Non chiamatela follia

Femminicidi, botte in stile Arancia Meccanica, bullismo, haters, e chi più ne ha più ne metta. Qualcosa non va nel nostro modo di vivere con gli altri (e con noi stessi) – di Chiara D’ambrosio

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Una donna uccisa ogni 60 ore, in Italia. Mariam Moustafa massacrata di botte a Nottingham dieci contro una, ragazzi tra i dodici e i sedici anni che si tolgono la vita per via del bullismo. In America si spara nelle scuole, e qui da noi basta una lite in auto per innescare un pomeriggio di ordinaria follia.

E intanto il web è schiacciato sotto il peso degli haters, persone che commentano con parole d’odio e violenza ogni notizia che leggono. O meglio, ogni titolo, perché a quanto pare in Italia non sappiamo neanche leggere e comprendere un testo giornalistico basilare. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo, e non perché dovremmo vivere in un mondo utopistico fatto di pace, amore e fiorellini tutt’intorno.

Ma come possiamo trovare una spiegazione logica all’uomo che ha cercato di dare fuoco a sei persone perché avevano abbandonato dei sacchi di spazzatura davanti ad una sua proprietà?

Come possiamo sopportare il fatto che 1 omicidio su 4, in Italia e nel 2018, è un femminicidio; e che ogni femminicidio scaturisce dalla possessività e gelosia di un uomo?

E che dire di quelle aggressioni con l’acido a danni di uomini e donne che non fanno notizia (specialmente, ahimé, nel caso la vittima sia un uomo), ma che sono in costante aumento da qualche tempo a questa parte?

Eppure siamo ormai immuni da certe notizie, come chi è ormai tristemente abituato a sentire di qualche ragazzino che mette in atto una piccola apocalisse in una qualsiasi scuola americana. Elementari, high school, persino gli asili non sono immuni a questo fenomeno. è di un anno fa la notizia di un bimbo di tre anni che ha aperto il fuoco e ferito gravemente due compagni.

Possessività, rancore, gelosia, odio, insicurezza. Gente che sui social distrugge un ragazzino per la sua omosessualità, o per il suo peso, o il suo handicap. Adulti che minacciano di morte altri adulti, che inneggiano allo stupro se una donna posta foto provocanti su instagram, che a colpi di caps lock inneggiano alla sinistra e alla destra; e non importa in quale direzione si scelga di andare, l’importante è andarci violenti, rasentando la follia pura. Adulti che inneggiano al poliziotto che massacra di botte un detenuto, e che poi qualche post più in là vorrebbero mettere in croce un altro poliziotto perché “mi ha fermato con uno spinello”.

Adulti che si improvvisano vendicatori e terrorizzano una città sparando al primo straniero che incontrano, e stranieri che covano rancore e diffidenza nei confronti delle istituzioni che li ospitano al punto di vivere in una continua tensione che sfocia in atti di violenza nei centri per rifugiati.

E poi ancora: “se mi lasci mi uccido”, “se mi lasci ti ammazzo”; e padri che scrivono lettere alle figlie per dire loro che “un giorno saranno grandi e capiranno” perché papà ha deciso di ammazzare a colpi di pistola la mamma davanti la loro scuola.

Abbiamo un problema a vivere con gli altri, e non è un problema da poco.

Ancor prima di parlare (legittimamente) di sessismo, razzismo, bullismo e altri cancri della società, è necessario capire cosa passa per la testa a noi come esseri umani.

Perché tutta questa violenza non è prerogativa di questa o quella categoria sociale. C’è qualcosa di marcio nel mondo in cui viviamo il mondo, ma non come uomini, donne, italiani o stranieri; ma come esseri umani.

Non riusciamo a sentirci dire “no”, tanto per cominciare. E se è più che legittimo (per un bambino magari) piangere e battere i pugni sul tavolo per un rifiuto, è indecente il modo in cui noi adulti reagiamo ad un “no”.

Come membri di una società mirata al consumo e al possesso è diventato normale pensare di essere in diritto di avere ciò che vogliamo, e di averlo subito. Ma se questo pensiero (già di per sé malato) era una volta mirato alle cose, ora si sta spostando sulle persone. E cosa significa questo? Che vediamo le relazioni (siano essere di amore, amicizia, o parentali) come qualcosa basato sulla necessità, e non sul piacere di viverle. Dobbiamo a tutti i costi innamorarci perché altrimenti saremo soli, moriremo soli e nessuno apprezzerà il nostro essere. Dobbiamo tenerci stretti quegli amici che possono offrirci qualcosa, e chissenefrega degli altri, di quelli che non hanno nulla da darci se non il loro affetto. I genitori? I genitori vanno bene finché ti mantengono, ma quando hai una vita tua è meglio tenerli in fresco per la pensione, e guai ad andare a trovarli nelle case di cura in cui li abbandoniamo, tanto hanno dei professionisti che si occupano di loro, e lo fanno meglio di quanto potremmo mai fare noi. “Che dici? Andare a trovarli? Nah…ancora non è Pasqua/Natale/festa random.”

La qualità delle nostre relazioni è scesa mano a mano che è cresciuta la necessità di sentirci amati e la paura di rimanere soli. O peggio ancora, di essere invisibili. Perché sui social abbiamo vite piene, sature di foto e di emozioni. Commentiamo, postiamo, ci lasciamo mangiare da questa febbre di cui siamo un po’ tutti malati; e non ci sarebbe nulla di strano, o di male, se fosse una cosa fine a sé stessa e preclusa a quel momento di ordinaria e beata ingenuità.

Ma noi viviamo per dimostrare al mondo chi siamo, e ora che abbiamo tutti i mezzi necessari per farlo ci stiamo un po’ confondendo, per non dire altro.

Ogni brindisi è una foto e non un momento di fine giornata in cui gli amici si riuniscono per ridere dei loro problemi e farsene una ragione. Ogni persona che conosciamo e che ci da’ qualche attenzione diventa automaticamente l’amore della nostra vita, ma solo per paura di non trovare di meglio.

E ogni fidanzato/a che ci lascia diventa un mostro il cui unico scopo è distruggerci la vita, e non una persona adulta come noi che ha preso una decisione per via di una incompatibilità, o semplicemente perchè è finita.

Un ragazzino che viene bullizzato non trova sostegno neppure tra gli adulti, perché la maggior parte degli adulti di oggi -quando usa i social- non fa altro che sparare commenti sprezzanti e intellettuali, e sono troppo occupati ad odiare e sputare polemiche a caso per avere la decenza di ascoltare cosa quel ragazzino ha da dire. E magari, solo dopo, per aiutarlo. Ma quale umanità di aspettiamo di vedere nel mondo se viviamo in maniera indecente a partire da uno schermo? Se non abbiamo la dignità di stare in silenzio ed ascoltare, o l’umiltà di accettare una critica o un rifiuto da parte di chi amiamo?

È difficile vivere provando (e benvenga il fallimento, perché nessuno è perfetto) a rispettare la volontà del prossimo e a cercare di non ferirlo gratuitamente? Certo che lo è, e a dirla tutta fa anche un po’ male al nostro ego. Ma abbiamo tanti modi di dimostrare chi siamo, di abbattere le nostre insicurezze sociali e di affrontare quelle situazioni che ci fanno del male senza dover fare i morti ad ogni discussione. Che poi, se dovessimo dare fuoco ad ogni persona che ci fa un torto, pagheremmo veramente caro. E per di più la benzina costa.

Chiara D’Ambrosio