Tutto intorno a noi è traduzione

di Francesca Grillini

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Qual è la storia di questa disciplina?

Nell’articolo pubblicato sull’uscita 1 del nostro giornale ho dedicato un breve articolo alla figura del traduttore; rimanendo su questo argomento vorrei spiegare come è nata la disciplina della traduzione che rompe le barriere linguistiche di tutto il mondo.

La pratica della traduzione risale molto indietro nella storia e fu importante per la diffusione di testi, concetti religiosi e culturali. I diversi modi di tradurre furono discussi già da Cicerone e Orazio.
Mentre la pratica della traduzione risale a tempi antichi, lo studio è diventato disciplina accademica soltanto nell’ultima parte del 20° secolo. La traduzione era considerata un elemento importante dell’apprendimento della lingua, infatti, dalla fine del ‘700 fino agli anni ’60 l’apprendimento della lingua nella scuola secondaria in molti paesi è stata dominata dalla traduzione grammaticale. Questo apprendimento meccanico dello studio delle regole e delle strutture grammaticali venne prima applicato allo studio del latino e del greco e poi alle lingue moderne. Questo metodo comprendeva traduzioni di frasi di solito non collegate tra loro e costruite artificialmente.

La traduzione di tipo grammaticale perse molto in prestigio con il sorgere di forme alternative di insegnamento come il metodo diretto e l’approccio comunicativo. Quest’ultimo metteva l’accento sulla naturale capacità degli studenti di imparare la lingua e cercava di riprodurre nella classe le condizioni autentiche di apprendimento linguistico. Questo metodo privilegiava le forme orali su quelle scritte e nessun uso della lingua madre da parte degli studenti. Questo portò all’abbandono della traduzione nell’apprendimento della lingua, la quale rimase ristretta a corsi di livelli universitari o per traduttori professionisti.
Negli anni ’60 nascono i laboratori di traduzione per l’introduzione di nuove traduzioni e per la discussione dei principi nel processo di traduzione.
Parallelo a questo c’è l’approccio alla letteratura comparata, dove la letteratura è, appunto, comparata trasversalmente tra nazioni e culture e quindi è necessaria anche la lettura di lavori tradotti.
La traduzione divenne importante anche nel campo della linguistica contrastiva cioè lo studio di due lingue in contrasto nel tentativo di identificare differenze generali e specifiche.
Nonostante la traduzione sia una disciplina antichissima è tutt’ora alla base della nostra comunicazione ed è impossibile negare quanto il mestiere del traduttore sia importante. Dietro i nostri romanzi preferiti, dietro i dialoghi o i sottotitoli dei film che quotidianamente guardiamo c’è un traduttore.

Chiudo l’articolo con una poesia di Juan Vincente Piqueras dedicata proprio ai traduttori.

I traduttori sono una tribù strana sparsa per il mondo
perché spostano il mondo.
Portano mondi da una lingua all’altra.
Ecco il loro mestiere.
Fanno nevicare in arabo, cambiano il nome al mare,
portano cammelli in Svezia,
fanno che don Chisciotte cavalchi su Ronzinante
dalla Mancha in Manciuria.
Fanno delle cose strane, pressappoco impossibili.
Dicono nella propria lingua
cose che mai quella lingua aveva detto prima,
cose che non sapeva di poter dire.
Sono nati da un crollo, quello della Torre di Babele,
e da un sogno: che gli uomini, le anime
che vivono agli antipodi,
si conoscano, si capiscano, si amino.
Sono una tribù muta:
danno la loro voce ad altre voci.
Sono diventati invisibili a forza d’umiltà.
Per secoli sono stati anche anonimi.
Loro, che vivono di nomi e tra i nomi,
non avevano un nome.
Nella liturgia della letteratura
vengono trattati spesso come i chierichetti.
Sono invece i veri pontefici: quelli che fanno i ponti
tra le isole delle lingue lontane, quelli che sanno
che tutte le lingue sono straniere,
che tutto tra di noi è traduzione.
Sono una tribù strana sparsa per il mondo
perché stanno spostando il mondo,
perché stanno salvando il mondo.

Francesca Grillini

Un pomeriggio con i 95 Volumi

di Chiara D’Ambrosio
Foto di Alessia Schiavella

Felici e contenti cantanti è andato in scena domenica pomeriggio, per la gioia di artisti e pubblico.

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Lo spettacolo di beneficenza dei 95 Volumi è andato in scena ieri pomeriggio al teatro comunale di Cave. Molti gli amici, parenti e curiosi che hanno assistito al terzo spettacolo del gruppo composto da Nicoletta Grossi, Marta Guerrini, Paolo Ceccobelli, Maurizio Manni, Enrico Foschi e Stefania Di Tullio.
In una cornice serena e spensierata, quella di un pomeriggio caldo e godibile, i sei si sono esibiti in uno spettacolo canoro che quest’anno presentava una novità (almeno per loro): la recitazione.
Una bella performance accompagnata da canzoni nuove e miti del passato, Italiani e non, che hanno spaziato dal rock al pop.
Teatro pieno, dunque, e spettacolo piacevole e genuino.

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La storia, liberamente ispirata alle reali vicende dei sei cantanti-con qualche colpo di scena aggiunto- è simpatica e originale: i sei si preparano in vista dello spettacolo (a cui il pubblico sta assistendo) e tra una canzone e l’altra e un possibile contratto discografico, i protagonisti si confrontano e “battibeccano” fino a riunirsi e a realizzare il tanto desiderato show (e disco).
A far da padrone al pomeriggio sono le canzoni, ovviamente, realizzate egregiamente dai cantanti e che hanno entusiasmato in più di un’occasione il pubblico.

Ed è a spettacolo concluso che i 95 Volumi hanno risposto gentilmente a qualche domanda:

Lo spettacolo è andato alla grande, il pubblico ha risposto bene. Come è nata l’idea di questo progetto?

Non è il primo spettacolo che facciamo, ma il primo di questo genere perché di solito cantavamo e basta; e stavolta invece abbiamo pensato di fare qualcosa in più, di raccontarlo. Quindi abbiamo deciso di provare a recitare anche se non è per niente il nostro campo. Ci siamo fatti aiutare e abbiamo messo su questo spettacolo sperando sia stato carino!

Quindi è partito tutto da voi, dalla regia alla sceneggiatura?

Sì, tutto da noi.
Abbiamo preso settimanalmente lezioni di recitazione oltre alle ‘solite’ lezioni di canto.

Da quanto siete attivi?

Tre anni, e questo è il nostro terzo spettacolo. Abbiamo fatto il primo a Cave, il secondo a Palestrina e il terzo qui, oggi.

Cosa andrà a finanziare il ricavato di questa giornata?

Il ricavato verrà devoluto al reparto di ematologia pediatrica del Policlinico Umberto I di Roma. Lo scopo è quello di favorire la permanenza dei bambini che si trovano in quel reparto e quindi abbiamo contattato la responsabile che ci ha consigliato di portare televisori, apparecchi medici per le visite e altri materiali utili.
L’incasso di tutti gli spettacoli che abbiamo realizzato è stato sempre devoluto in beneficenza.

Avete altri progetti in mente a medio o lungo termine?

Sicuramente presto, estate o inverno non lo possiamo sapere ancora. Ci prenderemo una piccola pausa e penseremo a un nuovo progetto. A quest’ultimo spettacolo stiamo lavorando da settembre.

Ci sarà un secondo appuntamento a teatro con Felici e contenti cantanti?

(Ridono) Sarebbe bello, per ora, solo oggi!

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Ad aiutare i ragazzi in questa impresa Francesca Romana Di Santo per la recitazione e Ilaria Isabelli per il canto.

I 95 Volumi si sono confermati una delle belle realtà artistiche di Cave, a riprova che questo paese può e deve contare sui suoi artisti, ed aiutarli ad andare in scena come in questo caso.
Una delle belle (tante) pagine della nostra città.

Chiara D’Ambrosio

foto di Alessia Schiavella

 

Essere o non essere (madri)? – Pentimento e rimpianto per maternità realizzate e mancate

di Chiara Baroni

“E se poi te ne penti?”

Un interrogativo sinistro echeggia ogni qualvolta una donna esprime la propria decisione di non voler avere figli, o perché convinta o di non essere nelle condizioni ottimali (problemi di salute, economici, varie ed eventuali) o semplicemente perché cosciente di non essere portata per ricoprire questo ruolo e per sobbarcarsi gli impegni e le responsabilità che ne conseguono.

Ammettiamolo: ancora oggi la maternità è considerata il destino ineluttabile di ogni donna, qualunque donna. Fin da piccole alle nostre dichiarazioni di non voler far figli ci siamo sentite rispondere solo una cosa: cambierai idea. Il refrain paternalistico del “dici così ora, ma poi…” è rimasto invariato dal ’98.

Quando una donna ammette di non volere figli se ne mettono in discussione le motivazioni e le si presenta lo spauracchio di una vita vuota e priva di significato. A chi prende la decisione di non avere figli viene richiesto di sottoporre le proprie scelte ad una profondissima analisi e attentissima considerazione, ma perché non capovolgiamo la situazione?

Perché invece di chiedere a chi non vuole figli se ne è proprio sicuro, non lo chiediamo a chi ne vuole?

Nel 2017 siamo ben lontani da urgenze biologiche dettate dalla sopravvivenza della specie, nel mondo siamo fin troppi, mentre una sfavorevole congiuntura economica non aiuta la nuova generazione a rendersi indipendente e a farsi una famiglia.

Fare un figlio dovrebbe essere più che mai una scelta ponderata e responsabile, e non un passo dettato dal ticchettio dell’orologio biologico, dalla spinta a conformarsi a quello che appare come un passo obbligato, o ancor meno dal bisogno di raggiungere quello status consacrato come la più pura realizzazione delle potenzialità della donna, come il compimento di un destino atavico: la maternità.

È interessante come il concetto del pentimento sia quasi un leitmotiv quando si parla di maternità, o piuttosto di rifiuto della maternità, senza soffermarsi a pensare a quante donne arrivino alla maternità in maniera piuttosto inconsapevole, trascinate dai flutti della vita, per poi scoprire una realtà di cui praticamente non si parla: non pentirsi di non aver avuto figli, bensì pentirsi di averli avuti.

È una realtà che fa orrore, che cozza con l’ideale delle pubblicità e delle riviste patinate, con la retorica dello have it all e delle superdonne, che pure in tante abbracciano felicemente, ambasciatrici del multitasking, con il modello della manager che cambia il pannolino dotata di auricolare per call transatlantica; un immaginario pericoloso per chi si scopre improvvisamente inadatta e fallisce nel barcamenarsi tra casa e lavoro (quando spesso le tutele della maternità scarseggiano e il peso ricade tutto sull’individuo). Questa realtà che si preferirebbe nascondere sotto il tappeto è stata documentata dalla sociologa israeliana Orna Donath, nel suo studio Rimpiangere la maternità: un’analisi sociopolitica, pubblicato in italiano con il titolo Pentirsi di essere madri, che raccoglie le testimonianze di 23 donne che ammettono, appunto, di essersi pentite di essere diventate madri.

Non si vuole negare che un figlio possa portare gioia nella vita di una donna, che essere madri possa essere bello e soddisfacente, ma si rifletta pure su come questa soddisfazione è stata a lungo usata per imbonire metà della popolazione e metterla al suo posto nella gabbia dorata di un ruolo “naturale”, blandita con il riconoscimento e l’apprezzamento di virtù assistenziali di infermiera e nutrice.

La maternità come realizzazione catartica delle potenzialità femminili è una grande bugia che dovremmo smettere di raccontare, una bugia che a molte si rivela come tale troppo tardi. Parlarne dunque, per smascherare lo spauracchio del rimpianto per una mancata maternità, compiendo un “atto pericoloso” (per lo status quo), come lo definisce la stessa Donath in un’intervista a La Stampa, che possa aiutare le donne che si trovano in questa situazione:

«Riconoscere che ci sono donne che non si sentono a proprio agio con la maternità significa lasciare loro la libertà di decidere del proprio corpo, di pensieri, ricordi, emozioni, desideri e bisogni. E questo, è presumibilmente pericoloso per una società che dipende dalla capacità delle donne di “fare il loro lavoro” senza metterla in discussione. Quindi, sì, credo che questo atto “pericoloso” di parlarne potrebbe effettivamente essere cruciale per ridurre la sofferenza in un numero imprecisato di donne.»

Chiara Baroni

In copertina: La Madonna dei Pellegrini di Caravaggio (particolare) – immagine via

Tutti i dettagli dell’attacco hacker che ha colpito il mondo

di Cristian Lucci

Nel pomeriggio di giovedì è iniziato un attacco hacker di scala planetaria che ha colpito 75 Paesi nel mondo con una stima di 45.000 sistemi colpiti. Tra le vittime il Sistema Sanitario Nazionale Inglese (NHS), la compagnia spagnola Telefonica, Gas Natural, FedEx, la rete ferroviaria americana e anche alcune università italiane. Il Servizio Sanitario Nazionale Inglese ha diramato un comunicato in cui avvisava che molti servizi sanitari sono stati sospesi a causa dell’attacco e la BBC ha raccolto una testimonianza di un uomo che, dopo mesi di attesa per un intervento al cuore, all’ultimo momento si è visto annullare l’operazione a causa del disservizio. Il malware è stato denominato WanaCrypt0r 2.0 o WCry/WannaCry ed è un virus di tipo ransomware, una categoria di virus che infetta la macchina attaccata criptando tutti i file contenuti chiedendo poi un riscatto per sbloccare il computer e non perdere i dati. Il pagamento deve essere effettuato entro un tempo stabilito altrimenti il riscatto raddoppia e poi i dati vengono cancellati definitivamente. L’azione criminale sfrutta uno strumento di intrusione sviluppato dall’NSA americana, chiamato EternalBlue/DoublePulsar,  che ha tenuto per sé la conoscenza della falla presente nei sistemi Microsoft sfruttando il vantaggio per i propri scopi. In sintesi, l’NSA sapeva di un pericolo riguardante migliaia di aziende e sistemi vitali di moltissimi Paesi del mondo compresi gli Stati Uniti e non ne ha informato nessuno per tenersi un vantaggio operativo. Il gruppo di pirati informatici Shadow Broker ha prima trafugato il codice dall’NSA per modificarlo e potenziarlo e poi, vedendo che la vendita diretta dello strumento non ha portato i risultati sperati, ha deciso di compiere l’attacco su scala planetaria.

Microsoft già da Marzo ha rilasciato una patch che corregge il bug sfruttato dal virus ma molte delle vittime non hanno aggiornato i propri sistemi e per questo i computer sono risultati esposti agli attacchi.

Questo è solo l’ultimo di numerosissimi cyber-attacks che vengono eseguiti tutti i giorni da criminali solitari, gruppi organizzati o direttamente da governi ma la percezione che si continua ad avere al riguardo è di totale indifferenza. Le nazioni più evolute risultano fortemente dipendenti dalle infrastrutture di information e communication technology e i conflitti futuri saranno sempre più connotati da attacchi condotti nel cyber-space che, e questi attacchi lo dimostrano, è sempre più militarizzato. Malware, exploit e strumenti di intrusione sviluppati dalle agenzie di intelligence e dai governi possono essere catastrofici se fuori controllo o nelle mani di criminali. Questa distorta percezione della gravità delle conseguenze di attacchi del genere rispetto ad un attacco compiuto con armi tradizionali, è la principale causa della scarsa resilienza delle moderne infrastrutture nei confronti di azioni di hackeraggio. Aeroporti, centrali elettriche, porti, industrie, ospedali, ferrovie. È successo in Ucraina il 23 Dicembre 2015 ad opera della Russia quando un attacco informatico ha interrotto totalmente il servizio elettrico, è successo nel 2006 in Iran quando il virus Stuxnet ha distrutto le centrifughe di arricchimento di una centrale nucleare, è successo di nuovo il 21 Ottobre scorso quando la botnet Mirai ha attaccato il provider americano Dyn lasciando senza internet tutta la costa est degli Stati Uniti. È successo e succederà sempre più spesso. Con questo episodio ci siamo messi davanti a quanto sia delicata la questione cyber security. Gli attacchi agli ospedali inglesi parlano di situazioni in cui in gioco c’è la vita umana. Assumere una postura di sicurezza più rigida è necessario: se i sistemi fossero stati aggiornati non avrebbero subito l’hacking.

Cristian Lucci

 

Fonte foto: intel.malwaretech.com

IL RE DEL POLLO FRITTO ARRIVA A ROMA E A MILANO

di Sara Schiavella

A chi non è mai capitato di voler provare quel pollo fritto così invitante acquistabile solamente nella catena di Gus Fring? Oggi e domani, per i fan più appassionati della serie televisiva super cult Breaking Bad e del suo spin-off Better Call Saul c’è un evento veramente imperdibile! La famosissima catena di fast food di Albuquerque, Los Pollos Hermanos, sbarcherà in Italia, ma solamente per questi due giorni. I due locali apriranno temporaneamente a Roma, in via Cavour, n° 333/335 e a Milano, in piazza XXIV maggio, n° 4.

L’iniziativa è firmata Netflix, la celebre piattaforma di streaming on demand, in concomitanza con la messa in onda della terza stagione del prequel, incentrato sulla figura dell’avvocato di Walter White, Saul Goodman. Per tutti coloro che hanno sempre sognato di poter pranzare nel luogo cardine delle due serie create da Vince Gilligan, si potrà realizzare questo piccolo desiderio: poter assaggiare finalmente le specialità del ristorante, piombando interamente nell’atmosfera giusta. Infatti in OMAGGIO per tutti c’è pollo fritto, bibita e patatine (dalle 18.30 in poi). Gli orari di apertura saranno indicativamente i seguenti: oggi, venerdì 12 maggio dalle 16.00 alle 21.30 e domani, sabato 13 maggio dalle 12.30 alle 14.30 e dalle 16.30 alle 21.30. Inoltre le sorprese non finiscono qui; da poco tempo è stato inaugurato il sito del legale James McGill, conosciuto soprattutto con il suo pseudonimo Saul Goodman.

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Egli arriva in Italia, con l’intento di fornire supporto e consigli a tutti coloro che potrebbero aver infranto la legge. A quanto pare sia Sleeping Jimmy che Gustavo Fring arriveranno nel nostro paese. E se ancora non ci credete, provate a chiamare il seguente numero 342 0305572: dall’altra parte della cornetta, troverete il più acerrimo nemico di Heisenberg. Egli è anche operativo su Whatsapp.

State ancora aspettando? Io vado, e voi?

Sara Schiavella

Quando è la FESTA DELLA MAMMA?

di Alessia Schiavella

Fin dall’infanzia a scuola ci hanno fatto fare, dopo il Natale e la festa del papà, lavoretti o pensierini per la festa della mamma. Mentre queste altre festività hanno una data fissa (25 dicembre e 19 marzo), la Festa della Mamma al giorno d’oggi viene festeggiata la seconda domenica di Maggio ( lo stesso per gran parte dei paesi europei e per Stati Uniti). Fino a qualche anno fa, precisamente nel 2000, vi era un giorno prestabilito anche per questa festività e cioè l’8 maggio. Maggio era il mese della rinascita e per la religione cattolica esso è chiamato il mese mariano, dedicato cioè a Maria , religiosamente parlando, “la madre di tutti”. Questa accezione che si potrebbe dare alla festa in realtà risulta un po’ troppo spinta: di fatti le origini della festa possono esser fatte risalire  al Maggio 1870, quando Julia Ward Howe, pacifista e abolizionista, negli Stati Uniti propose di istituire il “Mother’s Day for Peace”, iniziativa che aveva sicuramente intenti politici e non certo commerciali. Ma non ottenne molto successo. Qualche anno dopo, il 10 maggio 1908, Anna Jarvis in Virginia celebrò il “Mother’s Day” in onore di sua madre, anche lei pacifista. Questa iniziativa attirò l’attenzione del Presidente Woodrow Wilson che, con il benestare del Congresso, decise di ufficializzare la Festa della mamma per la seconda domenica del mese.

In Italia venne festeggiata per la prima volta con scopi prettamente commerciali nel 1956, anno in cui Raul Zuccari, senatore e sindaco di Bordighera assieme al presidente dell’Ente Fiera del Fiore locale decise di celebrare la Mamma. La festa ottenne molto successo, tant’è che il 18 dicembre 1958 lo stesso Zaccari con altri senatori presentarono un disegno di legge per ottenere l’istituzione di questa festività. Ci furono aspri dibattiti conclusi poi l’anno successivo. Perciò a livello nazionale si può far risalire il 1959 come l’inizio di questa ricorrenza.

Dopo il Natale, la Festa della Mamma è tra le festività laiche più commercializzate. Accanto a pensierini, lavoretti o fiori possiamo regalare per questo 14 maggio alle nostre mamme una azalea: continuano infatti gli eventi AIRC legati alla ricerca e alla lotta contro il cancro.

Con un contributo di 15 euro riceverai l’Azalea della Ricerca, un regalo speciale per la Festa della Mamma e un gesto concreto a sostegno dei progetti di ricerca sui tumori femminili.

Si può controllare direttamente a questo link https://www.lafestadellamamma.it/trova-la-piazza/ se nel vostro paese è presento uno stand in piazza.

Auguri a tutte le mamme

Alessia Schiavella

I robot ci ruberanno il lavoro

di Cristian Lucci

Come l’intelligenza artificiale rivoluzionerà il mondo del lavoro

Intelligenza artificiale, automazione e robotica sono alcuni degli argomenti caldi della società contemporanea e il loro impatto sulla nostra vita sarà talmente dirompente che l’ONU recentemente ha addirittura lanciato un campanello di allarme: i robot sostituiranno il 66% delle attuali professioni. In verità, secondo diversi analisti, non si tratterebbe propriamente di una sostituzione uomo/macchina ma di una profonda trasformazione delle professionalità con effetti negativi a medio termini ma positivi nel lungo. La robotica è uno dei pilastri della quarta rivoluzione industriale il cui rischio però secondo Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum, è “che le tecnologie riducano l’occupazione a una velocità maggiore rispetto a quella con cui si crea nuovo impiego”. La storia dell’uomo è disseminata di scoperte che, in quanto dirompenti e rivoluzionarie, hanno spaventato e alimentato gli incubi dei più fervidi conservatori, ma il luddismo che accompagna l’inarrestabile innovazione scientifica è poi sempre seguito dalla nascita di un benessere diffuso e di un maggiore livello della qualità della vita. Da diversi anni i robot e le macchine in genere svolgono attività fino ad oggi tipicamente umane, basti pensare a “Tempi moderni” di Charlie Chaplin e paragonare l’alienante lavoro del povero protagonista con le attuali attività di una moderna industria. Il punto è tutto qui: i robot e l’intelligenza artificiale non sostituiranno l’essere umano ma lo libereranno e gli daranno più tempo per fare attività più gratificanti. In fondo preferireste girare un bullone tutto il giorno o supervisionare un robot che lo faccia per voi? A questo bisogna aggiungere l’effetto positivo chiamato re-shoring che inverte la tendenza ad esternalizzare il lavoro verso mercati esteri a causa proprio della diminuzione dei costi di produzione dovuta all’introduzione dell’automazione. Bassi costi di produzione, costi competitivi con mercati aggressivi come Cina e India e possibilità di mantenere le attività produttive in casa nostra. Ma se i lavoratori si ritroveranno senza salario poiché sostituiti da intelligenze artificiali, chi pagherà per i beni che gli stessi robot produrranno? La risposta a questa domanda implica una profonda revisione del welfare di una nazione che necessariamente dovrà pensare ad una qualche forma di “tassa sul robot” per ridistribuire successivamente la ricchezza tra i cittadini attraverso un reddito di cittadinanza che liberi ulteriormente l’uomo dal giogo lavorativo.

In definitiva sono alquanto remoti gli scenari alla Terminator in cui i robot si ribellano agli umani portando morte e distruzione, la strada intrapresa è quello di una società illuminata in cui tutti i lavori automatizzabili saranno in capo a intelligenze artificiali di qualche tipo e in cui l’uomo si dedichi ad attività più alte ed appaganti. Eccessivo ottimismo? Non lo scopriremo tra 50 anni ma molto, molto prima.

Cristian Lucci