CENSURA E AUTOCENSURA. LIBERTÀ O STAMPA?

Censura o autocensura? Libertà di stampa – di Valerio Lombardo

Annunci

Nell’epoca in cui viviamo, quello della censura giornalistica dovrebbe essere ormai un discorso chiuso, archiviato. Ma non è così.

In Spagna lo Stato ha applicato la cosiddetta “legge bavaglio” che vieta ai giornalisti di fotografare o pubblicare forze dell’ordine durante manifestazioni.
In Ungheria, Orban ha ridotto ai minimi termini la libertà di stampa.
In Somalia, Ilaria Alpi e il suo cameraman Miran Horovatin, sono stati assassinati “probabilmente” per delle inchieste che stavano portando avanti su traffici di armi e rifiuti tossici.

I dati raccolti dall’AGCOM (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) tra il 2012 e il 2016 hanno reso nota una percentuale altissima di giornalisti assassinati.  Circa 530 in tutto il mondo.
Un’altra statistica a dir poco agghiacciante, sempre rilevata dall’ AGCOM, parla dell’impunità che in sede giudiziaria è pari a 9 casi su 10, verso coloro che commettono crimini verso i giornalisti.

A cosa porta commettere un crimine contro un giornalista? Come, purtroppo, siamo abituati a vedere qui in Italia, molti giornalisti devono vivere costantemente con la scorta, tra i più famosi Lirio Abbate giornalista dell’Espresso a cui dobbiamo la prima inchiesta su Mafia Capitale, Federica Angeli, giornalista di Repubblica in lotta contro i clan di Ostia dal 2012 e Paolo Borrometi, giornalista siciliano le cui inchieste l’avevano portato al centro del mirino delle famiglie del ragusano.
Un altro dato importante da non sottovalutare è, per quanto riguarda l’Italia, che c’è un altissimo livello di protezione per il mondo giornalistico.  Tuttavia per la classifica stilata da Giornalisti senza Frontiere, l’Italia è al 46° posto per libertà di stampa.
Tutto questo perché?
La risposta la si può trovare da una parte per, appunto l’elevato numero di episodi negativi che hanno come protagonista dei giornalisti. Come ad esempio lo scorso novembre, la testata di Roberto Spada allora reggente del clan spada ad Ostia, contro Daniele Piervincenzi, giornalista di Rai 2.
Dall’altro bisogna pensare a tutte quelle figure giornalistiche “minori”, quelle delle realtà locali o comunque non appartenenti a testate importanti. Fuori dunque dalla risonanza mediatica nazionale.
Molto spesso queste figure, nel momento in cui trovano la possibilità di portare avanti un’inchiesta si trovano davanti ad un bivio. Denunciare e  quindi andare avanti oppure fermarsi e lasciar stare.
Tutto questo perché?
Perché molto spesso magari non ci si sente sicuri, magari sono arrivate delle minacce.
Un numero statistico è molto complesso da riportare perché la maggior parte delle volte queste situazioni rientrano nel cosiddetto “numero oscuro” che nella criminalistica rappresenta tutto quell’insieme di casi non denunciati.

Non continuare un’inchiesta per paura. Lasciar stare un’indagine perché non ci si sente sicuri. Non finire di scrivere un articolo perché “tanto non serve a niente” o non ne vale la pena, è autocensura.
E l’autocensura in Italia nel 2018 è inaccettabile. Servono più tutele e rapidamente dallo Stato. Il giornale è la voce del popolo, è informazione, è la base della cultura. Quando questo viene meno perché non si è tutelati o non lo si è abbastanza, bisognerebbe fermarsi, ragionare e agire il prima possibile per migliorare la situazione.

 

Valerio Lombardo

Immagine di copertina da qui.

ARTE E POLITICA

Come l’arte è stata utilizzata nel corso del tempo per fare politica. Potere, denuncia e manifestazioni di idee, l’arte è (anche) tutto questo – di Valerio Lombardo

Dalle maestose opere egizie e persiane, al “potere delle immagini” nel periodo augusteo, che Paul Zanker ha descritto in maniera impeccabile nell’omonimo libro; passando per il rinascimento e il mecenatismo che soprattutto in Italia ha portato alla creazione di opere magnifiche, fino ad arrivare ai più moderni utilizzi della propaganda, l’arte ha da sempre avuto un ruolo fondamentale per la politica.
Anche in una delle più grandi opere mai scritte, la Divina Commedia di Dante, il tema politico è centrale.

dante
Lo stesso Dante Alighieri infatti passa la sua vita tra Arte e Politica. Quest’ultima sarà proprio il motivo per il quale dovrà lasciare la sua città natale, Firenze.
In un celebre passo, nel VI canto del Purgatorio, quello riservato in tutte le cantiche al tema politico, troviamo un’invettiva alla situazione italiana, tanto criticata soprattutto per l’esilio che Dante sta vivendo nel momento della stesura del suo capolavoro. Troviamo appunto l’Italia definita:
“non più donna di province ma bordello”.


Vediamo dunque come la Politica condizioni in maniera importante la produzione artistica.
Rimanendo nella Firenze tanto amata da Dante, spostandoci solo di qualche decennio troviamo uno dei poli più importanti di mecenatismo di tutto il rinascimento. La corte fiorentina infatti è senza dubbio una delle culle a cui si devono la nascita e lo sviluppo di artisti incredibili come Michelangelo, Brunelleschi e Donatello. Le loro opere immortali  ebbero importanti influenze politiche, certo. Ma come? Con la loro bellezza mostravano il potere e la magnificenza dei loro committenti. Ad esempio una famiglia di banchieri, la più importante dell’epoca. I Medici.
Anche tornando ai giorni nostri troviamo che Panem et Circenses sia un’ottima ricetta per la politica. La creazione di immense opere artistiche e architettoniche da parte di politici (o politicanti) è qualcosa che riesce a distrarre le masse dai reali problemi di una nazione in maniera abbastanza grossolana.
In alcuni casi però, troviamo la politica nell’arte in maniera più scoperta, più palese all’osservatore. E per aiutare a capire gli esempi sono quelli di Delacroix, con la sua Libertà che guida il popolo, fulgido esempio degli ideali rivoluzionari, si vive, si combatte e si muore, ma sempre con l’ideale della libertà ben chiaro e presente. Anche in Goya, con un quadro che denuncia e condanna le violenze dei Mamelucchi sulla popolazione madrilena nel celebre Lo fuciliamientos  del tres de mayo.
In conclusione possiamo dire con certezza che l’arte è da sempre stata usata come mezzo per la politica. Soprattutto quell’arte che può arrivare a tutti, come abbiamo già detto Panem et circenses è la migliore delle mosse politiche soprattutto in periodi nefasti. Ma non solo; l’arte può anche essere mezzo attraverso il quale si può rinnegare una politica, si può denunciare e ci si può rivoltare contro un sistema ritenuto corrotto.

Valerio Lombardo

 

IL POTERE DELLA LEADERSHIP

Avanzamento o declino della politica? – di Valerio Lombardo

Sin dai tempi più remoti la politica è sempre stata gestita da un élite, una cerchia ristretta di persone che organizzavano e decidevano. Questo, qualsiasi sia stata la forma di governo e di stato in cui maturava la “politica”: possiamo passare dalle città egizie con i faraoni con poteri semi divini, passando per le poleis in Grecia e i suoi primi esperimenti di Democrazia, per le tre fasi della Roma antica e si può andare avanti così fino ai giorni nostri.
Tutte queste situazioni comunque hanno visto il maturare di una figura che spiccava sulle altre nell’élite che abbiamo citato all’inizio. La figura in questione è quella del Leader, l’uomo forte che prende in gestione la cosa pubblica e si offre di amministrarla. Che sia questo svolto in maniera più o meno violenta.
Nella nostra storia uno dei primi, e sicuramente il più emblematico che ci parla della figura del leader è Niccolò Machiavelli nella sua opera più famosa, “Il Principe”, in cui delineava il profilo ideale del governante (del suo tempo si intende) prendendo spunto da Cesare Borgia il Valentino appunto che secondo il Machiavelli incarnava a pieno tutte le qualità del leader.
Con il cambiare dei tempi anche le caratteristiche e le dinamiche del leader ovviamente sono cambiate.

Ora ci troviamo di fronte ad un periodo in cui la figura del leader è vista necessariamente in associazione ad uno schieramento politico. Che sia Destra o Sinistra, Laburisti o Conservatori, Democratici o Repubblicani, a capo di una di queste parti c’è un leader, un Frontman. Perché oggi infatti più che parlare di un leader bisognerebbe parlare di Frontman, l’uomo forte che i membri del partito o gli elettori scelgono  per rappresentare al meglio le idee proprie del partito o movimento in questione.
Tutto questo però ha portato all’evolversi della personalizzazione dei partiti e cioè un incremento del ruolo della persona, del leader, nell’ambiente politico, a sfavore quindi della collettività del partito.
Basti pensare a quando ci si riferisce ad una parte politica non nominando il nome del partito ma il leader di questo.  Ma questo è un banale esempio, la reale caratteristica di questa personalizzazione è la considerazione personale del leader, le decisioni del leader e soprattutto il carisma di questo che incidono fortemente sull’opinione piuttosto che sui fatti e sulle reali necessità della società.

Le elezioni che hanno dato ragione a questa tesi sono state le ultime negli Stati Uniti, in cui a farla da padrone è stato il carisma del leader dei Repubblicani Donald Trump che è riuscito a trionfare su Hillary Clinton dopo una lunga campagna elettorale, dove alla fine è risultato vincente grazie al potere della leadership che gli è stato affidato dai membri del partito.

Un’altra parentesi da aprire per capire appieno l’ascesa della personalizzazione dei partiti, soprattutto negli ultimi 6 anni è l’utilizzo dei social media: con l’avvento di Twitter, Facebook e negli ultimi 3 di Instagram, si è aperto un mondo virtuale in cui le campagne elettorali e le varie interazioni con gli elettori sono costanti, prima, dopo e durante i periodi elettorali. Anche i rapporti con gli altri Leader spesso passa attraverso questi portali: emblematico il caso del sopracitato Trump che in uno scambio di Tweet dopo essere stato definito dal Dittatore nordcoreano Kim Jong-un “vecchio” lo ha definito “basso e grasso” .

foto1

“Sarà questo il periodo che porrà fine alla democrazia?”

 

Valerio Lombardo

 

 

 

21 Marzo 2018

Contro il silenzio – di Valerio Lombardo

È passato un anno da quando questa giornata è diventata la data simbolo in cui si ricordano le vittime cadute sotto gli attacchi della Mafia. Giornata nata per sensibilizzare le persone su questo tema, sempre molto complesso e difficile da spiegare e comprendere.

Uno dei casi più eclatanti di identità mafiosa venuti alla luce in questo ultimo anno è sicuramente quello di Ostia.
Da anni infatti il litorale romano è coinvolto in un alone di criminalità che soltanto tra la fine dello scorso e l’inizio quest’anno ha conosciuto la luce della ribalta prima per un episodio di violenza tanto ignobile quanto gratuita come la testata che il giornalista di Rai 2 Daniele Piervincenzi ha ricevuto da uno dei membri della famiglia Spada, Roberto. L’altro episodio è uno dei colpi meglio assestati dallo stato verso questo clan, cioè mi riferisco ai 32 arresti avvenuti alla fine del mese di Gennaio.
Ovviamente prima di parlare di condanne effettive bisognerà aspettare, probabilmente molto a lungo.
Come quello di Ostia, di esempi lampanti di clan mafiosi scoperti in questi anni, ce ne sono molti, il più famoso forse quello di Roma che ha portato all’inchiesta di Mafia Capitale.

Quello che più spaventa però è come in questi anni a farla da padrone sia stato proprio il silenzio. Un silenzio assordante per chi ne è partecipe passivo.
Silenzio però spesso rotto da persone che, come la raccolta di De Andrè, in direzione ostinata e contraria si oppongono a questo sistema corrotto e mafioso.
E quando si rompe il silenzio è come se si aprissero le porte di un mondo strano, diverso. Un mondo celato, che come una piovra ha i suoi tentacoli stretti in tutti gli ambienti, politica, istituzioni pubbliche, privati e a tenere le fila di tutto sono due fattori, soldi e paura.
Ma il silenzio è rotto.  E se il silenzio è rotto bisogna combattere. Bisogna uscire, attraversare le porte e respirare un mondo pulito.
So che forse è un’utopia, che forse niente cambierà mai.
Ma è in queste giornate che non bisogna sentirsi soli. Pensare che ce la si può fare.
Il processo è lungo e tortuoso, è vero. Ma non impossibile.
E partire da giornate come questa per avviare un processo di rinnovamento.
Citando una delle più emblematiche frasi del giudice Falcone
“La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.”      

Valerio Lombardo

Una storia di spie

Questa è una storia, o almeno una parte di essa.

Una storia di spie, intrighi, avvelenamenti e crisi diplomatiche. Una storia che non è una storia.
Sembra la trama, o almeno parte di essa, di un film di spionaggio, uno di quelli di 007, di James Bond e il cattivo di turno.
Solo che qui non ci sono buoni e cattivi.
Ci sono spie, ci sono misteri e ci sono equilibri internazionali minati.
Ci sono due persone in ospedale, contaminati da un gas nervino del progetto Novichok.

Domenica 4 marzo, su una panchina nel paesino di Salisbury, un uomo e una donna sono accasciati uno sull’altra. Non è una scena commovente, o meglio non lo è per i motivi che si potrebbero immaginare.
Sono stati avvelenati da un agente nervino sviluppato nell’Unione Sovietica 40 anni fa,
quando c’era la corsa alle armi silenziose, quando c’era la guerra fredda, quando a farla da padroni nell’Europa del tempo erano le spie.
Le due persone in ospedale hanno dei nomi. Sono Sergei Skripal e sua figlia Yulia.
Sergei Skripal ha 66 anni e vive una vita ordinaria, conosce il vicinato, frequenta i locali del suo quartiere, porta abitualmente i fiori sulla tomba della moglie, ed è molto legato a sua figlia. Una persona normale. Se non fosse per un dettaglio: Sergei Skripal ha fatto parte del GRU i servizi segreti Russi, in un dislocamento in azione in Spagna. Ed è nel periodo spagnolo della carriera di Skripal che viene avvicinato dall’MI6, gli 007 britannici, con cui inizia una collaborazione durata circa 10 anni in cui passa informazioni sul GRU.
Viene arrestato e processato dai Russi. Viene liberato nel 2010 in uno scambio in stile “Il ponte delle spie” di Spielberg.
Inizia una nuova vita in Inghilterra.
Viene avvelenato.
Chi ha portato del gas nervino costruito nei laboratori sovietici durante la guerra fredda, vietato dalle convenzioni internazionali, per assassinare una spia ormai in pensione?
Per Theresa May, Primo ministro Inglese, sono stati i Russi. E questa tesi è stata appoggiata pubblicamente da Trump e da diversi capi di stato europei. Anche Donald Tusk il presidente del Consiglio Europeo in un tweet ha puntato verso la Russia.
Per Vladimir Putin invece queste sono accuse inaccettabili, come inaccettabile è la decisione di espellere 23 diplomatici russi dalla Gran Bretagna. Il presidente Russo infatti punta il dito contro presunti nemici della patria intenti a rovinare l’immagine della madre patria.
Questa storia è molto simile a quella dell’agente del KGB divenuto poi dissidente del governo Putin, Aleksandr Litvinenko, assassinato con del Polonio 210 nel quartiere di Piccadilly a Londra nel 2006.
Come siano andate veramente le cose per quanto riguarda il caso Skripal non è ancora chiaro. Ci sono alcuni interrogativi che forse non avranno mai una risposta.

Ma questa è una storia, o almeno una parte di essa. Una storia di spie, intrighi, avvelenamenti e crisi diplomatiche. Una storia che non è una storia.

Valerio Lombardo

SITUAZIONE VENEZUELANA, parte terza

Pubblicheremo in tre articoli la situazione politica dello stato del Venezuela –
A cura di Camilla Bigozzi, Marta Falcucci, Jennifer Lima e Valerio Lombardo

Pubblicheremo in tre articoli la situazione politica dello stato del Venezuela.

Si può leggere la prima parte qui e la seconda parte qui.

ALCUNI NOTI PARTITI POLITICI VENEZUELANI PARTITO SOCIALISTA UNITO DEL VENEZUELA:

Il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) rappresenta il più grande partito di sinistra dell’America Latina e fu fondato il 14 marzo del 2008. Questo partito nasce dal desiderio nel 2006 del presidente venezuelano Hugo Chavez di creare un singolo partito di sinistra. Chavez incoraggiò tutti i partiti dello stesso orientamento, che rappresentano la maggioranza di massa all’assemblea nazionale, a dissolversi nel PSUV e abbandonare la loro leadership. Chavez definì la formulazione del PSUV come un passo essenziale verso la creazione del socialismo del XXI secolo e sottolineò che tale partito dovesse essere governato principalmente dal basso verso l’alto, concentrandosi sulla partecipazione di massa e sui principi democratici, e affermo’ che tale partito sarebbe stato il partito più democratico nella storia del Venezuela.

Il PSUV elaborò uno schema che evidenzia sette linee guida/sette ideali del partito che vanno a definire gli obiettivi del socialismo del XXI secolo ,senza però definire le modalità di raggiungimento, e sono:

  1. difesa della rivoluzione → Il PSUV difenderà incondizionatamente la Rivoluzione Bolivariana e costruirà il socialismo per il XXI secolo.
  2. Internazionalismo → Il PSUV vuole concentrarsi sulla creazione di scambi di risorse “solidali” con altre nazioni.
  3. Socializzare il potere →  Il PSUV vuole costruire una società basata sul potere popolare.
  4. Economia pianificata\Stato comunale →  Il PSUV vuole un’economia basata su valori umanistici della cooperazione e sulla preponderanza di interessi comuni ,mirando a costruire una società che favorisca forme collettive di proprietà, e un’economia “mista” in cui un “prodotto sociale” viene utilizzato per mantenere i mezzi di produzione e soddisfare bisogni pubblici come la scuola e l’assistenza sanitaria.
  5. Difesa della natura  →  Il PSUV vuole compiere la promozione di fonti energetiche alternative, il consumo di prodotti ecologici e la conservazione delle risorse idriche e dei bacini.
  6. Difesa della rivoluzione e della sovranità  → Il PSUV riconosce la minaccia di un intervento esterno da parte delle nazioni imperialiste e la necessità di proteggere il processo rivoluzionario e dunque  viene proposta una “alleanza” con le Forze armate nazionali (FAN) e la creazione di milizie popolari.
  7. Uno stato basato sul potere popolare →  Il PSUV vuole la partecipazione di massa perchè cruciale per il controllo popolare dello stato al fine di soddisfare gli obiettivi politici ed economici rivoluzionari del socialismo del XXI secolo. Dopo la morte di Hugo Chavez  nel 2013 è divenuto leader del partito Nicolas Maduro.

PARTITO COMUNISTA VENEZUELA:

Il Partito comunista venezuelano (PVC) è un partito di estrema sinistra d’ispirazione marxista-leninista fondato nel 5 marzo 1931 da rivoluzionari venezuelani durante la dittatura del generale Gomez. Solamente nel 1945 con la riforma della Costituzione e l’eliminazione dell’illegalità del comunismo, il partito adotta ufficialmente il suo nome di Partito Comunista di Venezuela, guidato da Juan Bautista Fuenmayor. L’attuale simbolo del partito è un gallo di colore rosso con il tipico simbolo sovietico della falce e martello utilizzato  in richiamo all’esperienza del socialismo sovietico. Dal 1998 il PCV ha appoggiato Hugo Chavez nella Rivoluzione Bolivariana (il programma attutato da Chavez durante la sua presidenza). Il PCV ha più volte manifestato unità di intenti su molte questioni con il PSUV con cui ancora oggi collabora attivamente per consolidare il socialismo venezuelano, non a caso il PVC fece arte del Grande Polo Patriottico,una coalizione stabile a sostegno di Chávez. Dopo la morte di Hugo Chavez il PVC ha confermato il proprio appoggio al successore del leader PSUV, Nicolas Maduro, appoggiando quest’ultimo durante le elezioni del 2013. Il PCV infatti ritiene necessaria la rottura dei rapporti di produzione capitalistici e l’instaurazione del socialismo e della dittatura del proletariato. Ad oggi leader del PVC è Óscar Ramón Figuera González.

PARTITO CRISTIANO SOCIALE DEL VENEZUELA:

Il partito COPEI ,dove COPEI sta per Comitato dell’Organizzazione Politica Elettorale Indipendente, è un partito socialista cristiano fondato nel secondo dopoguerra con precisione nel 13 gennaio 1946, grazie a Rafael Caldera Rodriguez. Il COPEI nasce come alternativa al socialismo e si dichiara sin dall’inizio come un partito democratico che riconosce e sponsorizza la partecipazione politica dei venezuelani. La lotta del Copei  per i diritti umani e sociali spicca nel corso della sua storia,il partito si è battuto per il diritto al lavoro e alla promozione della legislazione sul lavoro che riconosce la stabilità del lavoratore, il diritto allo sciopero e la sindacalizzazione attorno al principio della libertà di associazione, come l’istituzione di un sistema di sicurezza sociale in cui la madre e il bambino sono protetti, la partecipazione delle donne e il riconoscimento del diritto all’istruzione ai suoi vari livelli;difesa dell’autonomia universitaria e tutela della professione docente.Tutto questo secondo il postulato della libertà di educazione, la protezione e l’incoraggiamento dell’educazione pubblica e privata alla ricerca di ciò che dice il suo motto: “Per la giustizia sociale in un Venezuela migliore”. Il COPEI riconosce e difende il diritto alla proprietà, in base all’obbligo del rispetto della sua funzione sociale ed incoraggia l’iniziativa privata.L’influenza della dottrina sociale della Chiesa sui documenti ideologici del COPEI è notevole. Ad oggi il loro leader è Roberto Enriquez.

ULTIME ELEZIONI POLITICHE IN VENEZUELA

Con le elezioni amministrative dello scorso ottobre, il Partito Socialista Unito di Nicolas Maduro si conferma ancora il primo partito del Venezuela.

Nonostante la cocente sconfitta subita dal programma di Maduro nel referendum di Agosto, gli elettori Venezuelani hanno deciso di confermare la loro fiducia verso il presidente anche nelle elezioni amministrative. Di ventitre seggi, il Partito Socialista Unito se ne è aggiudicati diciassette, lasciandone cinque all’opposizione. Sin da subito si è parlato di brogli elettorali che ad oggi non hanno però trovato nessun tipo di prova tale da poter rovesciare l’esito delle elezioni.

E’ da sottolineare l’importante affluenza che si è manifestata con queste elezioni. Quasi il 61% degli elettori si è presentato ai seggi e ha espresso la propria preferenza. Nonostante il paesi imperversi in una fortissima crisi economica e politica.

Una delle cause più importanti che ha contribuito alla sempre più dilagante crisi è stata sicuramente la “svolta autoritaria” di Maduro che ha esautorato l’opposizione dai propri poteri per creare una nuova Costituente che di fatto concentra tutto il potere su di sé.

Questo è uno dei punti che viene più criticato alla politica di Maduro e infatti Dobbiamo ricordare come il Governo Maduro abbia subito molti attacchi politici e non sia nel paese sia nel mondo, ad esempio la mossa di Trump di inserire il Venezuela tra la lista dei paesi con maggiori restrizioni per l’ingresso negli Stati Uniti; ha però anche avuto molti aiuti economici ad esempio dalla Russia di Putin che ha, sin da subito, espresso il suo appoggio al Venezuela.

A cura di Camilla Bigozzi, Marta Falcucci, Jennifer Lima e Valerio Lombardo

 

SITUAZIONE VENEZUELANA, parte seconda

Pubblicheremo in tre articoli la situazione politica dello stato del Venezuela –
A cura di Camilla Bigozzi, Marta Falcucci, Jennifer Lima e Valerio Lombardo

Pubblicheremo in tre articoli la situazione politica dello stato del Venezuela.

Si può leggere la prima parte qui.

 

LA CRISI

La crisi è sotto gli occhi di tutti. L’inflazione è tra le più alte al mondo, l’economia in caduta libera, la mancanza cronica di medicine e beni alimentari, non aiuta. La chiamano la “dieta Maduro”: in media i venezuelani in un anno hanno perso 8,5 chili di peso. Qualche settimana fa il ministero della Salute ha diramato, per la prima volta in due anni, i dati sulla mortalità infantile (+30%), mortalità materna (+ 65%) e per malaria (+76,4%).
I poliziotti sono pagati 1,75 dollari al giorno. Rischiano anche loro ogni giorno la vita in strada quando affrontano la criminalità che ha raggiunto livelli record. Molti i morti nelle strade, 13.000 i feriti, migliaia di arresti. Maduro, il cui mandato scade il prossimo anno, nell’aprile del 2013 vinse le presidenziali con uno scarto di 20.000 voti sul suo avversario Henrique Capriles. Maduro volle portare avanti la politica chavista del socialismo bolivariano peggiorando uno status socio economico che riversava già in una crisi. A causa della conseguente diminuzione della qualità della vita iniziarono le prime manifestazioni in piazza alle quali Maduro non cede schierando in campo, le forze armate, chiamate a sedare cortei e saccheggi ma anche a giudicare gli arrestati (almeno 159 sono finiti in carcere per decisione di tribunali militari). Juan Fernández, ex dirigente della Pdsva, esiliato dopo essere stato uno dei dirigenti del grande sciopero del 2002-03 afferma che il Venezuela riversa in questo stato per colpa del petrolio. Tra il 2002 e 2003 Chávez licenziò più di 23.000 lavoratori, smantellando l’industria petrolifera nazionale. Oggi la Pdvsa riempita di chavisti è un’impresa inefficiente in caduta continua di produzione, con un problema finanziario molto significativo e senza il capitale umano per poter attendere le esigenze di produzione, raffinazione e commercializzazione. In più è un’impresa corrotta, molti dirigenti sono sotto inchiesta negli Stati Uniti. Nell’analisi di Guerrero(economista), afferma che fin quando il prezzo è alto, il problema non si evidenzia. Il calo della produzione è appunto compensato da questo aumento dei prezzi, che potrebbe anche permettere di ripristinare la capacità produttiva con adeguati investimenti.

Ma il governo venezuelano ha preferito destinare tutte le risorse al consumo di stato, per un consenso sia all’interno che all’estero. Questo consumo è cresciuto a una velocità maggiore di quanto non crescessero le entrate, e già nel 2011 il sistema bancario internazionale ha smesso di prestare moneta al governo venezuelano e alla società petrolifera. Nel 2012, proprio mentre Chávez moriva, si è prodotta una grave crisi della bilancia dei pagamenti. Dal 2013 si è aggiunta una grave crisi fiscale, dovuta gran parte dallo stato che ha iniziato a comprare, statalizzare ed espropriare imprese private. Nel 2008 i prezzi del petrolio arrivarono a 140 dollari al barile, e a quei prezzi il regime riusciva a celare le inefficienze. Il Venezuela è il paese con le maggiori riserve petrolifere del mondo. Ma gran parte è costituita da greggio pesante della Faja dell’Orinoco, la cui estrazione è molto cara. Per farlo fruttare ci vorrebbero grandi investimenti che non sono stati fatti. Quando il prezzo del petrolio ha iniziato a cadere per via del boom dello shale oil, l’eccesso di offerta sulla domanda che si è creato ha reso il petrolio del Venezuela non più competitivo. Il Venezuela da esportatore di benzina verso la costa del Golfo degli Stati Uniti ne è oggi divenuto importatore. Secondo Fernández, però, anche se il regime fosse riuscito a mantenere un minimo di efficienza produttiva il Venezuela se la sarebbe comunque vista male per via di alcune scelte strategiche come la politica di non voler più rifornire il mercato statunitense, per puntare invece verso i mercati di Cina e India, dove il petrolio mediorientale è molto più competitivo. È stato ereditato un paese in bancarotta, dove invece di abbassare le spese per stabilire un livello di equilibrio, Maduro le ha aumentate ulteriormente, finanziandole con il denaro stampato dalla Banca centrale. E invece di indicizzare i salari, ha cercato di tenere i prezzi sotto controllo, facendo nel contempo sparire ogni informazione ufficiale sul loro andamento. Così, in un paese dove fino al 2007-08 il reddito pro capite era intorno ai 12.000 dollari l’anno, adesso è precipitato a 3.000, e il salario minimo è di 20 dollari al mese.
bolivar da VEB(bs) a VEF(bs.f) moneta cambiata il 1 gennaio 2008 per inflazione. Cambio 1000=1 1 bolivar equivale a 0.08euro 1 euro equivale a 11.81 bolivar 1 bolivar equivale a 0.10 dollari 1 dollaro equivale a 9,98 bolivar .

FINE SECONDA PARTE

A cura di Camilla Bigozzi, Marta Falcucci, Jennifer Lima e Valerio Lombardo