CINEMA E CENSURA

Tra America e Italia – Mattia Pizzari

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La censura è la volontà governativa di controllare l’espressione artistica. Ogni qualvolta vi sia un’innovazione espressiva che non viene capita o accettata  da chi governa, essa fa nuovamente la sua comparsa.

Non a caso con la nascita del cinema la censura è tornata a farsi sentire più forte che mai, non solo in Italia ma anche in America, dove per esempio dagli anni venti fino quasi agli anni sessanta le case di produzione hollywoodiane sono costrette a rispettare il famoso Productions Code, meglio conosciuto come codice Hays dal nome del suo inventore. Esso fu uno dei sistemi di censura più duri mai conosciuto ad Hollywood:   creata in seguito ad alcuni scandali nati in seno alla vita hollywoodiana, tra cui la morte di un attore in seguito agli stravizi di una delle tante serate che le star passavano oltre i limiti, esperienze molto in voga durante quegli anni. Il codice prevedeva una serie di regole molto dure riguardanti cosa si doveva o meno far vedere sul grande schermo, in modo da mantenere intatta la moralità degli spettatori. Infatti la paura più grande dei governi era che l’amoralità di Hollywood si trasferisse alla popolazione: difatti sullo schermo non si dovevano mostrare scene di nudo e non era accettato l’adulterio. Vi erano anche regole sui vestiti e i comportamenti da tenere: insomma si trattava di norme molto restrittive che spesso hanno traviato i contenuti creativi di questi film. Dico traviato perché la censura del codice Hays si poteva riservare di intervenire anche sul montaggio finale dell’opera, ovvero una della parti più delicate della creazione di un film, in cui una scelta sbagliata può compromettere del tutto la volontà espressiva degli ideatori. L’interesse di questi signori non era quindi conservare il topos dell’opera, ma tagliare approssimativamente le parti ritenute inadatte cambiando così intere storie.

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Per quanto riguarda l’Italia la Chiesa ha influenzato maggiormente le politiche censorie. Da sempre infatti i vari governi hanno cercato di porsi come intermediari per garantire un giusto equilibrio tra la morale cattolica e le opere cinematografiche. Andreotti fu garante di questa mediazione fin dagli anni ‘60, periodo in cui la morale cattolica subì alcune trasformazioni.

Anche da noi la storia recente della censura viaggia di pari passo con l’affermarsi della settima arte: tutto inizia con il regio decreto n 532 del 31 maggio 1914 approvato durante il governo Giolitti; poi si assiste ad un’ulteriore stretta in senso censorio durante il regime fascista. La censura infatti viene affidata al Ministero della Cultura Popolare. Anche con l’avvento della Repubblica, non si assistono a modifiche importanti nonostante l’articolo 21 della costituzione che garantisce la libertà di espressione. Ancora la Chiesa fu determinante a confermare il regime censorio. Le prime modifiche vengono attuate nel luglio 2007 con il disegno di legge n 161 che introduce l’obbligo per i produttori di specificare a quale fascia di età appartenga il prodotto sviluppato: i famosi bollini (rosso – verde -giallo) .
Purtroppo anche se a livello legislativo la censura si è ammorbidita ad oggi si è evoluta in qualcos’altro. Molto spesso la violenza e l’intimidazione di alcune persone fuori da ogni circuito culturale, tentano di limitare la libertà di espressione su temi eticamente delicati. La cronaca in Italia è ricca di casi di aggressioni verso registi che hanno tentato di sottolineare tematiche scottanti.

Mattia Pizzari

Immagine di copertina da qui.

Riambientiamoci 2018

– di Alessia Schiavella

Tutto pronto per la manifestazione di fine anno della scuola primaria di Cave! 😎

L’8 giugno, al piazzale ex stazione, vi aspettano tutti i ragazzi, dai più piccoli ai più grandi con laboratori didattici in collaborazione con varie associazioni. Si ringraziano infatti: l’Associazione genitori, il Consiglio dei giovani di Cave, la Pro loco di Cave, il Museo Civico di Cave “Lorenzo Ferri”, il Liceo Artistico “Henri Matisse” di Cave, la rappresentanza Territoriale di Palestrina Ordine Dottori Commercialisti di Tivoli, il Centro Diurno minori città di Cave, l’Associazione culturale “Caffecorretto”, il Centro MAB di Francesca Magrelli, le scuole di danza “Danza Amica”, “Idea Danza”, “New Dance School Cave”, l’Associazione bandistica “Città di Cave”, l’Associazione “Dimensione donna”, MartaDeRenzi Creations, l’Associazione di danze popolari “Passo Antico”, l’Associazione culturale “Ma ‘n te Movie”, la Fondazione “Maadi”, Asd Volley Cave, US Basket Cavese, l’Associazione sportiva di football americano “Minatori Cave”.

Entrando un po’ più nel dettaglio, ci sarà anche una mostra “I primi 50anni della Scuola dell’Infanzia(1968-2018)” al Palazzetto dell’Arte; l’Inaugurazione della “Panchina Rossa”, come testimonianza della Città contro la violenza sulle donne a cura dell’Associazione Dimensione Donna. Sempre all’Ex-Stazione abbiamo l’esibizione sia dell’Accademia “Cavarum Terrae” che della banda “Città di Cave”. Dalle 18.00 partiranno i festeggiamenti per Ritorno del Treno in stazione, con una mostra all’interno della vettura visitabile. Si conclude la serata con la pizza di PizzaOnTheRoad e con la proiezione del film WONDER.

Non ci resta che rinnovare l’appuntamento per domani 8 giugno dalle mattina alla sera.

Alessia Schiavella

Una storia di spie

Questa è una storia, o almeno una parte di essa.

Una storia di spie, intrighi, avvelenamenti e crisi diplomatiche. Una storia che non è una storia.
Sembra la trama, o almeno parte di essa, di un film di spionaggio, uno di quelli di 007, di James Bond e il cattivo di turno.
Solo che qui non ci sono buoni e cattivi.
Ci sono spie, ci sono misteri e ci sono equilibri internazionali minati.
Ci sono due persone in ospedale, contaminati da un gas nervino del progetto Novichok.

Domenica 4 marzo, su una panchina nel paesino di Salisbury, un uomo e una donna sono accasciati uno sull’altra. Non è una scena commovente, o meglio non lo è per i motivi che si potrebbero immaginare.
Sono stati avvelenati da un agente nervino sviluppato nell’Unione Sovietica 40 anni fa,
quando c’era la corsa alle armi silenziose, quando c’era la guerra fredda, quando a farla da padroni nell’Europa del tempo erano le spie.
Le due persone in ospedale hanno dei nomi. Sono Sergei Skripal e sua figlia Yulia.
Sergei Skripal ha 66 anni e vive una vita ordinaria, conosce il vicinato, frequenta i locali del suo quartiere, porta abitualmente i fiori sulla tomba della moglie, ed è molto legato a sua figlia. Una persona normale. Se non fosse per un dettaglio: Sergei Skripal ha fatto parte del GRU i servizi segreti Russi, in un dislocamento in azione in Spagna. Ed è nel periodo spagnolo della carriera di Skripal che viene avvicinato dall’MI6, gli 007 britannici, con cui inizia una collaborazione durata circa 10 anni in cui passa informazioni sul GRU.
Viene arrestato e processato dai Russi. Viene liberato nel 2010 in uno scambio in stile “Il ponte delle spie” di Spielberg.
Inizia una nuova vita in Inghilterra.
Viene avvelenato.
Chi ha portato del gas nervino costruito nei laboratori sovietici durante la guerra fredda, vietato dalle convenzioni internazionali, per assassinare una spia ormai in pensione?
Per Theresa May, Primo ministro Inglese, sono stati i Russi. E questa tesi è stata appoggiata pubblicamente da Trump e da diversi capi di stato europei. Anche Donald Tusk il presidente del Consiglio Europeo in un tweet ha puntato verso la Russia.
Per Vladimir Putin invece queste sono accuse inaccettabili, come inaccettabile è la decisione di espellere 23 diplomatici russi dalla Gran Bretagna. Il presidente Russo infatti punta il dito contro presunti nemici della patria intenti a rovinare l’immagine della madre patria.
Questa storia è molto simile a quella dell’agente del KGB divenuto poi dissidente del governo Putin, Aleksandr Litvinenko, assassinato con del Polonio 210 nel quartiere di Piccadilly a Londra nel 2006.
Come siano andate veramente le cose per quanto riguarda il caso Skripal non è ancora chiaro. Ci sono alcuni interrogativi che forse non avranno mai una risposta.

Ma questa è una storia, o almeno una parte di essa. Una storia di spie, intrighi, avvelenamenti e crisi diplomatiche. Una storia che non è una storia.

Valerio Lombardo

IL RITORNO DI BLACK MIRROR

Finalmente svelata la data di uscita della quarta stagione. – di Sara Schiavella

È ufficiale: finalmente è stata svelata la data di uscita della quarta stagione di Black Mirror. Questo fatidico giorno sarà il 29 Dicembre. E noi possiamo metterci comodi e gustarci tutte le sei nuove puntate di questo eccellente prodotto targato Netflix. Oltre alla data abbiamo un trailer completo, in cui sei storie, in sei periodi differenti, si susseguono in un climax di ansia e angoscia:

Black Mirror è una delle serie che ha ottenuto più successo negli ultimi tempi, ma soprattutto una delle più apprezzate in assoluto. È una serie antologica, poiché personaggi e scenari (distopici) cambiano in ogni episodio. Questo può essere un punto decisamente a favore, in quanto si può amare una puntata ma disprezzare quella successiva perché le due non hanno affatto dei collegamenti tra loro. Inoltre si può decidere l’ordine in cui vedere le varie stagioni: ogni puntata segue un proprio filo narrativo e si può scegliere a proprio piacere da quale cominciare.

È una serie molto comunicativa, che fa riflettere, con i suoi diversi episodi che trattano tematiche significative, come il rapporto fra gli esseri umani e la tecnologia e i rischi scaturiti da essa; ma non solo, ogni episodio tratta un argomento particolare e il lieto fine non c’è MAI.

Black Mirror è scritta e prodotta da Charlie Brooker, sceneggiatore, conduttore e produttore televisivo britannico. Le prime due stagioni (del 2011 e del 2013), composte da tre episodi ognuna, sono state prodotte dalla società multinazionale Endemol; nel 2014 è stato annunciato l’episodio speciale White Christmas trasmesso nel Regno Unito proprio durante il periodo natalizio. Dal 2015 è passata a Netflix che, acquistandone i diritti, ha commissionato le ultime due stagioni da sei puntate ciascuna.

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Nel trailer, di cui abbiamo già parlato sopra, viene ripetuta l’espressione “tutto accade per una ragione”. Abbiamo già i nomi degli episodi, ovvero: USS Callister, ArkAngel (diretto da Jodie Foster), Crocodile, Hang the DJ,  Metalhead (interamente in bianco e nero) e Black Museum.

Tra le vecchie puntate c’è chi preferisce White Bear o Shut Up and Dance; chi The Entire History of You o San Junipero (che oltretutto si è aggiudicata nel 2017 l’Emmy Award come miglior film per la televisione). Chi il pilot The National Anthem, chi la 3×06 Hated in the Nation di ben 89 minuti. Fatto sta che nel complesso è un ottimo prodotto, tanto da vincere, nel 2012, un International Emmy Award come miglior miniserie televisiva.

Questo capolavoro, composto da puntate a sé stanti, senza un filo conduttore cronologico, ma solo di contenuto ovvero una società alternativa e futuristica (c’è chi per questo lo paragona a Brave New World o 1984), mostra i lati oscuri del progresso tecnologico. Anche se a detta dei creatori non è proprio così. Leggete questo articolo se non ci credete.

Inoltre, a dirla tutta, alcuni fatti rappresentati non sono molto distanti da ciò che accade nella vita reale. In questo articolo potete trovare degli esempi.

Il regista sceglie di rendere ancora più inquietante la fine dell’anno con un debutto appena prima di Capodanno, il 29 dicembre. Prepariamoci a dire addio al 2017 con l’amaro in bocca. Meno di due settimane e possiamo finalmente fare binge watching di questa attesissima serie.

Sara Schiavella

VIKINGS RITORNA IN ITALIA A PARTIRE DAL 30 NOVEMBRE

Da giovedì, una puntata a settimana, a meno di 24 ore dall’uscita originale, solo su TIMVision.

Solamente 48 ore ci separano dalla quinta stagione di Vikings, che arriverà nel nostro paese in anteprima esclusiva su TIMVision, dopodomani, il 30 novembre, e poi continuerà ad essere trasmesso a cadenza settimanale, a sole 24 ore dalla messa in onda in America. Da domani infatti, Vikings 5, ritorna negli Stati Uniti sul network via cavo History, con una puntata a settimana, trasmessa il mercoledì. I norreni, gli uomini del Nord, tornano nuovamente ad esaltarci con le loro avventure, le loro battaglie e le loro traversate a bordo di navi velocissime, i Drakkar, dotate di una polena a forma di testa di drago sulla prua.

Qui sotto, possiamo vedere il trailer della quinta stagione:

Dal suo esordio, avvenuto il 3 marzo 2013 in Canada e negli Stati Uniti, la serie di genere storico, ha ottenuto un enorme successo da parte della critica, raccogliendo tantissimi fan sparsi in tutto il mondo. Ideata e scritta da Michael Hirst (I Tudors, I Borgia, Elisabeth: The Golden Age), è una co-produzione internazionale tra Irlanda e Canada.

In Italia, la prima stagione è stata trasmessa su Rai 4, mentre la seconda, la terza e la quarta sono state distribuite attraverso il servizio on demand TIMvision, ma gli episodi si possono trovare anche su Netflix e NowTV (Sky on demand).

La serie, ambientata nel IX secolo d.C. tra la Scandinavia e le isole britanniche, racconta in chiave romanzata le vicissitudini del famosissimo guerriero vichingo Ragnarr Loðbrók, dei suoi compagni e della sua famiglia. Il re semi-leggendario è interpretato magistralmente dall’attore australiano Travis Fimmel. Ne ha fatta di strada il modello internazionale tra i più popolari al mondo, noto soprattutto per aver posato in diverse campagne pubblicitarie per Calvin Klein.

La nuova stagione, come la quarta, avrà 20 episodi divisi nuovamente in due parti, ed oltre la conferma di alcuni attori, abbiamo delle novità in arrivo. Entrerà nel cast l’attore Jonathan Rhys-Meyers rivestendo i panni del giovane e spregiudicato vescovo sassone, alleato di Aethelwulf, di nome Heahmund, già visto nell’ultima puntata della quarta stagione. Il regista e l’attore irlandese si conoscevano da tempo: avevano infatti già collaborato nella serie televisiva I Tudors.

Nel tempo abbiamo dovuto, a malincuore, dire addio ad alcuni personaggi cardine, ma in questa stagione, ritroviamo, per la gioia di molti, uno dei pilastri portanti della serie: Lagertha. La donna guerriera per eccellenza è interpretata dall’attrice, taekwondoka e karateka canadese, Katheryn Winnick. La prima moglie di Ragnarr, ha saputo farsi amare, fin dalla prima puntata della prima stagione, attraverso la sua bellezza, la sua intelligenza e la sua forza; la nostra cara skjaldmær, continuerà ad essere la regina di Kattegat ma sarà sempre più minacciata.

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Ci sono alcune curiosità da sapere, ad esempio che la figlia del regista, Maude Hirst, interpreta Helga, la moglie di Floki; inoltre la sigla di apertura è il brano If I Had a Heart dell’artista svedese Fever Ray che compare in un episodio di Breaking Bad, (ogni volta che ascoltavo la sequenza dei titoli di testa, mi tornava in mente la canzone utilizzata durante le scene prima e durante la festa di Jesse Pinkman nella puntata 4×03). In più lo show doveva essere solamente una mini-serie tv di appena 9 episodi (non a caso compare questo numero che è strettamente legato alla mitologia norrena), ma è stato rinnovato in seguito al forte sostegno ottenuto dalla critica e dagli spettatori.

Tra i punti a favore della serie, nonostante alcune inesattezze storiche, possiamo sottolineare la ricostruzione autentica e naturale di ambientazioni e costumi, tanto da essere stata nominata per diversi premi, vincendone alcuni.

Esiste un altro motivo per cui guardare questa serie. Per tutti coloro che non la conoscono e sono in astinenza da Game of Thrones, c’è chi dice che Vikings sia la cura ideale per ingannare l’attesa della settima stagione della serie HBO.

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Oltretutto questa che arriva domani non sarà l’ultima. Infatti Vikings avrà una sesta stagione. Le vicende dei nostri amati personaggi non termineranno con la quinta. La notizia è stata data direttamente da History: anche la sesta stagione conterà 20 episodi. Le riprese sono già cominciate, anche se noi non sappiamo ancora la data d’uscita. Per ora accontentiamoci di vedere questi nuovi episodi. Io non sto più nella pelle e voi?

Sara Schiavella

 

SMETTO QUANDO VOGLIO – AD HONOREM

Ultimi giorni di attesa per l’episodio finale di questa trilogia tutta italiana- di Alessia Schiavella

Finalmente ci siamo: il 30 novembre esce SMETTO QUANDO VOGLIO – AD HONOREM, il terzo e ultimo episodio della saga del regista Sydney Sibilia. Classe 1981, nato a Salerno, questo giovane ragazzo si dimostra brillante e intraprendente: riscuotendo successo attraverso dei cortometraggi, tra cui il più riconosciuto dalla critica “Oggi gira così” del 2010, decide di fare il salto di qualità cimentandosi nel grande schermo.

Il primo film fu molto fortunato: uscito il 6 febbraio 2014, riscosse molto successo e ricevette vari premi tra cui Miglior Commedia ai Globi d’Oro e Rivelazione dell’Anno e miglior manifesto ai Ciak D’Oro.

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Il plot è semplice: siamo a Roma ai giorni d’oggi. Il protagonista Pietro Zinni (interpretato da Edoardo Leo) è un ricercatore neurobiologo al quale non è stato rinnovato l’assegno di ricerca universitaria. Disperato, decide di mettere su una banda sfidando la legalità: difatti crea, grazie al suo amico chimico Alberto (interpretato da Stefano Fresi) momentaneamente lavapiatti in un ristorante cinese, una smartdrug prodotta con sostanze ancora non considerate illegali dal Ministero della Salute. Completano il gruppo due latinisti, Mattia e Giorgio (interpretati da Valerio Aprea e Lorenzo Lavia) costretti a fare i benzinai; Bartolomeo (Libero De Rienzo), economista che cerca di applicare regole matematiche al poker; Arturo (Paolo Calabresi), archeologo universitario malpagato e Andrea (Pietro Sermonti) antropologo che cerca lavoro, ma trova problemi a causa del suo linguaggio “aulico”.

Tutti hanno una cosa in comune: sono insoddisfatti delle proprie vite, poiché le loro abilità non vengono apprezzate dalla società, costringendoli a fare lavori non idonei alle loro competenze.

La storia è particolare: da una parte parla del precariato, della mancanza di fondi universitari e della rassegnazione a una società che non premia “i migliori”, dall’altra gli eccessi causati dai soldi facili.

Il tutto in una chiave moderna e innovativa, fresca dai colori saturi. I personaggi sono molto caratterizzati, alcuni anche troppo (ma Alberto in pelliccia è esilarante) ma allo stesso tempo veri e naturali nella recitazione, e la comicità è a tratti amara: ne esce un film ben fatto, acclamato dalla critica.

Proprio per questo, sulla scia del successo del primo, viene annunciata la produzione di una trilogia: Smetto Quando Voglio – Masterclass, uscito il 2 febbraio 2017 e Smetto Quando Voglio – Ad Honorem in uscita il prossimo 30 novembre.

Le riprese di entrambi i film iniziano nell’aprile 2016 a Roma, per poi spostarsi in Nigeria e in Thailandia. La banda si arricchisce di tre nuovi elementi: Giulio Bolle (Marco Bonini), medico anatomista, che vive di combattimenti in Thailandia; Lucio Napoli (Gianpaolo Morelli), professore che vende armi in Nigeria; e l’avvocato di diritto canonico Vittorio. Inoltre un ruolo di rilievo è ricoperto dall’agente Coletti (Greta Scarano), con la quale la banda raggiunge un accordo. Accanto a Il Murena (Neri Marcorè), cattivo nel primo episodio, in Masterclass vediamo la figura di un nuovo cattivo Walter Mercurio (Luigi Lo Cascio).

Il secondo episodio della saga viene anticipato e promosso non solo tramite trailer o clip, disponibili sulla pagina Facebook del film, ma anche da fumetti da collezione in allegato a La Gazzetta dello Sport con 4 cover differenti realizzate da ZeroCalcare, Giacomo Bevilacqua, Roberto Recchioni e Riccardo Torti.

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Il colore predominante sia della pubblicità ma anche del film, a tratti psichedelico, è di nuovo il giallo: la critica apprezza, tanto da eguagliare i successi al botteghino della prima pellicola.

Mentre la promozione internazionale del film continua (all’estero viene presentato con il titolo I Can Quit Whenever I Want) noi ci prepariamo a visionare l’ultimo episodio della trilogia. Infatti dal 27 Ottobre è ufficialmente online la locandina e sulla pagina 01Distribution, che si occupa della distribuzione dei film sin dal primo capitolo, possiamo trovare oltre che il trailer, anche varie clip che anticipano l’uscita nella sale prevista per il 30 Novembre.

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Curiosi di scoprire come andrà a finire?

Noi non vi anticipiamo nulla, anzi invitiamo tutti i curiosi che hanno perso questa chicca del cinema italiano contemporaneo, o anche i nostalgici che vogliono rinfrescarsi la memoria, a fare la maratona proposta da Rai3 da stasera 16 novembre: due giovedì che ci aiuteranno a ri-familiarizzare con Pietro Zinni e la sua banda in preparazione del gran finale.

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Chissà se ne rimarremo delusi o esaltati? Sinceramente io non vedo l’ora di scoprirlo!

Non ci manca che augurarvi una buona visione.

Alessia Schiavella

Tutte le immagini sono state prese dalla pagina Facebook del film.

IT: Chapter One

Una recensione senza spoiler – di Chiara D’Ambrosio

IT è tornato, ma per godere del bel film di Andrés Muschietti (una fotografia notevole, così come notevoli sono i giovani attori) è necessaria una premessa, che a molti risulterà antipatica: non basatevi sul libro. O almeno, abbiate la mente aperta per ritrovare nel nuovo IT una reinterpretazione che – sebbene si discosti da diversi importanti accadimenti del romanzo di King – è comunque fedele a ciò che sono i protagonisti, e in special modo l’antagonista, di quest’opera.

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I Perdenti affrontano il mostro dei mostri in un’atmosfera che ricorda piacevolmente la fotografia e la luce di Stranger Things (e non a caso), e lo fanno riempiendo lo schermo senza mai forzare le loro caratteristiche peculiari: la Boccaccia comica di Richie, l’ipocondria di Eddie (che si dimostra uno dei personaggi paradossalmente più ironici rispetto al suo alter-ego cinematografico del ‘90 – decisamente più serio e chiuso in sé stesso); la forza di Bev che nella sola espressività racchiude l’odio atroce per il padre violento e l’amore incondizionato per gli amici; il dolce e amabile Ben, la maturità del giovane Mike, il carattere adamantino di Stan e infine il coraggio del leader, il balbuziente Bill.

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E poi c’è lui (o lei, per i più fedeli): IT. Bill Skarsgård si prende la grande responsabilità di interpretare uno dei cattivi più completi e al contempo ambigui della storia dell’horror.
Ed è qui che nasce il monito iniziale: non guardare questo film comparando i due mostri delle trasposizioni cinematografiche, o aspettandosi di vedere fedelmente gli eventi del libro su pellicola.

Una trasposizione che non sia fedele al cento percento non è per forza un male, perché è bello vedere come IT venga interpretato sotto un’altra luce senza però mai tradire il personaggio originale.

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Se Tim Curry aveva egregiamente proposto un mostro psicologico e astuto, capace di ammaliare e terrorizzare con una confidenza che lo rese amato dal pubblico (e a tutt’oggi sono molti i suoi fan), questo nuovo IT è più animalesco e perverso, nella sua forma più primordiale, che osa (complici anche i notevoli progressi in termini di effetti speciali) e si diverte a godere della paura delle sue vittime.

L’IT di Skarsgård è puro nella sua malvagità: non ha niente di umano se non l’involucro di clown che si disfa e trasforma a suo piacimento, togliendo ogni umanità nelle espressioni della creatura di King (mentre Curry aveva fatto dei modi decisamente più umani e stranamente affascinanti un marchio di fabbrica). Un IT quasi bambinesco, che strilla, ulula, piange schernendo le sue vittime per poi sfociare in risate che possono solo essere definite malate.

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Un IT animalesco, meno loquace del suo predecessore, spinto dal puro istinto di nutrirsi di carne e paura. Molto più splatter (di nuovo, gli effetti speciali segnano una differenza sostanziale visto l’allargarsi delle prospettive narrative) eppure senza mai esagerare.

Psicologia e fisicità creano un piacevole equilibrio, e permane anche in questo film la sensazione di ansia e disgusto che aveva caratterizzato il primo (chi ha più mangiato un biscotto della fortuna dopo quella scena?). In più, ancora una volta, a spaventare più del mostro sono le situazioni reali che si presentano: il bullismo, la violenza di un padre, la morbosità di una madre, gli sguardi viscidi di un farmacista su una ragazzina di dodici anni, gli adulti che dimenticano di essere stati bambini e vivono in una dimensione sbiadita e insapore. Temi che tornano nelle opere di King e che sono (purtroppo) all’ordine del giorno anche nella nostra vita. Motivo per cui rendono l’atmosfera pesante e contribuiscono alla sensazione di oppressione voluta da scrittore e registi.

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Altro elemento da non sottovalutare: il film è diviso in due parti, il che significa che dovremo aspettare il 2019 per rivedere i protagonisti, ormai adulti. Ma anche qui la scelta non dispiace: più tempo e spazio per narrare una storia di per sé lunga e complessa.

IT: chapter one è sicuramente un film da vedere, che propone lo stesso mostro di King in chiave diversa. Un mostro così completo e misterioso che fa piacere rivedere a distanza di qualche anno, e sotto una nuova luce. Purché non sia la Luce dei Morti.

Chiara D’Ambrosio