano con lui per motivi di lavoro, per motivi di lavoro si accordavano per incontrarlo. Sempre Vulture definisce questa situazione “classico scenario da molestia alla Weinstein: un incontro professionale che si trasformava in un’occasione per molestie sessuali”.

Ci si incontrava per pranzo magari, e poi si veniva portate in camera con una scusa, prendere una sceneggiatura e cose così (non stiamo parlando di un lavoro in banca, ed incontrare un produttore famoso nella privacy di una camera d’albergo non sembra così fuori dal mondo). “Oddio sono importante, Harvey Weinstein ha preso dello champagne per me! Fantastico, credo che lavoreremo molto assieme”, pensava qualcuna, come Lauren Holly, attrice canadese a cui alla fine degli anni ’90 fu consigliato di non denunciare. Oppure si ci si era accordati per un incontro per colazione ma poi Weinstein mandava a dire che aveva poco tempo e faceva dirottare le malcapitate dritte nella sua tana. O magari ci si riuniva in stanze – non solo d’albergo ma anche nella sede stessa della compagnia – con altre persone, che servivano a dare all’incontro una parvenza di professionalità, persone che però poi sparivano lasciando le vittime sole con Weinstein. Anche quella di usare altre persone, in particolare altre donne, per dare alla vittima una falsa sensazione di sicurezza, è un’altra “tipica mossa alla Weinstein”.

(Ma del resto a Harvey Weinstein non serviva neanche di rimanere da solo in una stanza, dato che c’è chi, come l’attrice Angie Everhart, racconta che il produttore cominciò a masturbarsi davanti a lei al festival di Venezia quando capitarono sulla stessa barca).

Tutto questo per spiegare che non stiamo parlando di una processione di attricette pronte a immolarsi fuori dalla sua porta in cambio di una parte, ma di un collaudato sistema di trappole, che serviva ad incastrare una donna da sola con lui in un luogo appartato per il tempo necessario ad aggredirla, con le stanze d’hotel elette a scenario prediletto perché ideali a mettere in atto il suo copione: farsi una doccia, spesso con porta aperta, per poi emergere in accappatoio, chiedere un massaggio, denudarsi, aggredire la malcapitata. Queste donne non ci sono “state”, non “gli è andata bene allora e oggi si lamentano”. Sono scappate, si sono chiuse in bagno, sono state costrette magari almeno a baciarlo sulla soglia della porta perché lui permettesse loro di uscire.

E sono andate poi avanti con la loro vita, portandosi dietro un senso di disgusto e di colpa per quello che era successo, come ben spiegato dall’attrice Cara Delevingne che, in merito alla sua esperienza, che l’ha vista fuggire dalla stanza dove il produttore l’aveva attirata per un menage a trois, racconta:

“Ho comunque ottenuto la parte e mi sono sempre sentita come se l’avessi ottenuta per quello che era successo. Da quel momento mi sono sentita uno schifo per aver preso parte al film. Mi sentivo come se non me lo meritassi. Esitavo a denunciare, non volevo ferire la sua famiglia. Mi sentivo in colpa come se avessi fatto qualcosa di sbagliato. Ero terrorizzata dal fatto che questo genere di cosa era successa a molte donne che conosco ma nessuna aveva mai detto niente per paura”.

Non stiamo parlando di favori sessuali in cambio di ruoli, ma di un uomo che ha abusato per tre, quasi quattro, decadi della sua posizione, della sua rete di influenze, per molestare qualunque donna gli aggradasse, garantendosi l’impunità per mezzo di intimidazioni, accordi di riservatezza, pressioni.

È per questo che “non hanno denunciato prima”. “Era la sua parola contro la mia”, ha dichiarato una delle tre donne che assieme ad Asia Argento e all’attrice Lucia Evans muove al produttore le accuse più serie (con loro il produttore sarebbe riuscito nel suo intento di obbligare le donne a rapporti sessuali) ma che per il momento è rimasta anonima. “Ho pensato a quanto fosse impressionante il suo team di avvocati, a quanto avevo da perdere, e ho deciso di andare avanti e basta”. La donna avrebbe continuato a frequentarlo per motivi di lavoro dopo l’incidente e ha riconosciuto che questo comportamento avrebbe fatto pensare, dall’esterno, ad un normale rapporto di lavoro. L’anonima vittima ha dichiarato al New Yorker, “Ero in una posizione vulnerabile e avevo bisogno del mio lavoro. Il mio senso di vergogna e di colpa è aumentato”.

Stiamo parlando di donne che hanno subito molestie, e che anche quando, nel migliore dei casi, sono riuscite a filarsela prima che la situazione precipitasse, se ne sono andate portandosi via un senso di disgusto e impotenza. Nel corso della loro carriera si sono trovate magari a incrociare di nuovo i percorsi con Weinstein, e a dover far finta di niente. Con i loro rifiuti si sono in alcuni casi effettivamente precluse delle opportunità e hanno danneggiato la loro carriera (come sostengono alcune di loro), o quelle dei loro compagni. O magari, se invece ottenevano un ruolo, erano costrette a sentirsi in colpa, a chiedersi se era per quello che era successo in quelle stanze.

Weinstein faceva inoltre sfoggio della sua capacità di fare terra bruciata attorno a chiunque, dava avvertimenti alle sue vittime invitandole a pensarci a fondo prima di non essere gentili con lui. Faceva notare loro come era in grado di usare la stampa per screditare chi gli si opponesse. Che è un po’ quello che sembra essere successo alla modella Ambra Battilana Gutierrez, aggredita fisicamente da Weinstein nella sede della compagnia in tempi più recenti (marzo 2015). La modella ha fatto quello che in molti invocano a gran voce: denunciare. Dopo la sua denuncia, la polizia ha registrato grazie a lei i comportamenti disgustosi del produttore, ma il procuratore ha rinunciato a procedere quando il passato della ragazza (la modella è stata anche alle famose feste del nostro ex-Presidente del Consiglio) è cominciato a venire fuori sui tabloid. Non credibile.

Quando ci chiediamo perché le vittime di abusi non si facciano subito avanti, proviamo a pensare a tutto questo. Pensiamo che lo stupro è l’unico reato per cui il processo, almeno mediaticamente (ma non sempre solo mediaticamente) si fa anche alle vittime. Pensiamo che in questo caso non solo bisognava provare che i fatti fossero realmente accaduti, ma anche mettersi contro un enorme sistema di potere che aveva le capacità di zittire le vittime e relegarle ai margini. Certo, se il sistema si è tenuto in piedi fino ad oggi è anche per la fortissima omertà che lo ha protetto, ma tra tutte le persone che hanno taciuto, mi rifiuto di scaricare la responsabilità sull’anello più debole di quella catena, che sono appunto le vittime, contro le quali invece l’opinione pubblica è stata più vocale, nel rimproverarle e zittirle, ancora una volta.

La risposta al perché hanno scelto di non denunciare dunque in realtà non è difficile da trovare a volerla cercare, e basterebbe leggere le testimonianze dirette delle donne coinvolte per farsi un quadro della situazione, prima di sparare sentenze. Le vittime avevano tutto da perdere nell’attaccare un sistema di potere come quello di Weinstein, e ad affrontare l’abuso davanti al mondo. Un mondo che è sempre veloce ad accusare chi si fa avanti di essere in cerca di soldi o fama, a far loro il terzo grado sulla loro vita sessuale, sul loro passato.

Ciò che sta succedendo in questi giorni sui social, e purtroppo anche su quotidiani nazionali, dove è scattata la gara ad esprimere giudizi, a fare la battuta più salace e prendere più like, dimostra quanto questo meccanismo sia stato ancora una volta perfettamente funzionante. Quello che è accaduto è esattamente quello che le vittime temevano: poca attenzione come sempre all’aggressore, tutta per le vittime. Per le loro motivazioni, per non aver denunciato prima, subito, per non essersi sapute imporre. Per le loro scuse, e i nostri rimproveri, che “ti è andata bene perché ci hai guadagnato”, ignorando evidentemente cosa siano le dinamiche di potere e quali fossero quelle in atto.

screenshot libero
Libero del 13 ottobre 2017, via Vice Italia

A questo proposito, come si diceva, la testimonianza di Asia Argento è una delle tre che fanno riferimento agli episodi più gravi e deplorevoli denunciati finora, ed è anche quella che, per il fatto di trovarsi nella zona più “moralmente grigia”, ha attirato maggiormente lo scherno, la derisione e la ferma condanna della Gente, ma pure dei giornalisti (alcuni) e le opinioniste (sic) che ci tengono a ricordarci che non è così che ci si comporta, o almeno loro non avrebbero fatto così.

L’attrice ha parlato, nega di avere intrattenuto una relazione con il produttore, ammette di non averlo denunciato per non inimicarselo, per non danneggiare la sua carriera. Parla della difficoltà nell’elaborare il suo senso di colpa per non essersi saputa opporre, per non essersi saputa difendere e per esserci ricascata alcuni anni dopo. E perché non dovremmo crederle? E se anche non fosse tutto esattamente come dice lei, se nella sua versione della storia qualche angolo fosse un po’ smussato, per uscirne meglio, sentirsi meno responsabile per quello che è accaduto, cancellerebbe il fatto che quello che ha subito è un grave abuso che le ha evidentemente segnato la vita?

È il momento di cominciare ad esercitare un po’ di empatia, di smettere di esprimere giudizi sferzanti, e cominciare seriamente ad ascoltare le vittime di abusi, per costruire un clima in cui denunciare sia veramente una scelta praticabile, senza che alla vergogna e alla colpa che ci si porta dietro, e che i carnefici come Weinstein abilmente sfruttano per rimanere impuniti, si aggiunga il giudizio sferzante della società.

Asia Argento non è una vittima che piace. Fa antipatia, è “ricca e famosa di famiglia”, non ricalca la narrativa della vittima ideale, non è una Santa Maria Goretti che si immola per lavare l’onta e che con il suo sacrificio salva se stessa e il suo aggressore. È una donna molto più reale, in un mondo reale, che come spesso succede, non solo alle attrici, col suo aggressore ha dovuto continuare a convivere, venire a patti, senza poterlo escludere totalmente dalla sua vita. Gli aggressori non sono sempre sconosciuti in vicoli bui, nella maggior parte dei casi sono nelle nostre case, o nei nostri uffici. La realtà non è sempre bianca o nera, e illuminare quella zona grigia che sta nel mezzo può portare alla vista cose non belle, che magari avremmo preferito non vedere, ma che nondimeno esistono. Sarebbe più facile prendere le parti di vittime con cui si può empatizzare maggiormente, più simpatiche, meno compromesse, più palesemente vittime insomma. Ma poi nella realtà queste vittime non esistono quasi mai, si trova sempre un po’ di colpa da addossare loro, c’è sempre qualcosa da mettere in dubbio nelle loro storie.

Ma magari dice così perché si è pentita di esserci stata e ora denuncia…

Lui ha fatto male, ma lei non era certo una santa…

Prima c’è stata e ora lo accusa perché vuole i suoi soldi… o fama, attenzione, e così via.

Basta. Facciamo uno sforzo: quando una donna (e in generale una vittima), trova il coraggio di riportare un abuso, ascoltiamola.

Chiara Baroni

Immagine di copertina via foxlife.it