A Cave uno dei più importanti eventi del football americano in Italia (e sarebbe il caso di parlarne)

Sabato 7 Aprile dalle 15.00 partirà il Global Ambassadors Bowl Italy, una partita al culmine di una giornata di football americano destinata ad entrare nella storia (della nostra città e del football in Italia). Perché è importante esserci (ed esserne orgogliosi) – di Chiara D’Ambrosio

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Sarà Cave la città designata per ospitare uno degli eventi sportivi più belli dell’anno, ma nessuno (a Cave) sembra saperlo. Si sa, fan più notizia le buche e le cose negative in generale che un evento sportivo che coinvolge due selezioni under 19, una formata dai migliori talenti della regione Lazio, e l’altra da dei “qualsiasi” licei Americani (Indiana, Maryland, Michigan, Ohio, Pennsylvania). Quei tipi di licei che sfornano futuri talenti ricercati dai più importanti college che, a loro volta, fanno a gara per accaparrarsi i migliori. I migliori, ossia quelli che un giorno -probabilmente- finiranno dritti in NFL. Robetta da poco, insomma, se si pensa che la selezione Italiana sarà composta da ragazzi che militano in sei diverse squadre del Lazio: Marines Lazio, Gladiatori Roma, Roma Grizzlies, Minatori Cave, Bufali Latina e Legio XIII Ostia. Squadre che per un giorno saranno unite sotto lo stesso vessillo e guidate da coach Iaccarino e lo staff dei Ducks Lazio.

Ma cos’è esattamente il Global Ambassadors Bowl Italy?

L’evento è nato nel 2008 in Giappone con l’intento di far incontrare selezioni di ragazzi provenienti dai licei dei paesi coinvolti e di creare così una rete di contatti tra diverse nazioni e diverse scuole; e di promuovere quindi il football americano anche al di fuori degli States. Tutti uniti sotto la stessa passione in un’esperienza che ha arricchito la vita di molti ragazzi.

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Il team Stars & Stripes nel corso degli anni ha visitato Giappone, Francia, Belgio, Germania, Spagna, Repubblica Ceca, Cina e…Italia per l’appunto. L’ultimo incontro nel nostro paese risale al 2015, e tre anni dopo avremo il piacere di ospitare la selezione Americana qui, da noi.

Ma perché Cave?

Il comitato regionale FIDAF Lazio ha designato Cave come punto di incontro per la giornata di sabato proprio per promuovere il football americano nelle province. Essendo un movimento sportivo in crescita, è ancora difficile farsi conoscere al di fuori delle grandi città, ed è un peccato vista la passione che questo sport riesce ad infondere in giocatori e pubblico. Un pubblico che a Cave ha fatto ribollire gli spalti quando chiamato a sostenere i Minatori, e che ha sempre regalato tante gioie. E chi ha vissuto questa realtà da vicino non può dimenticare l’emozione di vedere famiglie e curiosi affollare gli spalti e divertirsi, farsi domande sul football, partecipare a qualche coro che fino a quel momento aveva un senso solo per coloro che vivevano la squadra ogni giorno.

Quale sarà quindi il programma della giornata?

I giocatori delle due squadre si incontreranno alle 10.30 ed inizieranno il camp: un allenamento condiviso che curerà la parte atletica e poi i drills per reparti. Dopo la pausa pranzo inizierà la partita vera e propria: alle 15.00 inizierà quindi l’evento principale, dopo il quale è prevista la premiazione ed un quinto quarto (il terzo tempo, in poche parole i bagordi) che come da rito cancellerà ogni rivalità portata avanti in campo.

Un giorno di grande rilievo che -si augurano i Minatori- renderà partecipe tutta la città.

“Si tratta sicuramente di un evento molto importante, tanto per la cittadina di Cave quanto per il football Italiano”, ha detto Federico Ilardi, QB dei Minatori Cave, “considerando che di partite con squadre Americane se ne fanno tre o quattro l’anno. Ed essere scelti tra 150 città diverse è un onore e sicuramente un’occasione da non perdere. Cave è stata preferita a Roma proprio per dare lustro al football americano e farlo conoscere al di fuori delle grandi città; e soprattutto per creare un evento molto importante nella periferia.. Ed essendo noi, al momento, l’unica squadra della periferia romana ad essere iscritta ad un campionato nazionale siamo stati scelti per ospitare l’evento.”

“Sicuramente il fatto di accogliere il Global Ambassadors Bowl non è cosa da poco, perché è un tipo di evento che capita una volta ogni dieci anni…avere la possibilità pur non conoscendo bene lo sport di vedere dal vivo giocatori di una selezione Americana è una cosa enorme. Si parla di ragazzi che sono stati selezionati nelle scuole per arrivare poi sul nostro campo. Gli stessi ragazzi che un giorno potrebbero giocare in NFL. E vederli a Cave sarà il massimo. Per cui l’invito che io, ma anche i Minatori Cave, la FIDAF e ogni appassionato di questo sport  facciamo al pubblico è quello di partecipare, invitare e condividere questo momento, anche se non si conosce bene lo sport. Perchè questi sono eventi che ricorderemo a vita e magari tra dieci anni gli stessi ragazzi che vedremo in campo sabato, saranno protagonisti della NFL o dei campi da football dei migliori college. E qui stiamo parlando del meglio del meglio.”

Un invito da accogliere assolutamente, quindi,  perché può essere un motivo per avvicinarsi ad una realtà sportiva diversa, ma anche per passare una giornata all’insegna dell’allegria e della curiosità verso uno sport in continua ascesa. Uno sport in cui i Minatori Cave stanno dando il massimo e lo dimostrano i risultati e i progetti in cantiere per la società guidata dal presidente Caroselli: una senior prima nel suo girone a punteggio pieno, un progetto ambizioso per la femminile in collaborazione con le squadre della Capitale (Marines e Legio XIII), e un progetto in crescita per le giovanili.

Cave si conferma ancora una volta un baluardo dello sport, e sarebbe bellissimo accogliere, sabato, i giocatori di tutte le squadre con un enorme applauso.

Il programma sul sito dei Minatori Cave

Chiara D’Ambrosio

March for our lives. La speranza è giovane

A Washington la prima marcia per chiedere una legge sul controllo delle armi, dopo l’ennesima tragedia folle in una scuola. E a fare il cambiamento sono i ragazzi – di Chiara D’Ambrosio

Senza entrare, per un momento, nel merito del dibattito sulle armi e sul Secondo Emendamento, è bene fermarci a riflettere sul barlume di speranza che ha accecato il mondo in una giornata drammatica come quella della “Marcia per le nostre vite”. Una marcia che ha coinvolto direttamente l’America e altre 840 città in tutto il mondo, e che ha visto come protagonisti i ragazzi, futuro prossimo del mondo che ogni tanto regala qualche gioia.

Secondo il Sole 24 Ore, che ha stilato un’analisi del triste fenomeno delle sparatorie negli States, le vittime dal 1982 al 2018 sono state 2.092, ragazzi e in alcuni casi bambini massacrati da coetanei in ogni parte degli USA.

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Credits: Sole 24 Ore

Qui l’articolo completo.

 

Solo nel 2018 le vittime (ripartite tra morti e feriti) sono state 704, e questa è stata la bocca che ha fatto traboccare il vaso e acceso l’ira di studenti e famiglie. Ma la cosa positiva è che questa rabbia non è sfociata in atti di violenza, bensì in una folla enorme e pacifica che si è riversata nella Capitale americana e che si è resa protagonista di uno dei movimenti sociali più grandi e influenti nel mondo.

Qualcosa si sta risvegliando nelle coscienze, a partire dal movimento Me Too, che dall’anno scorso ha toccato e smosso ogni ambiente sociale, dallo spettacolo alla politica, denunciando dapprima le costanti molestie sessuali ai danni delle donne; e tramutandosi infine e con successo in un movimento attivo nel campo dei diritti civili. Senza dimenticare un altro famoso movimento civile “Black lives matters”, nato dopo un periodo particolarmente drammatico in cui gli Afroamericani sembravano il bersaglio preferito di poliziotti incoscienti che hanno fatto vittime su vittime, e che ancora è in subbuglio dopo la recente notizia di un Afroamericano freddato con venti colpi di pistola dopo che la polizia aveva scambiato il suo iPhone per un’arma.

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March for our lives è un movimento nuovo, ed interessa direttamente i giovani. Non solo per l’ovvio motivo (sono i ragazzi ad essere vittime di killer spietati e di un crescente clima di terrore nelle scuole), ma anche perché questo movimento nasce e cresce grazie a loro: gli studenti. Di certo è triste sapere che migliaia di studenti si trovino costretti a riunirsi in un numero così grande per chiedere aiuto alle istituzioni su una problematica che non dovrebbe neanche esistere. Non esiste che un ragazzo di dodici anni debba vivere nella paura che da un momento all’altro qualcuno entri in biblioteca con un’arma d’assalto, pronto a fare una carneficina. Non esiste che una madre di famiglia consegni dei fermaporta ai figli, da tenere nello zaino nel caso qualcuno irrompa nella scuola ed abbiano necessità di barricarsi in aula. Eppure è successo, e i genitori si ritrovano sempre di più a condividere dei “life hacks” (ossia degli strumenti utili) sul web per tutelare i figli (la notizia qui).

In questa assurdità non possiamo immaginare cosa significhi per un genitore dover spiegare al figlio perché nel suo zaino c’è un tracciatore GPS o un fermaporta, o qualsiasi altro strumento per aiutarlo nell’eventualità di un assalto armato. E non stiamo parlando di un paese del terzo mondo in guerra civile, ma dell’America. Nel 2018.

E se qualche buontempone suggerisce che per risolvere il problema vengano armati gli insegnanti, fortunatamente la razionalità arriva proprio dalle future generazioni.

Un insegnante non dovrebbe essere armato per svolgere il suo lavoro. Uno studente non dovrebbe vivere in un clima di terrore, tra metal detector ed espulsioni sommarie perché un bambino di tre anni ha mimato il gesto di sparare ad un altro compagno.

Eppure in questa follia un po’ di speranza c’è. Uno dei tanti nomi della speranza è Naomi Wadler, una ragazzina di undici anni che è salita sul palco e ha tenuto sotto scacco America in un discorso che passerà alla storia.

Oppure Emma Gonzalez, attivista e studentessa che dopo aver regalato al mondo uno dei discorsi più intensi e commoventi sulla tragedia che aveva scosso proprio la sua scuola, ha tenuto tutti in silenzio per sei minuti e venti secondi, esattamente il lasso di tempo in cui è durata la sparatoria.

E che dire di David Hogg, che ha fatto letteralmente tremare quelli che nel suo discorso chiama “potenti”, e che stranamente non erano presenti quel giorno?

I video nei link appartengono ai rispettivi ragazzi, e fa bene all’anima ascoltare le loro parole. Nonostante siano in inglese è possibile aggiungere i sottotitoli in italiano, ed è consigliato vivamente guardarli.

Perché i volti delle decine di ragazzi di ogni età che sono saliti sul palco quel giorno, e che continuano a lottare per il diritto ad un’istruzione serena, sono volti che rimangono impressi. E le parole utilizzate nei loro discorsi, così come la loro commozione e rabbia, fanno trapelare la voglia di cambiare un meccanismo della società estremamente marcio.

Di questi tempi è importante credere nella forza delle persone gentili e pacifiche, e nel potere dell’esempio che regalano al mondo. Perché rispondere alla violenza con il terrore, o con altra violenza, potrebbe peggiorare le cose. Avere il coraggio, invece, di tramutare il proprio sdegno e la propria rabbia in un movimento che si spera rimanga pacifico fino all’ultimo è qualcosa di eroico. E quegli eroi non hanno armi, ma parole. Che non uccidono, ma che smuovono le coscienze e portano al cambiamento.

Non è questo il luogo virtuale dove dibattere sul tema delle armi, benché sia discutibile che un civile possa poter comprare un’arma automatica d’assalto che -come disse il padre del piccolo Daniel Mauser settimane dopo il primo grande massacro, quello della Columbine (1999)- non serve ad uccidere i cervi.

La riflessione che si vuole fare in questo articolo è un’altra, citando Fannie Flag:
“Non c’è abbastanza buio in tutto l’universo da spegnere la luce di una sola candela.”

Qui le candele sono migliaia, e sono capaci di cose incredibili. Nella speranza che scaldino i cuori, e non brucino invece di rancore.

E come dice la giovanissima nipote di Martin Luther King (mica uno qualunque):

“I have a dream, enough is enough”.

Chiara D’Ambrosio