IL FUTURISMO

Quando arte e letteratura si fondono – di Francesca Grillini

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Nel 1909 Filippo Tommaso Marinetti pubblica su “Le Figaro” il Manifesto del Futurismo che in modo drastico rifiuta ogni tipo di espressione artistica ancorata al passato, celebrando invece i principi della vita moderna: velocità, sintesi, energia meccanica, artificio.

Gli artisti futuristi devono confrontarsi un nuovo tipo di natura, figlia della società industriale. Vengono dipinti i chiassosi ambienti urbani contemporanei come le stazioni ferroviarie: grigie, estremamente dinamiche, rumorose. Tra gli artisti più influenti di questo periodo si possono citare: Giacomo Balla, che esalta il ruolo dell’energia elettrica e del movimento; Carlo Carrà, che nei suoi quadri pone come protagonisti i contrasti in cui si trova la società moderna e Umberto Boccioni. A quest’ultimo si deve la realizzazione della sua scultura in bronzo più nota: Forme uniche nella continuità dello spazio, presente, tra l’altro, sulla moneta italiana da venti centesimi di Euro. Per Boccioni alla base del futurismo sta il concetto di “linea-forza”, secondo cui “l’oggetto è concepito nelle sue linee vive che rivelano come esso si scomporrebbe secondo la tendenza delle sue forze”; la scomposizione non è guidata da leggi fisse bensì “varia secondo la personalità caratteristica dell’oggetto, che è poi la sua psicologia e l’emozione di colui che lo guarda”.  

In Letteratura il merito di un grande contributo spetta a Marinetti. Compito della letteratura è “esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno”.  

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La sua rivoluzione della poesia sta nella distruzione della sintassi e nel porre le parole in libertà, vale a dire, mettere a caso i sostantivi nei componimenti, abolire gli aggettivi, la punteggiatura, le maiuscole ad inizio frase ecc… . Secondo loro, un mondo che ormai è dominato dai concetti di velocità e rapidità non può, o meglio non ha il tempo di perdersi nei meandri della sintassi la quale è formata da regole ben precise. L’immaginazione ha campo libero; così scrive Marinetti: “per immaginazione senza fili io intendo la libertà assoluta delle immagini o analogie, espresse con parole slegate, senza fili conduttori sintattici e senza alcuna punteggiatura”. In una stessa poesia le parole sono differenti per forma e dimensione; il pensiero del poeta futurista è ciò che importa esprimere davvero ed è possibile dargli voce usando termini dotati di una forte carica espressiva.

Il nuovo panorama culturale influenzato dalla nascita dell’industria moderna è alla base di quel Manifesto redatto da Marinetti e con esso nasceva la prima avanguardia storica italiana del Novecento.

 Francesca Grillini

 

HENRI MATISSE: IL MUSEO DI LE CATEAU-CAMBRÉSIS

Intervista a Pierre e Nicole Brunne – di Francesca Grillini

Henri Émile Benoît Matisse nasce il 31 dicembre 1869 a Le Cateau-Cambrésis, cittadina del nord della Francia, oggi gemellata con la nostra città di Cave. Matisse è considerato uno degli artisti più importanti del XX secolo nonché il più noto rappresentante del fauvismo, movimento artistico che determina la prima vera rottura con la corrente impressionista e contribuisce, invece, alla nascita dell’arte espressionista. La caratteristica principale delle opere e del metodo di Matisse è l’uso del colore per la creazione di sagome e per l’organizzazione dei piani spaziali. Il colore diventa così il vero strumento con cui egli dà vita alle sue opere. La sua città natale ha dedicato all’artista un importante museo che significa molto per i cittadini di Le Cateau. Per farne conoscere un po’ la sua storia e le sue caratteristiche Pierre e Nicole Brunne, partecipanti attivi dell’associazione “Les Amis du musée Matisse” hanno gentilmente risposto ad alcune domande.

  1. Comme et quand est né le musée Matisse?

Le musée Matisse a été créé par Henri Matisse lui-même en 1952.  A la suite d’une visite de quelques catésiens à Matisse à Paris en 1951, celui-ci a fait don à sa ville natale d’environ 80 œuvres à condition qu’elles soient réunies en un lieu qui serait son musée (le premier de son vivant). Matisse étant déjà malade et âgé (il meurt en 1954), c’est Lydia Delectorskia, l’une des ses muses, qui surveilla l’accrochage dans la salle des mariages de l’Hôtel de Ville du Cateau-Cambrésis suivant les instructions de l’artiste. Ce fut le premier musée. En 1982, il a été transféré au Palais Fénelon, c’est celui que vous connaissez et il s’est enrichi.

  1. Come e quando è nato il museo Matisse?

Il museo Matisse è stato creato dallo stesso Henri Matisse nel 1952. In seguito ad una visita di alcuni abitanti di Cateau a Matisse, a Parigi nel 1951, egli ha donato alla sua città natale circa 80 opere, a condizione che queste fossero riunite in un luogo che sarà poi il suo museo (il primo realizzato quando era ancora in vita). Dato che Matisse era già malato e anziano, (morirà nel 1954) è Lydia Delectorskia, una delle sue muse, a controllare che le opere vengano sistemate, nella sala dei matrimoni dell’Hotel de Ville di Cateau-Cambrésis, secondo le istruzioni dell’artista. Questo fu il primo museo. Nel 1982, è stato trasferito al Palazzo Fénelon, ovvero quello che voi conoscete e si è arricchito.

  1. Quelle importance a le Musée pour Le Cateau ?

Il est très important car il attire des visiteurs du monde entier au Cateau-Cambrésis. Certaines donations reçues par le musée de la part des héritiers Matisse ont permis de réaliser des expositions d’œuvres jamais vues auparavant.

 

  1. Che importanza ha il museo per Le Cateau?

È molto importante perché attira visitatori da tutto il mondo a Le Cateau. Alcune donazioni ricevute dal museo, da parte degli eredi di Matisse, hanno permesso di realizzare delle esposizioni di opere mai viste prima d’ora.

 

  1. Généralement, vous prêtez les ouvres aux autres musées pour expositions temporaires?

Oui, il y a des prêts d’œuvres aux autres musées et eux-mêmes nous en prêtent. Par exemple, à la Tate Modern de Londres, au MoMA de New-York, au Japon, en Espagne, aux Pays-Bas etc. A noter que l’exposition des papiers découpés du Cateau-Cambrésis qui a été montrée ensuite à la Tate Modern de Londres a vu un record de fréquentation avec plus de 750 000 visiteurs. Le musée Matisse a aussi organisé la première exposition Matisse en Afrique, Afrique du sud avec un programme itinérant destiné aux enfants des Townships

 

  1. Generalmente, prestate le opere ad altri musei per delle esposizioni temporanee?

Sì, ci sono dei prestiti di opere ad altri musei e loro stessi le prestano a noi. Per esempio, alla Tate Modern di Londra, al MoMA di New York, in Giappone, Spagna, Paesi Bassi ecc. Va notato che l’esposizione di carta tagliata di Cateau, che è stata allestita poi alla Tate di Londra ha riscontrato un record di frequentazione con più di 750 000 visitatori. Il museo Matisse ha inoltre organizzato la prima esposizione Matisse in Africa, Africa del sud con un programma itinerante destinato ai bambini di Townships.

 

  1. Quelle importance a le musée Matisse dans le système des musées de France?

En 2017, le musée Matisse du Cateau-Cambrésis a reçu la palme d’or de premier musée de France dans la catégorie des intercommunalités des villes de 20 000 à plus de 50 000. Il doit ce classement à sa renommée, à sa politique envers la jeunesse et aux qualités d’accueil de son personnel.

 

  1. Che importanza ha il museo Matisse nel sistema museale Francese?

Nel 2017 il museo Matisse di Cateau ha ricevuto la palma d’oro di primo museo di Francia nella categoria di “intercommunalités” delle città da 20.000 a più 50.000 abitanti. Deve questa classificazione alla sua fama, alla sua politica nei confronti dei giovani e alla qualità di accoglienza del suo personale

 

  1. Il y a des œuvres auxquelles votre ville est particulièrement attachée?

Fenêtre à Tahiti II est la star du musée. C’est une gouache sur toile de 1936 (240×195).

  1. Ci sono delle opere alle quali la vostra città è particolarmente legata?

Finestra a Tahiti. È la star del museo. Si tratta di una tempera su tela del 1936 (240×195).

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Intervista e traduzione a cura di Francesca Grillini

 

I VIAGGI DI GULLIVER

Cosa si nasconde dietro la favola – di Francesca Grillini

Tra il 1680 e il 1740 l’Inghilterra vive una serie di grandi cambiamenti sociali e culturali. Tra i tanti ricordiamo: le conseguenze della Guerra civile (1642-1651), durante la quale il sovrano Carlo I Stuart viene decapitato, la Restaurazione, quando la dinastia Stuart torna al potere e la Gloriosa Rivoluzione che vede il Parlamento inglese diviso in due fazioni: i whig, ostili alla monarchia, e i tory che invece difendevano la figura del re.

Il nostro autore Jonathan Swift osserva e analizza attentamente questi mutamenti e sin dai primi anni del ‘700 si dedica alla scrittura politica dando vita ad alcune tra le più importanti satire del suo tempo: I viaggi di Gulliver (1726) sono, infatti, una di queste. Si tratta delle (dis)avventure del chirurgo Lemuel Gulliver presso i paesi, dai nomi bizzarri e impronunciabili, di: Lilliput, Brobdingnag, Balnibarbi, Luggnagg, Glubbdubdrib e Houyhnhnms.

Spesso considerato come un classico della letteratura per ragazzi per l’abbondanza di elementi fantastici, in realtà, dietro l’opera c’è davvero molto di più: una forte satira ai principali eventi del ‘600 e del ‘700 inglese sotto forma di una favola innocente.

La prima tappa del viaggio è l’isola di Lilliput: dopo un naufragio, Gulliver viene trovato dagli abitanti e condotto a corte. La città è in piena crisi per le numerose lotte interne che vedono scontrarsi il partito dei tacchi alti e il partito dei tacchi bassi, chiaro riferimento ai whig e ai tory e a causa della minaccia del regno di Blefuscu che si ricollega alla Guerra Civile della metà del ‘600. Il viaggio di Gulliver a Lilliput è da intendersi, quindi, come una condanna verso tutto ciò che aveva diviso l’Inghilterra tra il ‘600 e il ‘700.

La seconda tappa è Brobdingnag, la terra dei giganti. Condotto nuovamente presso la corte, il sovrano vuole conoscere gli usi e i costumi dell’Inghilterra ma rimane inorridito al sentir parlare di “congiure, ribellioni, assassinii, rivoluzioni, come prodotti dell’ipocrisia, della crudeltà, […]”. Cercando di difendere la sua Inghilterra, Gulliver offre in dono al sovrano uno dei più importanti prodotti dell’avanzamento tecnologico europeo: la polvere da sparo, ma egli ne rimane assolutamente disgustato.

Gulliver finisce ora su un’isola arida e rocciosa, che rappresenta metaforicamente l’Irlanda. Alza lo sguardo e vede sopra di sé, fluttuare un’altra isola: Laputa, isola volante degli scienziati pazzi, allegoria dell’Inghilterra. I suoi abitanti sono dediti a riflettere su problemi estremamente inutili e lontani dalla vita quotidiana. Tutto questo è un riferimento alla totale indifferenza dell’Inghilterra nei confronti dell’Irlanda i cui abitanti vivevano da tempo in miseria.

Questo è solo un breve riassunto dei passi più emblematici dell’opera di Swift ma già da questi si percepisce la genialità del suo lavoro. Con le sue opere ha ispirato molti degli scrittori (politicamente attivi) dei secoli successivi, George Orwell, ad esempio, e tutti gli altri che hanno fatto della satira una vera e propria fonte di libertà. Swift prende la satira e la innalza ad un livello mai conosciuto prima e con l’aiuto di elementi fantastici, paradossali e perché no, anche “ridicoli” la rende estremamente leggera e quindi, alla portata di tutti.

Francesca Grillini

 

Herman Melville- Moby Dick

“Il capolavoro assoluto dei racconti marini” – di Francesca Grillini

Scritto nel 1851 Moby Dick è il romanzo che assicura a Melville l’immortalità. Anche se venne accolto inizialmente con diffidenza dal pubblico, in poco tempo si affermò come uno dei più letti e amati della letteratura d’oltre oceano. Per il suo racconto, Melville scelse un viaggio nei mari del Sud a bordo della baleniera Pequod. Per ventotto capitoli il narratore è Ismaele (in inglese Ishmael), colui che secondo Nemi D’Agostino “media i significati del libro, li trasmette in modo unitario e ce ne offre la chiave”. Egli si presenta subito, nell’incipit del romanzo:

“Chiamatemi Ishmael. Qualche anno fa, non importa quando esattamente, avendo poco o nulla in tasca e niente in particolare che riuscisse a interessarmi a terra, pensai di andarmene un po’ per mare”

La sua voce scompare però, per tre interi capitoli, senza che Melville ci metta al corrente dell’identità del nuovo narratore; sembra quasi che lo stesso autore non abbia deciso a chi far raccontare la storia.

Gli ultimi tre capitoli sono dedicati all’instancabile caccia della balena bianca, Moby Dick.

Per due giorni interi l’equipaggio insegue la balena, che infligge loro numerosi danni alla nave e all’equipaggio.

Il capitano Achab è accecato dall’odio e vuole la sua vendetta. Sono molti coloro che cercano di farlo ragionare e che gli consigliano di lasciar perdere questa inutile impresa:

“Moby Dick non ti cerca. Sei tu insensato che cerchi lei!”

È un romanzo dalla potenza straordinaria: attraverso un alternarsi di fasi emozionali e momenti di quiete procede fino all’inevitabile finale in cui . . .

Achab guida l’intero equipaggio attraverso la folle caccia alla balena bianca che è la sua ossessione; è ormai “consumato dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un’idea incurabile”.

Alcuni critici definiscono Achab il “rappresentante dell’umanità”, colui che riassume in sé la maledizione dell’uomo moderno, colui che è escluso dalla Natura; altri vedono in lui l’uomo completamente sopraffatto dalla follia, il superuomo dei romantici. È un personaggio ambiguo ma grandioso; bellissimo nel suo aspetto umano e nella sua sofferenza eroica.

Lo stile di Melville è insuperabile. Attraverso il linguaggio tutto prende peso, dimensione e colore: il viaggio, i marinai, la nave, il capitano e la stessa balena diventano reali, tangibili.

La retorica di cui Melville fa uso è di una qualità completamente nuova per la letteratura americana e a detta del critico Carlo Izzo è quasi pari a quella di Dante Alighieri o di William Shakespeare.

La grandezza di questo autore sta nel aver saputo rendere con immagini concrete quali il mare, la balena bianca ecc… i temi dell’infinito, del bene e del male, dell’accettare il proprio destino oppure combatterlo.

“Vasto e grandioso come un poema, il capolavoro assoluto dei racconti marini: la caccia ossessiva del capitano Achab alla balena bianca” scrive Nemi D’Agostino e la critica è unanime nel definirlo uno dei più grandi romanzi di tutti i tempi.

“There she blows! There she blows! A hump like a snow hill! It is Moby Dick!

“Laggiù soffia! Laggiù soffia! La gobba come una montagna di neve! È Moby Dick!”

(Dal capitolo 33, La Caccia).

 Francesca Grillini

DI NESSUNO

Il primo romanzo di Simona Mangiapelo – di Francesca Grillini

Simona ha da poco pubblicato il suo primo romanzo e in questa intervista ci racconta qualcosa su Elisa, la protagonista, e su come la storia ha preso vita.

  1. Il personaggio di Elisa era già chiaro nella tua mente prima di iniziare a scrivere o si è delineato da sé man mano che creavi la storia?

<<Elisa nasce in un racconto che avevo scritto qualche anno fa. Si intitolava “Domani sarà Natale” e parlava di un femminicidio. La storia ruotava in realtà intorno alla sua assenza, perché veniva uccisa all’inizio del racconto stesso.

Essere investita quasi quotidianamente da fatti di cronaca che parlano della violenza che le donne subiscono, mi ha dato voglia di dare a quel racconto più ampio respiro.

Ogni volta che una donna viene uccisa dall’uomo che dice di amarla, ognuna di noi subisce la stessa violenza. Siamo sempre tutte, a essere uccise. La rabbia nei confronti di tutto questo mi ha spinta a iniziare a scrivere.

La storia ha preso poi una via diversa.

Elisa ha trovato la sua forma, mostrando a me, quella che era la strada da seguire.

Nel romanzo non c’è più un femminicidio.

Ma c’è questa donna, che non conosce pace. Estrema, nelle sue scelte. Bugiarda e incapace di amare.

Che racconta però, attraverso quello che fa, che la libertà è il bene più prezioso che abbiamo e che è un valore per entrambi i sessi, non solo per gli uomini.

Che non dobbiamo permettere a nessuno di ipotecare il nostro futuro, con storie che parlano di matrimoni e figli da mettere al mondo.

Che dobbiamo scegliere seguendo i nostri desideri.

Quello che non sa invece è che possiamo stare bene anche da sole. E per questo non riesce a trovare la sua felicità>>.

  1. Come sei arrivata alla scelta del titolo “Di nessuno?”

<<Quando ho ultimato la prima stesura del romanzo il titolo non c’era ancora. E anche il finale era in parte diverso. Leggendo e correggendo le mie pagine ho capito che quello che volevo dire, quello che Elisa sapeva gridare più forte di quanto io sia mai stata capace, è che nessuno appartiene a nessuno.

Elisa in realtà non appartiene neanche a se stessa, per questo arriva a dannarsi>>.

  1. Ci sono stati momenti in cui hai trovato difficoltà nel continuare il racconto?

<<Certo.

Momenti, che durano giorni, in cui la pagina resta bianca.

Momenti, di notti insonni, in cui   chiedevo a Elisa: “che facciamo?”.

La cosa sorprendente avviene quando il tuo personaggio ti risponde. Credo coincida con l’attimo in cui capisci di dover abbandonare il desiderio di controllo sulla storia. Quando inizi ad ascoltare e basta.

Ho scritto molte pagine, che non ho poi inserito nel romanzo, che mi sono servite solo a capire con chi avessi a che fare. Può sembrare folle un discorso del genere, ma sono convinta che i personaggi esistano già prima che uno scrittore inizi a parlare di loro. Che acquistino nel corso della narrazione sempre più potere e una voce propria. Quando capisci di essere arrivata a questo punto sai che la parte più difficile del viaggio è ormai alle tue spalle. Ed è esaltazione pura quello che provi>>.

  1. I nomi dei tuoi personaggi sono tutti molto belli e semplici, con che criterio li hai scelti?

<<Elisa ha scelto il suo nome da sola. Non so dirti da dove sia arrivato. E a me è piaciuto.

Alessandro nasce in onore dello scrittore migliore che abbiamo. Del divulgatore di cultura e orafo delle parole, che porta il nome di Alessandro (appunto) Baricco.

Gli altri nomi, te lo svelo confidando nel fatto che non penserai che io sia completamente fuori di testa, nascono da una mia mania per l’ordine. Di quello alfabetico si parla in questo caso.

Tutto ruota intorno a Elisa. Uno dei suoi figli e la sua migliore amica si chiamano Davide e Diana.

Suo marito Flavio.

L’altro bambino Giulio.

Davide

Diana

Elisa

Flavio

Giulio>>.

 

  1. Pensi che ci racconterai, in un altro romanzo, come continua la vita di Elisa?

<<No. Ne sono quasi sicura. Per vari motivi.

Ogni lettore può così scegliere come far proseguire questa storia.

E io, che come Elisa non credo molto nel fatto che le persone possano cambiare, sentirei di tradirla a chiudere questa storia scrivendo un finale rassicurante, che possa sussurrare al lettore “alla fine ha capito di sbagliare, è diventata un’altra”.

D’altro canto, la amo profondamente, e non vorrei vederla soffrire ancora. Non più di così>>.

  1. Che consiglio daresti ad un aspirante scrittore?

<<Di leggere. Leggere più di quanto scrive. Leggere i romanzi scritti dalle donne, specialmente se è un uomo.

Si pensa ancora che un uomo coi suoi libri possa parlare a tutti.

E che i romanzi scritti dalle donne invece siano solo per donne.

Forse per questo gli uomini sono così incapaci di capirci. Scusami, non c’entra molto con la domanda, ma sono certa che ricordarlo possa fare sempre bene.

Di osservare e ascoltare con attenzione tutto quello che c’è fuori di sé. Di guardare ogni cosa in chiave narrativa: la vita è piena di splendidi incipit.

E poi di scrivere. Tutto quello che gli passa per la testa. Le idee fuggono via veloci, e si trasformano e non tornano mai indietro uguali, per questo vanno fermate subito.

E infine di non affezionarsi a quello che scrive. Di trovare il coraggio di buttare via le pagine che stonano, anche se sono costate ore di lavoro e hanno rubato il sonno.

Solo così potrà lasciare posto a quelle veramente buone che scriverà. E se ne accorgerà, quando arriveranno, dalla musica che suonano>>.

Intervista a cura di Francesca Grillini

CLOACA MAXIMA: IL PRIMO GRANDE IMPIANTO FOGNARIO DELLA STORIA

Un excursus storico sul tema della gestione dei rifiuti e del decoro urbano – di Michela D’Emilia e Francesca Grillini

L’inquinamento ambientale costituisce una problematica che l’uomo si trova ad affrontare sin dal primo momento in cui, da nomade, intraprende una vita sedentaria. Da qualsiasi attività dell’uomo deriva inevitabilmente la produzione di rifiuti, che provocano un’alterazione dell’equilibrio ambientale e la diffusione di malattie. Le acque in particolar modo divengono torbide, riempiendosi di sostanze nocive di ogni genere, e come soluzione al problema il popolo romano, già agli albori della civiltà, costruisce i primi grandi impianti fognari.

Un impianto di fognatura consiste in una serie di canalizzazioni e opere varie volte allo smaltimento delle sostanze nocive contenute nelle acque meteoriche, oppure in quelle provenienti da insediamenti urbani, ricche di rifiuti legati a diverse attività umane. L’obiettivo principale è quello di evitare, per quanto possibile, danni di ogni genere all’ambiente, per questo motivo il sistema deve essere realizzato con determinati materiali e deve seguire un iter ben preciso.

Ciò che spinge l’uomo per la prima volta a cercare delle soluzioni per non far ammalare il mondo in cui vive non è un particolare senso di rispetto e affetto verso di esso, bensì verso se stesso e i suoi simili: un ambiente inquinato provoca infatti problemi di carattere igienico-sanitario, la diffusione quindi di malattie, talvolta gravi, che conducono alla morte.

Questo si rivela un imminente problema da risolvere nel momento in cui l’uomo, nel neolitico, diviene sedentario, ed accumula quindi rifiuti di ogni genere. Dalla necessità nasce, quindi, diecimila anni fa circa, questo “altruismo” verso l’ambiente, che porta alla realizzazione di sistemi sempre più funzionali per la sua salvaguardia, fino ad arrivare agli efficienti sistemi fognari etruschi (stanziati nell’attuale Toscana, nel secondo millennio a.C.), migliorati ulteriormente dai Romani a partire dall’età monarchica (753-509 a.C.).

Già in tenera età Roma pone le basi per i principi su cui si fonderà, nei successivi secoli, l’intera architettura del popolo latino, quelli che Marco Vitruvio Pollione, architetto e scrittore romano vissuto nel primo secolo a.C, enuncerà nel suo trattato De architectura (scritto nel 15 a.C. circa): utilitas, firmitas, e venustas. Un complesso architettonico deve avere innanzitutto un’utilità pratica, non deve avere come unica finalità il decoro; allo stesso tempo deve avere stabilità e solidità nella struttura, deve essere dunque appropriata la scelta dei materiali, e infine preservare bellezza, fascino, estetica.

La Cloaca Maxima, letteralmente “la fogna più grande”, una delle più antiche condotte fognarie, è un’opera grandiosa che risponde perfettamente ai tre requisiti prima citati. Circa 2.500 anni fa, Lucio Tarquinio Prisco, il quinto re di Roma, ne ordina la costruzione.

La costruzione subisce diversi interventi e modifiche nel corso della storia, legate a un miglioramento della qualità di vita e all’aumento della popolazione.  A causa di quest’ultimo fattore infatti, e al conseguente aumento delle abitazioni, si mostra necessaria la costruzione di un canale di scolo per drenare la zona e portare via i rifiuti. Viene aperto un canale che dall’Argileto (tra Esquilino e Quirinale) passa attraverso il Foro di Nerva e il Foro Romano per poi convogliare nel Tevere. Successivamente viene lastricato per permettere lo scorrere dell’acqua. All’inizio è solo un canale a cielo aperto ma con l’aumento delle richieste di terreno edificabile i romani lo ricoprono per potervi costruire sopra.

Per sostenere il carico degli edifici in superficie viene aggiunta la volta alle strutture interne della Cloaca. Nel I secolo, proprio perché Roma, capitale dell’impero più ricco del mondo, deve avere sempre il meglio, la Cloaca viene persino pavimentata con materiali prestigiosi, proprio per valorizzarne l’aspetto estetico.

Oggi la Cloaca è quasi totalmente percorribile e le periodiche inondazioni che si verificano durante i temporali riempiono fino alle volte le gallerie della fogna così da ripulirle periodicamente dalle impurità e dai sedimenti.

È inoltre ancora visibile, presso i resti del ponte Rotto, vicino al Ponte Palatino, lo sbocco ad arco della Cloaca Maxima con triplice ghiera concentrica di conci in pietra gabina, tipo particolare di tufo proveniente dalle cave dell’antica Gabii, sulla via Prenestina.

Se dopo tre millenni dalla sua costruzione la Cloaca Maxima presenta solo alcune parti ostruite ed inaccessibili non si può mettere in dubbio la sua stabilità, ma soprattutto non si può che ammirare l’abilità e l’ingegno di un grande popolo come quello romano che, grazie alla vastità di sistemi e opere architettoniche ancora oggi ammirabili, ha reso Roma una Aeterna Urbs.

Francesca Grillini e Michela D’ Emilia

 

 

“Canto di Natale” – Charles Dickens

Uno dei primi romanzi brevi sul Natale. – di Francesca Grillini

 È la notte di Natale. L’usuraio Ebenezer Scrooge si trova nel suo ufficio, intento al lavoro; è un vecchio avido, insensibile e odiato da tutti, che ha passato la sua vita ad accumulare denaro ed ora non gli rimane altro che la compagnia della sua cassaforte. Odia il Natale, lo considera solo una perdita di tempo, un giorno di lavoro sprecato. È talmente infastidito dalle festività natalizie che per strada, guarda storto e risponde male a tutti coloro che intonano un canto di Natale o che semplicemente gli fanno gli auguri. Rientrato in casa quella notte, sta per andare a letto, ma ecco comparire il fantasma del suo defunto amico e socio in affari Jacob Marley. Anche lui ha vissuto mettendo il denaro al primo posto ed ora è qui per far sì che il suo amico non subisca il suo stesso destino. Gli annuncia quindi l’imminente visita dello Spirito del Natale Passato, dello Spirito del Natale Presente e dello Spirito del Natale Futuro. Inizierà così un viaggio che metterà Scrooge di fronte a quello che è realmente diventato.

Gli vengono mostrate la gioia che avrebbe potuto godere se avesse saputo coglierla, la serenità e l’allegria che il Natale porta agli uomini e ciò che gli riserverà il futuro se non si ravvede.

Il mattino seguente, Scrooge è un uomo nuovo: d’ora in avanti si impegnerà per rendere lieta la vita di coloro che gli stanno vicini.

“[…] d’allora visse secondo i principi della più rigorosa temperanza; e di lui si disse sempre che sapeva festeggiare molto dignitosamente il Natale […]”

Così si chiude questo breve racconto che porta con sé un importante messaggio di fratellanza e generosità: dimenticare i propri egoismi e impegnarsi ad aiutare chi ha bisogno.

Pubblicato nel dicembre del 1843, Canto di Natale ebbe un enorme successo tanto da indurre Dickens a scrivere altre storie natalizie che puntualmente uscivano ogni anno uscivano sulle riviste da lui fondate. I primi cinque lunghi Racconti di Natale apparvero in volume nel 1852 dando un grande contributo al diffondersi della tradizione natalizia nell’Inghilterra dell’Ottocento.

Creando l’immortale figura di Ebenezer Scrooge, Dickens è stato anche fonte di ispirazione per la creazione del celebre personaggio Disney “Paperon de’ Paperoni” tant’è che, in lingua inglese, il nome di questo è proprio Scrooge McDuck; conosciuto anche come Uncle Scrooge equivalente inglese di Zio Paperone.

Francesca Grillini

*In copertina: il frontespizio della prima edizione del Canto di Natale del 1843 e un disegno del protagonista Ebenezer Scrooge.