TURISMO E REALTÀ VIRTUALE

Quando la tecnologia incontra l’arte – di Cristian Lucci

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I videogame sono molto probabilmente la cosiddetta killer application della realtà virtuale. Capaci di offrire un’esperienza maggiormente immersiva rispetto alla realtà aumentata, visori VR come l’Oculus Rift di Facebook, l’HTC Vive e il PlayStation VR sono visti dagli sviluppatori di videogame come la prossima piattaforma sulla quale lavorare.

Va detto, però, che non sono gli unici a “vedere” la realtà virtuale in questo modo: sono sempre di più i musei che realizzano app VR per attirare le attenzioni dei visitatori di mezzo mondo. Il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano ha avviato una partnership con Sony Italia per due esperienze in realtà virtuale, Apollo 11 virtual reality e The martian virtual reality experience. Indossando i visori PlayStationVR ci si muoverà tra 14 postazioni: in uno spazio a gravità zero, come all’interno di una navicella spaziale di 50 anni fa, oppure si guiderà su Marte, come veri astronauti. Altra novità tecnologica in arrivo a Milano è Beyond the castle, un’esperienza virtuale al Castello Sforzesco che è stata presentata a Marzo scorso. Un visore catapulterà i visitatori nel XV secolo, trasformandoli in arcieri che potranno giocare con altre cinque persone (sotto forma di avatar), muovendosi all’interno della torre falconiera alla scoperta di armi e invenzioni del tempo. Anche nel Teatro alla Scala ogni sala è dotata di totem touch e grazie all’app in sette lingue, ognuno potrà decidere quale percorso fare tra sei diverse opzioni. La gita al museo diventa così personalizzata, costruita su misura attorno al pubblico per renderla unica. Alla lista dei musei tech si sono aggiunte anche le Terme di Caracalla a Roma, che da dicembre 2017 si visitano in 3D. Grazie alle ricostruzioni digitali degli ambienti si passeggia tra saune e frigidarium, come facevano i romani nel 216 dopo Cristo, anno della loro inaugurazione. Una volta ricevuto il visore, si possono ammirare statue e decorazioni oggi non più visibili nella loro collocazione originale, ma sparse in altri musei italiani. Una sfida è stata anche quella della Reggia di Caserta, che nel novembre del 2016 ha lanciato una caccia al tesoro virtuale. Tramite l’app gratuita «A caccia di tesori» l’accesso alle stanze della mostra Terrae Motus era consentito rispondendo ad alcune domande sulle opere esposte. Nelle declinazioni d’uso della tecnologia 5G, uno dei campi in cui avrà un impatto maggiore è proprio quello della Realtà Virtuale. Nella postazione allestita al View Conference di Torino era possibile percorrere i cunicoli sotterranei della Cittadella, che fanno parte del percorso di visita, ma anche esplorare aree espositive al momento non accessibili; o ancora, trovarsi nel fossato asciutto, davanti ai bastioni della fortezza, grazie a una fedele ricostruzione di come si presentava nel 1706. Ma le applicazioni sono molteplici e spaziano per tutta la filiera turistica e lungo tutto il percorso esperienziale del turista, con modalità che vanno dall’uso comune già oggi alla pura fantascienza. Ad esempio, passeggiando per le moderne vie delle città d’arte Europee, si potrebbe sollevare lo smartphone per vedere improvvisamente i grattacieli trasformarsi in antichi palazzi, sovrapposti alla realtà nello schermo del telefono. Anche in mezzo alla natura, con l’applicazione giusta, la realtà aumentata potrebbe rivelarsi molto utile (se non fondamentale): lo schermo del telefono potrebbe mostrarci in tempo reale un tag sopra le cime innevate che ci circondano, facendoci sapere nome e altitudine delle principali formazioni rocciose e non solo. Interessante nel migliore dei casi, a dir poco salva-vita in possibili circostanze estreme e impreviste. O ancora, in mezzo al traffico di una città sconosciuta, il telefono potrebbe guidarci verso la destinazione facendo apparire direttamente frecce e simboli utili proprio sulla fotografia in tempo reale della strada di fronte a noi. Ecco, questo è il rapporto che l’industria turistica potrebbe avere con la realtà virtuale e aumentata. Le due, anzi, dovrebbero lavorare a stretto contatto: la realtà virtuale è il perfetto strumento di marketing, la pubblicità più accattivante che esista; la realtà aumentata, dall’altra parte, è lo strumento per rendere l’esperienza in sé ancora più straordinaria.


Cristian Lucci

 

 

Casapound e Cave: si conferma la presenza sul territorio

La recente tornata elettorale ancora una volta dimostra la crescita di CPI sul territorio cavense – di Marco Pochesci

 1) Salve. Casapound Italia è ormai una realtà politica consolidata a Cave, soprattutto tra i giovani: secondo Lei quale è stato il segreto per avvicinarli alla politica cittadina?

 In realtà credo che Casapound sia a Cave che nel resto d’Italia attiri giovani e non solo, il segreto sta nel proporre una politica, anzi un modo di fare politica totalmente nuovo.

In particolare, nella nostra cittadina abbiamo iniziato che eravamo giovanissimi e da un gruppo di ragazzi siamo una realtà politica consolidata ormai da qualche anno. I giovani vanno coinvolti e responsabilizzati, si può partire anche da un banale evento per poi farli interessare a tematiche più complesse che riguardano il territorio.

2) Da movimento di pura opposizione CPI sta divenendo sempre più un partito che punta all’amministrazione del territorio, sia a livello locale che a livello nazionale: a cosa si deve tale trasformazione?

Siamo un movimento che punta a poter decidere le sorti dei territori e della nazione. A livello locale ormai siamo presenti sia in opposizione ma anche nelle istituzioni e questo perché le nostre proposte sono valide e abbiamo persone capaci. Siamo al fianco dei cittadini, i primi a scendere in piazza a difenderli; per questo ci premiano mandandoci a rappresentarli nelle istituzioni. Come a Cave, Ostia, Lucca, Bolzano, Todi e tanti altri comuni.

3) Quale disegno ha in mente CPI -Cave per il futuro sviluppo di della cittadina?

 Sicuramente dopo l’ennesima conferma di questa tornata elettorale che ci ha visto aumentare anche a livello di preferenze, sfioriamo il 5% a Cave, saremo sicuramente presenti e diremo la nostra. Ovviamente credo che ci sia bisogno di un cambio di rotta per poter andare avanti e al momento le condizioni sembrano con il passare del tempo essere sempre di meno.

Ma ripeto che ci saremo e diremo la nostra anche magari con sorprese.

Marco Pochesci

March for our lives. La speranza è giovane

A Washington la prima marcia per chiedere una legge sul controllo delle armi, dopo l’ennesima tragedia folle in una scuola. E a fare il cambiamento sono i ragazzi – di Chiara D’Ambrosio

Senza entrare, per un momento, nel merito del dibattito sulle armi e sul Secondo Emendamento, è bene fermarci a riflettere sul barlume di speranza che ha accecato il mondo in una giornata drammatica come quella della “Marcia per le nostre vite”. Una marcia che ha coinvolto direttamente l’America e altre 840 città in tutto il mondo, e che ha visto come protagonisti i ragazzi, futuro prossimo del mondo che ogni tanto regala qualche gioia.

Secondo il Sole 24 Ore, che ha stilato un’analisi del triste fenomeno delle sparatorie negli States, le vittime dal 1982 al 2018 sono state 2.092, ragazzi e in alcuni casi bambini massacrati da coetanei in ogni parte degli USA.

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Credits: Sole 24 Ore

Qui l’articolo completo.

 

Solo nel 2018 le vittime (ripartite tra morti e feriti) sono state 704, e questa è stata la bocca che ha fatto traboccare il vaso e acceso l’ira di studenti e famiglie. Ma la cosa positiva è che questa rabbia non è sfociata in atti di violenza, bensì in una folla enorme e pacifica che si è riversata nella Capitale americana e che si è resa protagonista di uno dei movimenti sociali più grandi e influenti nel mondo.

Qualcosa si sta risvegliando nelle coscienze, a partire dal movimento Me Too, che dall’anno scorso ha toccato e smosso ogni ambiente sociale, dallo spettacolo alla politica, denunciando dapprima le costanti molestie sessuali ai danni delle donne; e tramutandosi infine e con successo in un movimento attivo nel campo dei diritti civili. Senza dimenticare un altro famoso movimento civile “Black lives matters”, nato dopo un periodo particolarmente drammatico in cui gli Afroamericani sembravano il bersaglio preferito di poliziotti incoscienti che hanno fatto vittime su vittime, e che ancora è in subbuglio dopo la recente notizia di un Afroamericano freddato con venti colpi di pistola dopo che la polizia aveva scambiato il suo iPhone per un’arma.

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March for our lives è un movimento nuovo, ed interessa direttamente i giovani. Non solo per l’ovvio motivo (sono i ragazzi ad essere vittime di killer spietati e di un crescente clima di terrore nelle scuole), ma anche perché questo movimento nasce e cresce grazie a loro: gli studenti. Di certo è triste sapere che migliaia di studenti si trovino costretti a riunirsi in un numero così grande per chiedere aiuto alle istituzioni su una problematica che non dovrebbe neanche esistere. Non esiste che un ragazzo di dodici anni debba vivere nella paura che da un momento all’altro qualcuno entri in biblioteca con un’arma d’assalto, pronto a fare una carneficina. Non esiste che una madre di famiglia consegni dei fermaporta ai figli, da tenere nello zaino nel caso qualcuno irrompa nella scuola ed abbiano necessità di barricarsi in aula. Eppure è successo, e i genitori si ritrovano sempre di più a condividere dei “life hacks” (ossia degli strumenti utili) sul web per tutelare i figli (la notizia qui).

In questa assurdità non possiamo immaginare cosa significhi per un genitore dover spiegare al figlio perché nel suo zaino c’è un tracciatore GPS o un fermaporta, o qualsiasi altro strumento per aiutarlo nell’eventualità di un assalto armato. E non stiamo parlando di un paese del terzo mondo in guerra civile, ma dell’America. Nel 2018.

E se qualche buontempone suggerisce che per risolvere il problema vengano armati gli insegnanti, fortunatamente la razionalità arriva proprio dalle future generazioni.

Un insegnante non dovrebbe essere armato per svolgere il suo lavoro. Uno studente non dovrebbe vivere in un clima di terrore, tra metal detector ed espulsioni sommarie perché un bambino di tre anni ha mimato il gesto di sparare ad un altro compagno.

Eppure in questa follia un po’ di speranza c’è. Uno dei tanti nomi della speranza è Naomi Wadler, una ragazzina di undici anni che è salita sul palco e ha tenuto sotto scacco America in un discorso che passerà alla storia.

Oppure Emma Gonzalez, attivista e studentessa che dopo aver regalato al mondo uno dei discorsi più intensi e commoventi sulla tragedia che aveva scosso proprio la sua scuola, ha tenuto tutti in silenzio per sei minuti e venti secondi, esattamente il lasso di tempo in cui è durata la sparatoria.

E che dire di David Hogg, che ha fatto letteralmente tremare quelli che nel suo discorso chiama “potenti”, e che stranamente non erano presenti quel giorno?

I video nei link appartengono ai rispettivi ragazzi, e fa bene all’anima ascoltare le loro parole. Nonostante siano in inglese è possibile aggiungere i sottotitoli in italiano, ed è consigliato vivamente guardarli.

Perché i volti delle decine di ragazzi di ogni età che sono saliti sul palco quel giorno, e che continuano a lottare per il diritto ad un’istruzione serena, sono volti che rimangono impressi. E le parole utilizzate nei loro discorsi, così come la loro commozione e rabbia, fanno trapelare la voglia di cambiare un meccanismo della società estremamente marcio.

Di questi tempi è importante credere nella forza delle persone gentili e pacifiche, e nel potere dell’esempio che regalano al mondo. Perché rispondere alla violenza con il terrore, o con altra violenza, potrebbe peggiorare le cose. Avere il coraggio, invece, di tramutare il proprio sdegno e la propria rabbia in un movimento che si spera rimanga pacifico fino all’ultimo è qualcosa di eroico. E quegli eroi non hanno armi, ma parole. Che non uccidono, ma che smuovono le coscienze e portano al cambiamento.

Non è questo il luogo virtuale dove dibattere sul tema delle armi, benché sia discutibile che un civile possa poter comprare un’arma automatica d’assalto che -come disse il padre del piccolo Daniel Mauser settimane dopo il primo grande massacro, quello della Columbine (1999)- non serve ad uccidere i cervi.

La riflessione che si vuole fare in questo articolo è un’altra, citando Fannie Flag:
“Non c’è abbastanza buio in tutto l’universo da spegnere la luce di una sola candela.”

Qui le candele sono migliaia, e sono capaci di cose incredibili. Nella speranza che scaldino i cuori, e non brucino invece di rancore.

E come dice la giovanissima nipote di Martin Luther King (mica uno qualunque):

“I have a dream, enough is enough”.

Chiara D’Ambrosio

21 Marzo 2018

Contro il silenzio – di Valerio Lombardo

È passato un anno da quando questa giornata è diventata la data simbolo in cui si ricordano le vittime cadute sotto gli attacchi della Mafia. Giornata nata per sensibilizzare le persone su questo tema, sempre molto complesso e difficile da spiegare e comprendere.

Uno dei casi più eclatanti di identità mafiosa venuti alla luce in questo ultimo anno è sicuramente quello di Ostia.
Da anni infatti il litorale romano è coinvolto in un alone di criminalità che soltanto tra la fine dello scorso e l’inizio quest’anno ha conosciuto la luce della ribalta prima per un episodio di violenza tanto ignobile quanto gratuita come la testata che il giornalista di Rai 2 Daniele Piervincenzi ha ricevuto da uno dei membri della famiglia Spada, Roberto. L’altro episodio è uno dei colpi meglio assestati dallo stato verso questo clan, cioè mi riferisco ai 32 arresti avvenuti alla fine del mese di Gennaio.
Ovviamente prima di parlare di condanne effettive bisognerà aspettare, probabilmente molto a lungo.
Come quello di Ostia, di esempi lampanti di clan mafiosi scoperti in questi anni, ce ne sono molti, il più famoso forse quello di Roma che ha portato all’inchiesta di Mafia Capitale.

Quello che più spaventa però è come in questi anni a farla da padrone sia stato proprio il silenzio. Un silenzio assordante per chi ne è partecipe passivo.
Silenzio però spesso rotto da persone che, come la raccolta di De Andrè, in direzione ostinata e contraria si oppongono a questo sistema corrotto e mafioso.
E quando si rompe il silenzio è come se si aprissero le porte di un mondo strano, diverso. Un mondo celato, che come una piovra ha i suoi tentacoli stretti in tutti gli ambienti, politica, istituzioni pubbliche, privati e a tenere le fila di tutto sono due fattori, soldi e paura.
Ma il silenzio è rotto.  E se il silenzio è rotto bisogna combattere. Bisogna uscire, attraversare le porte e respirare un mondo pulito.
So che forse è un’utopia, che forse niente cambierà mai.
Ma è in queste giornate che non bisogna sentirsi soli. Pensare che ce la si può fare.
Il processo è lungo e tortuoso, è vero. Ma non impossibile.
E partire da giornate come questa per avviare un processo di rinnovamento.
Citando una delle più emblematiche frasi del giudice Falcone
“La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.”      

Valerio Lombardo

Una storia di spie

Questa è una storia, o almeno una parte di essa.

Una storia di spie, intrighi, avvelenamenti e crisi diplomatiche. Una storia che non è una storia.
Sembra la trama, o almeno parte di essa, di un film di spionaggio, uno di quelli di 007, di James Bond e il cattivo di turno.
Solo che qui non ci sono buoni e cattivi.
Ci sono spie, ci sono misteri e ci sono equilibri internazionali minati.
Ci sono due persone in ospedale, contaminati da un gas nervino del progetto Novichok.

Domenica 4 marzo, su una panchina nel paesino di Salisbury, un uomo e una donna sono accasciati uno sull’altra. Non è una scena commovente, o meglio non lo è per i motivi che si potrebbero immaginare.
Sono stati avvelenati da un agente nervino sviluppato nell’Unione Sovietica 40 anni fa,
quando c’era la corsa alle armi silenziose, quando c’era la guerra fredda, quando a farla da padroni nell’Europa del tempo erano le spie.
Le due persone in ospedale hanno dei nomi. Sono Sergei Skripal e sua figlia Yulia.
Sergei Skripal ha 66 anni e vive una vita ordinaria, conosce il vicinato, frequenta i locali del suo quartiere, porta abitualmente i fiori sulla tomba della moglie, ed è molto legato a sua figlia. Una persona normale. Se non fosse per un dettaglio: Sergei Skripal ha fatto parte del GRU i servizi segreti Russi, in un dislocamento in azione in Spagna. Ed è nel periodo spagnolo della carriera di Skripal che viene avvicinato dall’MI6, gli 007 britannici, con cui inizia una collaborazione durata circa 10 anni in cui passa informazioni sul GRU.
Viene arrestato e processato dai Russi. Viene liberato nel 2010 in uno scambio in stile “Il ponte delle spie” di Spielberg.
Inizia una nuova vita in Inghilterra.
Viene avvelenato.
Chi ha portato del gas nervino costruito nei laboratori sovietici durante la guerra fredda, vietato dalle convenzioni internazionali, per assassinare una spia ormai in pensione?
Per Theresa May, Primo ministro Inglese, sono stati i Russi. E questa tesi è stata appoggiata pubblicamente da Trump e da diversi capi di stato europei. Anche Donald Tusk il presidente del Consiglio Europeo in un tweet ha puntato verso la Russia.
Per Vladimir Putin invece queste sono accuse inaccettabili, come inaccettabile è la decisione di espellere 23 diplomatici russi dalla Gran Bretagna. Il presidente Russo infatti punta il dito contro presunti nemici della patria intenti a rovinare l’immagine della madre patria.
Questa storia è molto simile a quella dell’agente del KGB divenuto poi dissidente del governo Putin, Aleksandr Litvinenko, assassinato con del Polonio 210 nel quartiere di Piccadilly a Londra nel 2006.
Come siano andate veramente le cose per quanto riguarda il caso Skripal non è ancora chiaro. Ci sono alcuni interrogativi che forse non avranno mai una risposta.

Ma questa è una storia, o almeno una parte di essa. Una storia di spie, intrighi, avvelenamenti e crisi diplomatiche. Una storia che non è una storia.

Valerio Lombardo

LA VIOLENZA NEGLI STADI: PROFILI NORMATIVI DI UN FENOMENO PERICOLOSO

Cresce l’attenzione del Legislatore in materia di contrasto alla violenza nelle manifestazioni sportive – di Arianna Polani

Taluni episodi di cronaca giudiziaria hanno condotto il legislatore a prendere in debita considerazione il fenomeno della violenza nelle manifestazioni sportive, adottando misure sempre più severe nei confronti di coloro i quali si rendano responsabili di disordini. La crescente attenzione nasce da circostanze nel corso delle quali, a seguito di scontri occorsi in occasione di eventi quali competizioni sportive et similia, si sono verificate lesioni a persone o danni a cose. Il legislatore, dunque, perseguendo il precipuo scopo di contenere il fenomeno, ha adottato una serie di provvedimenti consistenti in sanzioni particolarmente aspre (di carattere amministrativo e penale) con le quali si cerca di arginare il problema.

Esordiamo dapprima con il commento del decreto-legge n. 119 del 22 agosto 2014, recante “Disposizioni urgenti in materia di contrasto a fenomeni di illegalità e violenza in occasione di manifestazioni sportive, di riconoscimento della protezione internazionale, nonché per assicurare la funzionalità del Ministero dell’interno” poi convertito in legge 17 ottobre 2014, n. 146, avente ad oggetto l’adozione e l’inasprimento di norme penali ed amministrative poste a tutela della correttezza nello svolgimento di manifestazioni sportive. Il decreto legge citato prevede un solido inasprimento della pena già comminata dall’art. 1 della precedente legge 13 dicembre 1989, n. 401. L’art. 2 del D.L. 119/2014 commina sanzioni più severe rispetto al precedente art. 6 comma 1 della Legge 13 dicembre 1989, n. 401 laddove prevede il divieto di introduzione o esposizione all’interno degli impianti sportivi di “striscioni e cartelli che, comunque, incitino alla violenza o che contengano ingiurie o minacce“. Non va poi tralasciata la D.A.S.P.O., ossia una delle misure previste dalla legge italiana al fine di contrastare il fenomeno della violenza negli stadi.

La D.a.s.p.o., acronimo di Divieto di Accedere alle manifestazioni Sportive, viene irrogata nei confronti di coloro i quali prendano parte ad episodi di violenza occorsi durante manifestazioni sportive. La norma fu introdotta con la legge 13 dicembre 1989 n. 401, e ad essa ne seguirono delle ulteriori, in species: il D.L. 22 dicembre 1994, n. 717 e la successiva conversione in L. 24 febbraio 1995, n. 45; la Legge del 4 aprile del 2007, n. 41 (legge Amato), emessa dal questore, persegue lo scopo di interdire l’accesso negli stadi a coloro i quali siano ritenuti pericolosi. La durata è variabile da uno a cinque anni (vedi comunque ipotesi di inasprimento di cui sopra) e può essere accompagnato dal contestuale obbligo di presentazione ad un ufficio di polizia in concomitanza temporale delle manifestazioni vietate. Non solo leggi speciali, ma anche lo stesso codice penale detta le sanzioni in materia di violenza occorsa in manifestazioni sportive, disponendo l’art. 588 c.p. che “Chiunque partecipa a una rissa è punito con la multa fino a trecentonove euro. Se nella rissa taluno rimane ucciso, o riporta lesione personale, la pena, per il solo fatto della partecipazione alla rissa, è della reclusione da tre mesi a cinque anni. La stessa pena si applica se la uccisione o la lesione personale, avviene immediatamente dopo la rissa e in conseguenza di essa“. Ciò a cui il Legislatore aspira è evitare che si verifichino forme di aggressione e di violenza in manifestazioni sportive che dovrebbero, al contrario, trasmettere valori e principi ben diversi: la condivisione, il divertimento, la lealtà, il rispetto dell’avversario, che sembrano mancare in occasione di manifestazioni sportive (in particolare in quelle per cui il pubblico sembra mostrare un alto interesse, tipo i classici derby ecc) e che invece, dovrebbero essere alla base di qualsiasi sport o competizione. Lo sport, infatti, se ben trasmesso è in grado di insegnare e tramandare lezioni per la vita di grande importanza: il prezzo del sacrificio, dell’impegno per il raggiungimento di un obiettivo, la continua sfida non solo nei confronti dell’avversario ma contro noi stessi, mirare ad obiettivi sempre più alti, raggiungere il traguardo a qualsiasi costo. Ultimamente, invece, sembra che tutto questo sia ampiamente ricoperto solo ed esclusivamente dal risultato finale, che se non soddisfa le aspettative del tifoso, lascia scatenare la violenza e la forza per affermare, in qualche modo, quella supremazia venuta meno. La sconfitta, infatti, non sembra più essere spunto di ulteriore motivazione, miglioramento, riflessione su ciò che l’ha causata; al contrario, infatti, si innesca un meccanismo diametralmente opposto a quello che il sano sport ha sempre cercato di instaurare e tutto questo ha scatenato l’esigenza di sanzionare e di punire tutti coloro che vedono nello stadio motivo di violenza.

Arianna Polani

L’art. 589 bis del codice penale: l’omicidio stradale.

La legge 23 marzo 2016 n. 41, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 70 del 24 marzo 2016 e in vigore dal 25 marzo 2016, inserisce nel codice penale il delitto di omicidio stradale (articolo 589-bis), a norma del quale è punito il conducente di veicoli a motore la cui condotta colposa costituisca causa dell’evento mortale.

Una norma che invita a un’attenzione maggiore alla guida:  la tutela inconfinata del bene vita.

La legge 23 marzo 2016 n. 41, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 70 del 24 marzo 2016 e in vigore dal 25 marzo 2016, inserisce nel codice penale il delitto di omicidio stradale (articolo 589-bis), a norma del quale è punito il conducente di veicoli a motore la cui condotta colposa costituisca causa dell’evento mortale. L‘omicidio stradale è un autonomo reato colposo, una fattispecie a sé, con la cui istituzione il Legislatore ha inteso scindere le ipotesi di omicidio colposo  dall’ipotesi di omicidio colposo “stradale”. Il codice penale contempla diverse ipotesi di omicidio, a tutela del bene vita e della incolumità individuale, la cui protezione risponde all’interesse sia del singolo che dell’intera comunità. In base al diverso atteggiamento psicologico dell’autore del reato l’omicidio può essere distinto in doloso, preterintenzionale e colposo,  assume un  nome specifico in particolari ipotesi quali ad esempio, parricidio (omicidio di un parente), uxoricidio ( omicidio del coniuge) genocidio (omicidio di gruppo). In sintesi la nuova normativa prevede tre ipotesi: nella ipotesi base la pena è da 2 a 7 anni, la morte è stata causata violando il Codice della Strada; la pena è da 8 a 12 anni, per chi provoca la morte di una persona sotto effetto di droghe o in stato di ebbrezza grave (con un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litro); si prevede la reclusione da 5 a 10 anni se l’omicida si trova in stato di ebbrezza più lieve (tasso alcolemico oltre 0,8 grammi per litro) o abbia causato l’incidente dopo condotte pericolose (eccesso di velocità,  inversioni a rischio, guida contromano, ecc.). La legge stabilisce che per l’omicidio stradale è sempre consentito l’arresto in flagranza di reato (anche nel caso in cui il soggetto, conducente del veicolo a motore, responsabile dell’incidente si sia fermato ed abbia prestato soccorso) mentre  in presenza delle aggravanti diventa obbligatorio. Se il conducente del veicolo, dopo l’incidente, si dà alla fuga, scatta l’aumento di pena . Se il conducente rifiuta di sottoporsi agli accertamenti circa lo stato d’ebbrezza o di alterazione connessa all’uso di droghe la polizia giudiziaria può chiedere l’autorizzazione al pm (anche oralmente) al fine di effettuare un prelievo coattivo. Nei casi di condanna o patteggiamento (anche con condizionale) viene automaticamente revocata la patente, che potrà essere conseguita dopo 15 anni; nei casi più gravi se il conducente è fuggito potrà riavere la patente almeno 30 anni dopo la revoca. L’articolo 589 bis c. 8 c.p. disciplina l’omicidio e/o lesioni personali colposi plurimi; è il caso in cui il conducente provochi, contestualmente, la morte di più persone ovvero la morte e le lesioni di una o più persone. Il Legislatore, con l’introduzione della Legge n. 41/2016 e in particolare del reato di omicidio stradale, ha inteso aggravare  le  sanzioni già previste per l’omicidio colposo al fine di placare l’allarme sociale che tali reati suscitano nei confronti della generalità dei consociati;  ha voluto una disciplina che fosse in grado di innalzare il livello di attenzione dell’utente della strada. L’inasprimento del trattamento sanzionatorio per i casi di omicidio e lesioni stradali consentirà di raggiungere gli obiettivi auspicati solo ed in quanto accompagnato da una crescita culturale che veda il pedone o il guidatore un bene da proteggere e non un ostacolo da superare; ma a  poco più di un anno e mezzo dall’introduzione della legge sull’omicidio stradale, secondo i dati di polizia stradale e carabinieri — dal 25 marzo del 2016 sino al 29 ottobre di quest’anno — sono stati 35 i guidatori arrestati in flagranza dopo incidenti stradali gravissimi e altri 576 sono stati denunciati alla magistratura. Senza considerare che altri cinque automobilisti sono stati arrestati per lesioni gravi o gravissime e altri 1.124 sono stati denunciati per lo stesso motivo. Calano di oltre il 20 per cento i pirati della strada che si sono dati alla fuga e non hanno prestato soccorso dopo incidenti gravi. Un risultato di cui molti dubitavano, prima dell’approvazione della legge, sostenendo che con pene più elevate sarebbero aumentati i casi di guidatori in fuga dopo aver provocato incidenti gravissimi. I controlli sono costanti e sono state ritirate anche 38.862 patenti, sottratti 2,5 milioni di punti e comminate 1,7 milioni di multe. In particolare, sono diminuite quelle per eccesso di velocità (-16,6%), mancato uso del casco (-16,6%) e guida in stato di ebrezza (-2,8%). A preoccupare, invece, sono i dati sulla guida mentre si usa lo smartphone (+9,7%), sul mancato uso delle cinture di sicurezza (+8,2%) e sotto effetto di droghe (+4%).secondo i dati di Stradale e carabinieri — nei primi dieci mesi di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2016 — gli incidenti sono diminuiti del 3,3 per cento ma è aumentato il numero delle vittime dell’1,5 per cento. <<Malgrado l’impegno delle forze di polizia negli ultimi anni sia stato notevolissimo grazie anche a strumenti come autovelox o tutor, per capire in profondità la portata di questa riforma del Codice, bisognerà vedere», spiega il prefetto Roberto Sgalla, direttore centrale delle specialità della polizia di Stato, «se le pene più alte hanno avuto come reazione un effetto deterrente, dando maggiore consapevolezza alla guida».Gli incidenti sono spesso causati da più fattori, ma la distrazione, nel 2016, è stata la prima causa(16% nel 2016) seguita dal mancato rispetto della precedenza e dei semafori (15%)». Le soluzioni proposte consistono innanzitutto nello  scoraggiare al massimo l’uso di smartphone e tablet fino ai maggiori controlli in strada, ricorrendo anche ad auto civetta e dalla collaborazione con le aziende di telecomunicazione. <<Servirebbe, poi, far capire agli italiani che è meglio spendere soldi in optional salvavita come la segnalazione di oltrepassamento di carreggiata piuttosto che nella vernice metallizzata. Bisognerà pure migliorare le infrastrutture stradali diminuendo il numero di auto in circolazione. Specialmente in città dove possono essere sostituite da mezzi pubblici e biciclette. In ultimo, servono campagne sociali e di educazione stradale per i ragazzi che spesso, però, hanno una sensibilità maggiore al rispetto del codice rispetto ai genitori».

                                                                                                                                  Arianna Polani.