La Teoria Delle Stringhe

di Alessandro D’Uffizi

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Una Rivoluzione a metà.

E’ molto probabile che un ragazzino qualsiasi fantasioso e assonnato, camminando nella nebbia abbia pensato a un varco,a un mondo sconosciuto nascosto tra l’ovatta e la pioggia.
Un mondo nuovo, dietro la coltre nebbiosa, con cui allietare la fantasia.
La nostra è una supposizione un po’ una forzata, cinematografica, che va a dissipare subito quell’alone di mistero e misticismo che circonda questa branca dello studio della fisica: quella stringhista.

La Teoria delle stringhe è nata in tempi recenti nel campo della fisica, ed emerse durante studi nel Cern di Ginevra; dove un ricercatore italiano, Gabriele Veneziano, notò dei “movimenti” traducibili in sequenza matematica di una particella subatomica: l’adrone. Teoria-delle-stringhe-Filamenti-di-energia.jpg

Siamo nel 1968. Nella West Coast nasce la Flower Revolution, nelle sale del Cern la Fisica Stringhista.
Intuendo l’impossibilità di comprendere queste teorie con i sistemi matematici di allora, Veneziano applicò una vecchia formula matematica, tornando indietro di oltre duecento anni. La suddetta formula è nota come “Funzione Beta di Eulero”.

Fu proprio in quel momento che nacque la fisica stringhista, la fisica delle corde (“String” in inglese significa “corda”).
Ogni cosa (oggetti, persone, auto, pianeti ecc.) è composta da miliardi di atomi, a loro volta formati da decine di miliardi di quark. In breve, la teoria delle stringhe vede la possibilità che tutte le cose siano connesse.

La missione è arrivare a una “Teoria del Tutto”.

Dietro a questo nome romantico si nasconde la volontà umana di comprendere una teoria matematica perfetta, in cui la matematica quantistica e la teoria della relatività generale potessero interagire, al fine di rispondere a ogni fenomeno fisico conosciuto.
Queste parole non rendono l’idea dell’obiettivo reale della ricerca, ovvero quello di costruire un mondo nuovo. Infatti con la possibilità che ogni equazione fisica possa esser risolta, tutta la natura circostante assumerebbe una forma diversa: l’uomo potrebbe costruire strutture enormi per viaggiare nello spazio; trovare nuovi modi per produrre e distribuire energia; risolvere problemi cronici e millenari che tormentano la specie umana da millenni, come le carestie.
La Teoria del tutto, quindi, avrebbe potuto rappresentare la più grande rivoluzione della storia umana.
Dunque lo stringhismo iniziò con lo studio di diversi “mondi della fisica”, come quello della materia o delle radiazioni per arrivare a “mondi” più complessi, come quello dello spazio o quello del tempo.
Ben presto lo stringhismo si diffuse nel mondo della fisica, al pari della Beat Generation o del Post Modernismo nella letteratura, portando all’elaborazione di numerose teorie.
Difatti nel corso dei successivi venti anni , quasi tutti i fisici si sono cimentati nel tentativo di comprendere a pieno la fisica delle stringhe.
In questo vasto gruppo trovano spazio diversi ricercatori e studiosi italiani, popolo di Santi, Navigatori, Poeti e Fisici Teorici.
Sono sempre stati presenti, tuttavia, problemi non da poco:
la Teoria, nonostante il suo fascino, non può con i soli dati sperimentali trovare un posto nelle Teorie scientifiche certe.
Rimase quindi nella bonaccia del fascino della sua promessa di unificare ogni forza e ogni materia, senza però riuscirvi.
Ciò nel corso degli anni ha lentamente eroso il mondo scientifico stringhista, che nel tempo è stato relegato sempre più ad un ruolo marginale.
Oggi, infatti, l’universo stringhista viene definito come “senza rivoluzione definitiva e risolutiva”, dal momento che non è riuscito ancora ad arrivare ad una teoria finita e applicabile. Ha conseguito tuttavia un notevole slancio con l’apporto della prima rivoluzione stringhista.
Questa fu frutto di un calcolo di due ricercatori nel 1984 Schwarz e Green.
La teoria delle stringhe risultò immune a diverse anomalie matematiche che affliggevano in maniera patologica diverse teorie coerenti, stringhiste e non.
Ancora oggi a distanza di trent’anni per tutti gli stringhisti , quel giorno d’autunno del 1984 rappresenta una base empirica su cui costruire tutti gli spazi di questa teoria.
Bisogna continuare la costruzione della Teoria e non demordere davanti alle insidie che possono sorgere.
D’altronde come disse Eraclito :“alla Natura piace nascondersi”.
Quindi ogni qualvolta che vediamo un fenomeno fisico,magari dandolo per scontato,come una nebbia capace di avvolgere un bosco in un autunno,dobbiamo essere consapevoli che ciò che vediamo può essere diverso da ciò che appare.

Alessandro D’Uffizi

Ma come ti vesti!?

di Alessia Schiavella

Il carnevale, tra tradizione e innovazione.

Il carnevale è una festività presente nei paesi di tradizione Cattolica. Esso infatti è legato alla Pasqua e proprio come la Pasqua non ha una data fissa. Ricade solitamente nel mese di febbraio e raramente oltre la prima settimana di marzo. Il nome potrebbe derivare dal latino “carnem levare”, cioè togliere la carne, in riferimento ai banchetti tipici del carnevale che precedevo il periodo della Quaresima che inizia il mercoledì delle ceneri, giorno seguente al Martedì Grasso. Solo nel carnevale ambrosiano (praticato nelle arcidiocesi di Milano) esso termina la prima domenica di Quaresima.

Sebbene questa festa faccia parte della cultura cristiana (ultimi giorni di baldoria prima del periodo di penitenza antecedente la Pasqua), prende spunto da antichi riti pagani: infatti nei riti dionisiaci greci e durante i saturnali romani si faceva un uso sregolato di vino, cibo ed era tipico il ribaltamento dell’ordine costituito. In quello specifico periodo infatti si sovvertiva l’ordine sociale vigente e si scambiavano i ruoli soliti, nascondendo la vecchia identità dietro delle maschere. C’era una temporanea sospensione del rapporto servo-padrone, ognuno era autorizzato a fare tutto. Da qui il modo di dire “A Carnevale ogni scherzo vale!”

In alcuni scritti medievali dell’VIII secolo abbiamo la presenza di un fantoccio, simbolo di tutti i mali dell’anno precedente, messo al rogo: questo evento era di buon augurio per l’anno nuovo in corso. Questimagesa usanza in molte regioni italiane sopravvive anche nella tradizione popolare di oggi: in Sardegna assume un nome diverso in base alla zona, in Calabria e alcuni paesi della Toscana abbiamo il Re Carnevale, mentre in alcuni paesi del Nord viene messa al rogo una “vecchia”.

Altra tradizione antica oggi presente sono i carri allegorici. Non li troviamo soltanto adesso ma anche durante i carnevali fiorentini di Lorenzo il Magnifico, il quale compone nel 1490 i “Canti carnascialeschi” e il celebre “Trionfo di Bacco e Arianna”. Oggi, accanto ai carri che rappresentano semplicemente travestimenti, abbiamo quelli più critici che attraverso allegorie trasmettono il malessere e il disagio nei confronti di fatti attuali politici e non solo. Famosi sono quelli del Carnevale di Viareggio, dagli anni ’60 fulcro della satira politica, dove, per esempio, in questo 2017 abbiamo la rappresentazione di Trump, ma anche della Raggi e di Papa Francesco.

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Per quanto riguarda le maschere tipiche invece in questi ultimi anni le cose sono un po’ cambiate.

Nei secoli infatti ne abbiamo avute alcune di origine diversa: derivate dalla Commedia dell’Arte, da tradizioni arcaiche o appositamente create come simbolo carnevalesco di varie città.

Tra le più famose della Commedia dell’Arte abbiamo, Arlecchino, tradizionalmente vestito di pezze, di animo gioioso e burlone in contrapposizione a Brighella, sempre bergamasco, imbroglione ed insolente, caratterizzato da un costume bianco con strisce verdi.

La maschera più antica italiana, nota anche in tutta Europa è quella di Pulcinella, vestito con un abito bianco e maschera nera, che impersona vizi e virtù dell’uomo napoletano.

Mentre la regione con più maschere legate alla tradizione arcaica è la Sardegna con oltre 35 travestimenti.

Ma oggi quanti bambini, e anche adulti, vogliono vestirsi da Arlecchino o Pulcinella?

Quasi nessuno… Il Carnevale è cambiato. Oggi i bambini vogliono vestirsi da personaggi dei loro cartoni preferiti: tra le bambine molto gettonate sono le principesse Disney come Elsa di Frozen e tra i bambini troviamo i supereroi o i personaggi di Star Wars.Carnevale-2016-con-bambini.jpg

Anche tra i grandi le cose sono mutate: abbiamo sì i tipici costumi da indiano, hippy, prete/suora, animali di vario tipo, ma anche personaggi derivati da film, serie tv, libri o cartoni animati, come per esempio I Simpson, i personaggi di Harry Potter, i Minions giusto per citarne qualcuno.

Piano piano ci stiamo forse avvicinando al Cosplay: questa parola nata in Giappone circa 30 anni fa, è la contrazione delle parole inglesi costume e play, e descrive l’hobby di divertirsi impersonando e vestendosi come il proprio personaggio preferito.

E voi da cosa pensate di vestirvi durante questo carnevale? Con maschere tradizionali o più innovative?16602157_1892600447651467_3109070463827243137_o.jpg

Appuntamento tra le strade del nostro paese per festeggiare tutti insieme dal 23 al 28 febbraio.

Alessia Schiavella

The O.C. – 10 cose che ci sono rimaste nel cuore a 10 anni dalla fine

di Chiara Baroni

Dieci anni fa oggi finiva per sempre uno degli show che più ha segnato la nostra generazione: The O.C.  Se come me siete stati dei liceali durante il primo decennio degli anni 2000 non potete non aver mai sentito parlare dei cari Seth, Ryan, Marissa, Summer e tutti i pittoreschi personaggi che si aggiravano per la lussuosissima Newport Beach.

Le vite dei liceali di Orange County non potevano essere più diverse dalle nostre: automobili di lusso, surf, abbronzature perenni, ville fantasmagoriche e sostanziosi fondi fiduciari, e poi feste esagerate e galà di beneficenza come se piovesse. Eppure gli adolescenti di Newport parlavano la lingua universale del dramma adolescenziale, e le loro avventure, la loro voglia di ribellione, erano le nostre. Sarcasmo, sfacciataggine, e una buona dose di sano essere fichi erano ciò che spingeva a empatizzare e immedesimarsi con i ragazzi californiani.

A dieci anni dall’addio alla serie che ha fatto di noi ciò che siamo, presentiamo una classifica totalmente arbitraria con dieci delle cose più significative che The O.C. ci ha lasciato, in ordine crescente di memorabilità.

10) Julie Cooper e qualsiasi cosa abbia mai fatto

Difficilmente Julie si troverà a sorseggiare il caffè mattutino da una tazza “miglior mamma del mondo”, ma non possiamo non amare questo personaggio meschino e arrivista che però ogni tanto faceva la cosa giusta. Non come quella volta che cominciò a frequentare l’ex-fidanzato della figlia.

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9) Capitan Avena, Principessa Favilla, Orso Amico

Nei rari momenti in cui i teenager di The O.C. non si ubriacavano/rubavano una macchina/davano fuoco ad una casa, essi amavano ritrovare il bambino in loro giocando con i loro giocattoli d’infanzia, a dimostrazione che si può rimanere fichi anche se ci piace abbracciare il nostro orsetto di peluche.

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8) L’elevato tasso di intrecci incestuosi

Non sarà al livello del paradosso temporale di Futurama, quando Fry viaggia nel tempo e ha una tresca con sua nonna che lo porterà a diventare il nonno di sé stesso, ma la relazione di Ryan con una ragazza che si scopre essere la sorellastra segreta della sua mamma adottiva spiega molte cose sul tono soapoperesco della serie.

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7) Marissa e Alex

Anche se ancora non è chiaro se Marissa stesse con Alex più per amore o più per far dispetto a sua madre, la breve storia tra le due fu uno dei primi esempi di relazione tra due ragazze in un telefilm adolescenziale e portò una ventata di saffismo nei nostri pomeriggi, aprendo la strada a tutti i telefilm che vennero dopo.

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6) La dicotomia Seth/Ryan

Nell’era dei Cioè e altre pubblicazioni analoghe anche i due protagonisti maschili di The O.C. erano gli idoli delle ragazze, e ce ne era per tutti i gusti: il taciturno Ryan con la sua canotta bianca con annessi bicipiti, sempre coinvolto in qualche rissa e con la fedina penale sporca, era l’ideale per tutte le ragazze che cercavano un ribelle misterioso, mentre il logorroico Seth, allampanato e pallido, ma con eccellenti gusti musicali e una grande passione per fumetti e videogiochi, soddisfava chi cercasse un tipo più alternativo. La me adolescente rientrava nell’ultima categoria, ma un recente rewatch mi ha portato a rivalutare il cuore d’oro del ragazzo di Chino rispetto alla spocchia di Cohen.

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5) La morte di Marissa

Per alcuni Marissa Cooper era l’incarnazione della ragazzina viziata e insoddisfatta, per altri la dimostrazione che i soldi non fanno la felicità, specialmente se tuo padre li brucia tutti e tua madre è Julie Cooper. La sua morte è lo sfregio che ancora non accetti.

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4) La rissosità di Ryan Atwood

Lui ci provava tantissimo a fare il bravo ragazzo, a stare lontano dai guai, ma come spesso succede erano i guai che cercavano lui, e quando lo trovavano lui li prendeva a pugni. La sua rissosità ci ha lasciato in eredità una delle battute più leggendarie della serie.

Ryan [prima di tirare un cazzotto a Luke]: “Sai cosa mi piace dei figli di papà?”
Ryan [dopo aver tirato un cazzotto a Luke]: “NIENTE!”

3) Che schifo!

Summer era solita commentare qualsiasi cosa con un bel “Che schifo!”, è più divertente se lo guardate.

2) CALIFORNIAAAAAA

L’unica parola che tutti sapevamo della sigla. La sigla cantata dai Phantom Planet è solo un esempio della devozione della serie al rock indie degli anni. La musica era una parte importante di The O.C. e nella serie sono apparse molte band tra cui anche i The Killers.

1) “E tu chi sei?” “Chiunque tu vuoi che io sia”

E niente, bam. Le pagine della nostra vita? Titanic? Mi dispiace ma loro e qualsiasi altro film tratto da un libro di Nicholas Sparks possono solo rimanere a guardare, perché la scena più romantica mai girata è questa:

Sono certa di aver lasciato qualcosa di fantastico fuori da questa classifica, quindi se eravate fan della serie fateci sapere quali sono le cose di The O.C. che più vi sono rimaste nel cuore, ripensando ai tempi in cui il nostro look poteva essere commentato solo con un “Che schifo!”.

Fonti immagini nell’ordine:
thoughtcatalog.com
teddywestside.tumblr.com
damonsletter.tumblr.com
oc.wikia.com
cohenchrismukkah.tumblr.com
screenshot da youtube
buzzfeed.com

L’altra faccia della Siria: intervista ad un rifugiato siriano.

di Alessandro D’Uffizi

Alessandro D’Uffizi ha incontrato Phil, un giovane siriano accolto qui in Italia che ha voluto raccontarci un altro volto della Siria, ben lontano da quello che propongono i media.

N.D.R: Da giornale indipendente e imparziale, riteniamo giusto raccontare il mondo da ogni punto di vista, anche laddove questo risulti impopolare.
L’intervista parla di questioni complesse e spinose, pertanto invitiamo il lettore a non cedere alla tentazione che ciò che è scritto rappresenti una verità assoluta.
Essendo una fonte primaria bisogna tenerne conto, senza tuttavia tralasciare le altre innumerevoli fonti odierne.
Possiamo solo auspicare la fine del conflitto civile in Siria, con la speranza che tutte le comunità che la compongono possano tornare a vivere serene , insieme e in pace.

La Siria è un paese dell’area mediterranea, culla di civiltà e terra ricca di millenni di storia.
Durante gli ultimi anni è stata dilaniata  da una guerra civile di inaudita violenza, il cui obiettivo principale era la deposizione del dittatore Bashar al-Assad, figlio di Hafiz al-Assad.
Da ambo le parti si denunciano profonde nefandezze nella gestione del conflitto.
La Crisi umanitaria ha generato un vasto numero di rifugiati, molti dei quali appartenenti alla confessione  cristiana cattolica, tutelata sotto il regime di Assad e invece oggetto di discriminazioni e violenze da parte delle frange più estreme dei ribelli.
Uno dei rifugiati è il nostro intervistato, un ragazzo cattolico fuggito per salvarsi insieme alla sua famiglia.

A: Ciao Phil, dicci qualcosa di te.

P: “Mi chiamo Philip Astephan ,sono siriano di Aleppo.Sono arrivato in Italia per la prima volta nel 2011 per studiare psicologia a Roma.”

 A: Che Stato era la Siria prima della Guerra?

P:“La Siria prima della guerra era un paese tranquillissimo con zero debito e tanta tolleranza       tra i gruppi religiosi ed etnici. Ci trovavamo abbastanza bene con il presidente Assad.”

 A: Come era la convivenza tra Cristiani ed altre Minoranze con Assad?

P:“Cristiani e altre minoranze stavano benissimo con Assad, la Siria era un paese per tutti.”

 A: Cosa è stata davvero la Primavera Araba?

P:“All’inizio non era rivoluzione…Non c’erano ribelli, era tutto fabbricato.
Non dico che non ci fosse gente che volesse il cambiamento. Io lo volevo e lo voglio, ma rivoluzione significa andare avanti e non tornare indietro di  1500 anni.”

 A: Chi sono i ribelli? Ed è vero che ci sono mercenari?

P: “Mercenari, gente a pagamento che ha una mentalità estremista. Sono terroristi.
E alla fine è un conflitto per l’interessi internazionale, un conflitto geopolitico tra i potenti del mondo.

A: Esiste quindi un interesse strategico Usa\Saudita nei confronti della Siria?

P: “Si, il Qatar voleva costruire un gasdotto tramite la Siria. Così L’Europa avrebbe preso gas dal golfo Arabo e non dalla Russia. Questo è molto importanti per gli Americani.”

 A: Assad è davvero così sanguinario, come dipinto dai media occidentali?

P: “L’Arabia Saudita è sempre stata contro Assad. Si tratta di propaganda, è tutto fabbricato come ad Hollywood. È una guerra d’informazioni, con giornalisti che sanno cosa fare o altri che non sanno cosa stanno facendo.

 A: Qual è stata la scintilla della guerra in Siria?

P: “Era tutto preparato, aspettavano solo il momento giusto. La scintilla è arrivata dalla Tunisia, con un uomo che si è bruciato in una piazza scatenando le proteste più accese.
Questo perché Assad è alleato con Russia e Iran.”

 A: Qual è il ruolo degli Usa, della Russia e delle Onlus?

P: “Gli Usa non hanno fatto nulla contro l’Isis. Hanno solo distrutto infrastrutture, ponti e scuole. Solo la Russia e l’esercito regolare Siriano combattono il terrorismo.”

A: Come sarà il futuro dei Cristiani in Medio Oriente?

P: “Non lo so. Certo, molti hanno lasciato quella zona e la Siria, la maggior parte sono rifugiati al di fuori del paese. Vediamo se, a guerra finita, Russia e Occidente li aiuteranno a tornare nelle loro terre.”

 A: Come sarà il tuo futuro?

P: “Cerco di finire i miei studi qui a Roma, nell’Università Pontificia, mentre cerco un lavoro. “

A: Per concludere , che figura è stata Hilarion Capucci per il Medio Oriente?

P: “Una figura controcorrente, persona coraggiosa e votata alla verità,  specialmente contro l’ingiustizia israeliana nei confronti dei palestinesi.”

Alessandro D’Uffizi

 

 

 

San Valentino

di Alessia Schiavella

Origine di una festa “pagana”

Tra le feste più consumistiche note negli Stati Uniti troviamo la Festa di San Valentino, diffusa anche nel nostro paese. Perché questo santo è considerato il protettore degli innamorati?
Si tratta di leggenda o realtà?

Storicamente si può far risalire l’inizio di questi festeggiamenti al 496 d. C., quando papa Gelasio I decide di cristianizzare l’antica festività pagana dedicata al Dio Fauno Luperco, detta Lupercalia. Questi riti, dedicati al Dio che proteggeva il bestiame composto da pecore e capre dai lupi, erano rimasti nonostante la religione a Roma fosse già cristiana da più di un secolo grazie all’editto di Teodosio. hith-st-valentine-A.jpegHistory_Valentines_Day_Cupid_V1_SF_HD_1104x622-16x9.jpg
Venivano celebrati tra il 13 e il 15 di febbraio, e ormai erano solo di carattere folkloristico, legati alla fecondazione e di conseguenza al sesso, riferimento poco ecclesiastico per una festività. Per questo motivo si cercò di moralizzare questa ricorrenza inserendo il culto di San Valentino, legato a un sentimento di amore puro.

Su chi fosse questo San Valentino ci sono varie ipotesi: qualcuno fa riferimento a San Valentino da Terni, altri a San Valentino morto martire a Roma il 14 febbraio 273.
Secondo alcuni storici o erano davvero due, oppure il secondo non è mai esistito, oppure erano la stessa persona. Testi antichi, ma di dubbia attendibilità, accomunano comunque entrambi all’amore: si dice che il primo abbia messo pace tra due innamorati porgendo loro una rosa, mentre il secondo congiungeva in matrimonio giovani coppie (ma venne giustiziato per aver sposato una giovane cristiana con un legionario pagano). isolde1.jpg

Ma forse la leggenda più famosa legata al santo è questa: Valentino aveva grande giardino che coltivava con le proprie mani. Tutti i giorni permetteva ai bambini di giocare nel suo giardino, raccomandando che non avessero fatto danni, perché poi la sera avrebbe egli regalato a ciascuno un fiore da portare a casa. Un giorno, però, vennero dei soldati e imprigionarono Valentino con una condanna di carcere a vita. In carcere arrivarono magicamente due dei suoi piccioni viaggiatori. Il futuro santo li riconobbe e legò al collo di uno un sacchetto fatto a cuoricino con dentro un biglietto, ed al collo dell’altro legò una chiavetta. Quando i due piccioni fecero ritorno furono accolti con grande gioia. La chiave che portavano con sé i piccioni era quella del giardino di Valentino, mentre nell’altro bigliettino c’era un messaggio d’amore per i bambini firmato: “il vostro Valentino.”

La connotazione più romantica si ha dal XIV secolo, quando Geoffrey Chaucer nel suo poema di 700 versi Parlamento degli uccelli associa la ricorrenza al fidanzamento di Riccardo II d’Inghilterra con Anna di Boemia.

Al secolo successivo si può far risalire la prima “Valentina”: un bigliettino d’amore, scritto da Carlo d’Orléans allora detenuto nella Torre di Londra dopo la sconfitta nella battaglia di Agincourt (1415).
Carlo si rivolge alla moglie chiamandola “… ma très douce Valentinée”.
Da metà Ottocento negli Stati Uniti Esther Howland iniziò a produrre biglietti di San Valentino su scala industriale, favorendo lo sviluppo commerciale di questa festività.

Ad oggi accanto ai bigliettini pieni di frasi d’amore, troviamo anche cioccolatini, fiori o serate romantiche.Valentines-Day.jpg

Sebbene in Italia essa venga vista principalmente come ‘festa degli innamorati’, in altre parti del mondo essa è legata solo al sentimento generico dell’amore, tra amici, familiari o anche colleghi di lavoro. Particolare è la tradizione in Giappone: sono le donne a r
egalare dolci agli uomini, i quali sono però tenuti, un mese dopo, il 14 Marzo, il
“White Day”, a contraccambiare il regalo ricevuto con cioccolatini rigorosamente bianchi.

 

Alessia Schiavella

Archeology&ME

di Ramona Battagliola

Che lavoro svolge il medico? E il falegname? Se queste domande venissero rivolte a un passante o a un bambino, la risposta sarebbe molto vicina alla reale mansione che queste figure professionali svolgono. Ma se invece si chiedesse: che lavoro fa un archeologo? Chi saprebbe veramente rispondere? Il mestiere di questa figura mitologica rimane avvolto nel mistero, cosa che conferisce probabilmente fascino alla professione ma la rende poco fruibile e comprensibile ai non addetti ai lavori. Ciò che non si comprende, non si può apprezzare realmente. E’ stata questa la riflessione alla base della nascita del concorso europeo You(r) Archaeology – Archeologia secondo me”, un progetto finanziato dalla Commissione Europea, che ha concesso la possibilità di rappresentare la propria idea di archeologia a chiunque avesse voglia di mettersi in gioco. Aperto a tutte le fasce di età e a tutti i membri degli stati dell’Unione Europea, il bando prevedeva la realizzazione di un’opera (foto, video, dipinto o disegno) che avesse come tematica il patrimonio europeo. Le opere finaliste, selezionate da una giuria, sono confluite in una mostra attualmente visitabile al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme e saranno qui esposte fino al 30 Aprile 2017.

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L’esposizione, promossa dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma e dal Museo Nazionale Romano, in collaborazione con l’Istituto per i Beni artistici Culturali e naturali dell’Emilia Romagna e con l’organizzazione di Electa, si snoda in undici sezioni organizzate lungo il pianterreno del museo. Ognuna di queste affronta una tematica, inerente al mondo archeologico, filtrata attraverso le 87 opere selezionate.

Già dall’ingresso si comprende il tipo di mostra in cui ci stiamo avventurando: un espositore raccoglie una serie di domande ( Qual è il ruolo dell’archeologia nella società contemporanea? Che cosa può insegnare l’archeologia all’uomo moderno?) cui si è invitati a rispondere su Twitter, con l’hastag #archeologyandme.

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Per chi già starà pensando che Twitter è un mondo oscuro e nel quale difficilmente ci si andrà ad avventurare nel breve tempo di una mostra, invito a far attenzione all’ultima sezione dell’esposizione: qui si trova un Twitter wall che in tempo reale permette di leggere tutte le risposte dei visitatori ai quesiti, dando la possibilità di fruire dell’interazione anche ai meno tecnologici.

Il percorso espositivo ci viene narrato da due figure principali: nella prima parte, protagonisti sono i cittadini europei ad accompagnarci nel mondo dell’archeologia attraverso le loro opere, mentre nella sezione successiva sono gli stessi addetti ai lavori a presentare il loro punto di vista.

Oltre a una selezione di foto, che si potrebbero definire “turistiche” e che presentano il lato dell’archeologia di cui tutti, in maniera più o meno consapevole, abbiamo fruito, alcuni disegni pongono l’attenzione su una riflessione non sempre scontata.

Una di queste opere è chiamata Connessione in corso e chiarisce il modo in cui il passato è molto più vicino a noi di quel che sembra: se qualcuno oggi ci chiedesse di organizzare una cena per un ospite particolare, istintivamente sceglieremmo le posate più ricercate, i bicchieri più raffinati e prepareremmo una tavola ben diversa da quella che vede sederci tutte le sere per una cena veloce. L’archeologo studia anche questo: le forme ceramiche che si rinvengono nel corso degli scavi ci lasciano traccia sia della quotidianità del passato che degli eventi “straordinari” come banchetti, sacrifici e festività. La stessa connessione che si trova esplicata nella sovrapposizione di una lucerna e una lampada: i materiali archeologici non sono così lontani da noi, se si pensa che spesso andavano a esaudire le stesse esigenze di cui l’uomo ha sempre sentito bisogno.

Poche sono le opere che hanno invece deciso di presentare la faccia più deturpata di questa professione: quella che vede protagonista l’incuria, la dimenticanza e l’abbandono. I motivi per cui si è deciso di adottare questa visione idilliaca del patrimonio possono essere diversi: da un lato la forza prorompente della bellezza degli antichi fasti delle città che riemerge nel nostro paesaggio urbano (anche nel bel mezzo di “rovine moderne”) in un clima molto “romantico”, dall’altro la difficoltà nel percepire come la dimenticanza di oggi possa divenire un giorno assenza di qualcosa da dimenticare, una cancellazione del nostro passato. In una foto scattata a Messina proprio una traccia del nostro passato viene chiamata “sopravvissuto” alla modernità.

Un’ultima opera che centra in modo particolare un aspetto della professione dell’archeologo è un piccolo nano da giardino, distrutto e ricomposto: la didascalia dell’opera recita:

“l’archeologia è mettere insieme pezzi del passato e scoprirne forma e uso originali, anche se non saremo mai in grado di replicarne la forma.”

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La cosa più affascinante di questo piccolo esperimento è stato l’avvicinarsi esattamente alla sensibilità della ricerca archeologica, arrivando a comprendere quanto un piccolo frammento a volte possa cambiare il senso di una ricostruzione. Immaginate un nano da giardino senza il suo peculiare berretto?

A questo punto del percorso la narrazione inizia a essere interpretata dall’altra categoria protagonista della mostra: gli archeologi. La statua di Niobe e il pannello illustrativo che ne racconta la storia del rinvenimento pone subito l’attenzione sull’iter e sulle sfaccettature della professione: dalla scoperta del reperto al momento dello scavo, fino al suo studio e musealizzazione. Poco dopo però, la statua di un  gladiatore ci racconta una storia un po’ diversa: quella di una professione come ricerca scientifica e indagine finalizzata al contrasto del mercato illegale. Per la prima volta infatti, dopo 50 anni, tornano insieme i pezzi del Gladiatore che uccide un leone, gruppo scultoreo della seicentesca Collezione Giustiniani, trafugati tra il 1966 e il 1971 e recuperati in diverse fasi dal corpo dei Carabinieri e oggi qui di nuovo a donarci la loro bellezza.

In questa sezione gli addetti ai lavori riflettono anche in maniera autocritica su uno dei problemi più grandi che si presentano al giorno d’oggi nel nostro paesaggio urbano: la convivenza della città antica che affiora sotto i nostri piedi e le necessità di quella moderna. Il caso a noi più vicino riguarda sicuramente i recenti scavi per la costruzione della nuova linea metro a Roma che hanno portato alla luce monumenti unici, che ancora aspettano un giusta qualificazione urbana. Non si propone una soluzione definitiva a un problema così annoso ma si lancia una provocazione: perché non sfruttare questi rinvenimenti come possibili momenti di riqualificazione urbana piuttosto che momenti di totale blocco dei lavori? colosseo

Ciò che colpisce maggiormente di questa seconda sezione della mostra è il modo in cui la professione viene presentata non come astratta disciplina ad appannaggio di pochi intimi, ma come ricerca che ha come fine ultimo quello dell’indagine culturale delle nostre radici. E’ proprio nell’ultima sala che viene infatti analizzato il rapporto tra l’archeologia e il potere e, in particolare, l’uso e l’abuso che dei monumenti è stato fatto in diversi momenti della storia, anche recentissima. Qui, diverse foto ricordano come spesso la forza materiale dei monumenti archeologici sia diventata strumento di propaganda di diversi regimi. Colpisce come la galleria delle immagini si concluda con le distruzioni dei siti siriani: questi fotogrammi di storia così recente ci accompagnano all’uscita della mostra con la sensazione nettissima che il passato è il nostro presente, molto più di quanto possiamo immaginare.

Il progetto

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Ramona Battagliola

Informare con i miti

di Sara Schiavella

Da sempre l’uomo, affascinato e incuriosito dalle cose che lo circondano, ha cercato di dare risposte ad alcuni quesiti fondamentali. Da che cosa tutto ha avuto origine? Chi ha creato gli esseri viventi? Qual è il senso della vita? Perché nel mondo esistono morte e sofferenza?

Egli vuole trovare un modo per conoscere e capire la realtà che gli appare ricca di immagini talvolta incomprensibili. La stessa vita, la morte, le leggi della natura, il bene e il male sono dei misteri totalmente oscuri. Ed è per questo motivo che l’uomo ricorre ai miti: essi nascono proprio dall’esigenza di fornire una risposta universale agli interrogativi umani che abbiamo menzionato precedentemente.

Ai giorni d’oggi, però, perché vengono ancora studiati questi miti della notte dei tempi? Come mai si fa riferimento ancora a questi racconti giunti dall’antichità che esistevano ancor prima che un narratore cominciasse a tramandarli?

Bisogna tener presente che essi possiedono degli insegnamenti validi anche per l’uomo moderno. La società attuale appare come un turbinio di messaggi, immagini, pubblicità che rendono l’uomo totalmente perso. Ogni giorno siamo bombardati da una mole innumerevole di stimoli e notizie, e cosa non meno importante, veniamo a contatto con tantissima gente.

In questo labirinto affollato che neanche Dedalo in persona poteva essere in grado di costruire, l’uomo però soffre di solitudine. Ciò sembra ironico in quanto al mondo ci sono sette miliardi di persone. Ma questa è la verità. Facciamo riferimento ad una solitudine inspiegabile e assurda ma che purtroppo esiste in quanto è spirituale e psicologica. Una solitudine paradossale che si può paragonare ad un urlo silenzioso ma soprattutto soffocato. Dicendo ciò, l’uomo odierno non sembra affatto diverso rispetto a quello antico.

È solo, con le sue paure e le sue infinite domande. Inconsciamente, l’uomo contemporaneo possiede dentro di sé qualsiasi tipo di mito antico, il quale continua a vivere nella nostra epoca, risultando sempre attuale. In particolar modo i miti greci, i quali, essendo alla base della nostra civiltà, hanno plasmato la nostra concezione del mondo. Ci sono stati tramandati degli ideali che riecheggiano e a cui ci riferiamo ancora adesso nella valutazione dell’uomo e della donna: Penelope con la sua fedeltà,  Ulisse e il suo ingegno, Atena e la sua saggezza, Prometeo con la sua astuzia (il cui nome significa proprio “colui che comprende in anticipo, il previdente”), e così via.

Ma partiamo dal principio.

Che cos’è un mito? È una narrazione, investita di archetipica sacralità, che mira a spiegare i misteri del mondo e a definire le relazioni tra gli uomini e gli dei, passando talvolta attraverso gli eroi. Esso dipende totalmente dalla memoria e dalla tradizione orale.

L’etimologia della parola è da ricondursi al greco μϑος (mythos) che significa «parola, racconto, favola, leggenda»; invece, con il termine mitologia che deriva sempre dal greco μυϑολογία, ossia «narrazione di miti» composto da μῦϑος cioè «racconto» e da -λογία cioè «discorso», intendiamo gli studi dei miti ma anche il complesso delle credenze mitiche di un popolo.

Se da una parte ogni mitologia è a sé stante in quanto riflette gli avvenimenti storici e le caratteristiche della civiltà che l’ha concepita, dall’altra alcuni miti si somigliano veramente tanto. Possono cambiare i luoghi, i nomi o altri dettagli ma sia il significato che la trama sono molto simili. Ad esempio il tema del diluvio universale è molto ricorrente.

Noi probabilmente ricordiamo quello narrato nella Bibbia ma dobbiamo tener conto che esso è presente in ben 64 culture diverse. Al mondo però esistono dei diversi tipi di mito.

In base all’argomento trattato, lo possiamo distinguere in: cosmogonico, teogonico, antropogonico, naturalistico, eziologico e storico. Tra i più diffusi fra tutti i popoli antichi, troviamo il cosmogonico che narra la creazione e l’ordinamento del mondo; quello teogonico che riguarda la nascita degli dei e le loro generazioni; quello di tipo antropogonico (o antropologico) che descrive l’origine dell’uomo e perciò del genere umano; quello naturalistico, invece, che nasce come risposta all’inadeguatezza dell’uomo nei confronti del creato e appunto per questo mira a spiegare l’origine dei fenomeni naturali; quello eziologico che tenta di fornire le cause di alcuni aspetti della realtà; e infine quello storico, che può essere visto come la rielaborazione metaforica e leggendaria degli eventi tramandati altrimenti oralmente.

Il nostro intento però non è quello di soffermarci sulla classificazione dei miti, quanto di capire come mai possiedono un fascino profondo ancora oggi. Il racconto mitico consente ai narratori del passato di creare quei valori che, come abbiamo già detto prima, tuttora apprezziamo e che sembrano essere di straordinaria attualità. Serbatoio inesauribile di comportamenti e di simboli, i suoi protagonisti sono dei modelli, degli esempi da seguire e da imitare.

Ai nostri giorni l’aspetto più importante che lo studioso moderno affronta in merito allo scopo e al senso del mito nell’antichità è proprio la riflessione sul simbolismo dello stesso. È vero infatti che la verità propria del mito può ricondursi a quella fantastica o poetica, che coglie aspetti della vita e della natura irraggiungibili per logica e perciò non sorretti dal rigore del ragionamento razionale.

Sigmund Freud si ispira completamente alla mitologia e, proprio da questa conoscenza, egli formula quello che prende il nome di “Complesso di Edipo”, analizzando in chiave psicanalitica la famosissima tragedia di Sofocle.

Il padre della psicoanalisi identifica il mito in una manifestazione collettiva elaborata dallo spirito umano. Inoltre, Carl Jung sostiene che il mito sia espressione degli archetipi. I racconti mitologici sono degli universali, dei veri e propri archetipi, che si ripetono, appartenendo all’umanità nella sua interezza e superando qualsiasi tipo di confine. Per concludere occorre far riferimento ad uno dei più grandi studiosi di mitologia comparata, il saggista Joseph Campbell. Lo storico approfondisce lo studio di Jung sulla mitologia e sui suoi simboli e il suo pensiero può essere riassunto citando proprio le sue parole:

«Le immagini mitologiche mettono in contatto la propria coscienza con l’inconscio. Ecco ciò che sono. Quando una persona non ha immagini mitologiche, o quando la coscienza le rifiuta, quale che sia la ragione, rinuncia ad essere in contatto con la parte più profonda di sé. In questo, ritengo, sta lo scopo del Mito nel quale ognuno vive. Si tratta di trovare il Mito nel quale viviamo, conoscerlo, in modo da dirigere la nostra esistenza con competenza.»

I miti sono dunque metafore della nostra esistenza, la cui influenza è indispensabile nella formazione dell’individuo fino ad influire sui comportamenti, sulle scelte, sul modo di vivere e di pensare. Dovremmo tutti ispirarci ai miti, prendendoli come modello, al fine di evitare di commettere sempre gli stessi errori; e perché no, magari raccontarli ai più piccoli prima di andare a dormire, come ci suggerisce lo studioso Jean- Pierre Vernant.

Sara Schiavella

 

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