CENSURA E AUTOCENSURA. LIBERTÀ O STAMPA?

Censura o autocensura? Libertà di stampa – di Valerio Lombardo

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Nell’epoca in cui viviamo, quello della censura giornalistica dovrebbe essere ormai un discorso chiuso, archiviato. Ma non è così.

In Spagna lo Stato ha applicato la cosiddetta “legge bavaglio” che vieta ai giornalisti di fotografare o pubblicare forze dell’ordine durante manifestazioni.
In Ungheria, Orban ha ridotto ai minimi termini la libertà di stampa.
In Somalia, Ilaria Alpi e il suo cameraman Miran Horovatin, sono stati assassinati “probabilmente” per delle inchieste che stavano portando avanti su traffici di armi e rifiuti tossici.

I dati raccolti dall’AGCOM (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) tra il 2012 e il 2016 hanno reso nota una percentuale altissima di giornalisti assassinati.  Circa 530 in tutto il mondo.
Un’altra statistica a dir poco agghiacciante, sempre rilevata dall’ AGCOM, parla dell’impunità che in sede giudiziaria è pari a 9 casi su 10, verso coloro che commettono crimini verso i giornalisti.

A cosa porta commettere un crimine contro un giornalista? Come, purtroppo, siamo abituati a vedere qui in Italia, molti giornalisti devono vivere costantemente con la scorta, tra i più famosi Lirio Abbate giornalista dell’Espresso a cui dobbiamo la prima inchiesta su Mafia Capitale, Federica Angeli, giornalista di Repubblica in lotta contro i clan di Ostia dal 2012 e Paolo Borrometi, giornalista siciliano le cui inchieste l’avevano portato al centro del mirino delle famiglie del ragusano.
Un altro dato importante da non sottovalutare è, per quanto riguarda l’Italia, che c’è un altissimo livello di protezione per il mondo giornalistico.  Tuttavia per la classifica stilata da Giornalisti senza Frontiere, l’Italia è al 46° posto per libertà di stampa.
Tutto questo perché?
La risposta la si può trovare da una parte per, appunto l’elevato numero di episodi negativi che hanno come protagonista dei giornalisti. Come ad esempio lo scorso novembre, la testata di Roberto Spada allora reggente del clan spada ad Ostia, contro Daniele Piervincenzi, giornalista di Rai 2.
Dall’altro bisogna pensare a tutte quelle figure giornalistiche “minori”, quelle delle realtà locali o comunque non appartenenti a testate importanti. Fuori dunque dalla risonanza mediatica nazionale.
Molto spesso queste figure, nel momento in cui trovano la possibilità di portare avanti un’inchiesta si trovano davanti ad un bivio. Denunciare e  quindi andare avanti oppure fermarsi e lasciar stare.
Tutto questo perché?
Perché molto spesso magari non ci si sente sicuri, magari sono arrivate delle minacce.
Un numero statistico è molto complesso da riportare perché la maggior parte delle volte queste situazioni rientrano nel cosiddetto “numero oscuro” che nella criminalistica rappresenta tutto quell’insieme di casi non denunciati.

Non continuare un’inchiesta per paura. Lasciar stare un’indagine perché non ci si sente sicuri. Non finire di scrivere un articolo perché “tanto non serve a niente” o non ne vale la pena, è autocensura.
E l’autocensura in Italia nel 2018 è inaccettabile. Servono più tutele e rapidamente dallo Stato. Il giornale è la voce del popolo, è informazione, è la base della cultura. Quando questo viene meno perché non si è tutelati o non lo si è abbastanza, bisognerebbe fermarsi, ragionare e agire il prima possibile per migliorare la situazione.

 

Valerio Lombardo

Immagine di copertina da qui.

DIVULGARE IL PROPRIO PENSIERO: L’ART. 21 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

Contenuto e limiti di uno dei diritti di libertà più importanti della nostra Carta – di Arianna Polani

La libertà di manifestazione del pensiero assume un valore centrale nel nostro ordinamento; sancita dall’art. 21 della Costituzione, consente ad ogni individuo («tutti») la facoltà di divulgare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Essa garantisce lo sviluppo del libero convincimento di ciascun cittadino e di una opinione pubblica libera, ragion per cui costituisce pietra angolare del nostro sistema giuridico.

Art_21Costituzione_italianaCaratterizzata  da una notevole ampiezza,  si caratterizza, altresì, per gli specifici limiti ad essa imposti, e non solo nell’art. 21 Cost., ma ricavabili anche da altre norme costituzionali poste a tutela di diritti che potenzialmente  confliggono con le modalità d’esercizio della libertà di pensiero.
Possiamo elencare i suddetti limiti come segue: innanzitutto la riservatezza e l’onorabilità della persona, che trovando disciplina agli artt. 2 e 3 Cost., garantisce il diritto di ciascuno a manifestare il proprio pensiero senza ledere la dignità, l’onore, la privacy altrui; considerando  il buon costume, secondo Autorevole Dottrina sono vietate, a norma dell’art. 21 ult. comma Cost., quelle manifestazioni di pensiero che, in base al sentimento medio della collettività, offendono il comune senso del pudore e la pubblica decenza.
Rilevante in ambito processuale è il segreto giudiziario, che permette il buon andamento dell’amministrazione della giustizia e assicura adeguata protezione della reputazione degli imputati.
L’ art. 39 della L. 3 ottobre 2007, n. 124 esplicita che sono coperti dal segreto di Stato, atti, documenti, notizie, attività la cui divulgazione potrebbe recar danno alla sicurezza dello Stato democratico e può esser posto a tutela di interessi militari, diplomatici o di sicurezza.
Infine l’apologia di reato, che come ha affermato la Corte costituzionale (sent. 65/1970), non costituisce una forma di manifestazione di pensiero, ma rappresenta solo un comportamento che suscita un sentimento ostile  idoneo a provocare delitti, dunque non è ammissibile nel nostro ordinamento.
Da una breve disamina, si può notare come l’interesse del nostro ordinamento sia quello di bilanciare interessi e valori che inevitabilmente si rivelano tra loro contrastanti, ma che la Carta Costituzionale, in unione ad altre norme e fonti legislative, cura di bilanciare attraverso un accurato giudizio. Talvolta si può notare come non sia una semplice operazione procedere ad una valutazione attenta degli interessi in gioco; compito dell’interprete e degli operatori del diritto è, dunque, quello di evitare tensioni che possano minare l’integrità della libertà, definita come diritto, e dei suoi limiti, caratterizzanti l’ontologia della stessa.

Arianna Polani

Immagine di copertina da questo sito.

TURISMO E REALTÀ VIRTUALE

Quando la tecnologia incontra l’arte – di Cristian Lucci

I videogame sono molto probabilmente la cosiddetta killer application della realtà virtuale. Capaci di offrire un’esperienza maggiormente immersiva rispetto alla realtà aumentata, visori VR come l’Oculus Rift di Facebook, l’HTC Vive e il PlayStation VR sono visti dagli sviluppatori di videogame come la prossima piattaforma sulla quale lavorare.

Va detto, però, che non sono gli unici a “vedere” la realtà virtuale in questo modo: sono sempre di più i musei che realizzano app VR per attirare le attenzioni dei visitatori di mezzo mondo. Il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano ha avviato una partnership con Sony Italia per due esperienze in realtà virtuale, Apollo 11 virtual reality e The martian virtual reality experience. Indossando i visori PlayStationVR ci si muoverà tra 14 postazioni: in uno spazio a gravità zero, come all’interno di una navicella spaziale di 50 anni fa, oppure si guiderà su Marte, come veri astronauti. Altra novità tecnologica in arrivo a Milano è Beyond the castle, un’esperienza virtuale al Castello Sforzesco che è stata presentata a Marzo scorso. Un visore catapulterà i visitatori nel XV secolo, trasformandoli in arcieri che potranno giocare con altre cinque persone (sotto forma di avatar), muovendosi all’interno della torre falconiera alla scoperta di armi e invenzioni del tempo. Anche nel Teatro alla Scala ogni sala è dotata di totem touch e grazie all’app in sette lingue, ognuno potrà decidere quale percorso fare tra sei diverse opzioni. La gita al museo diventa così personalizzata, costruita su misura attorno al pubblico per renderla unica. Alla lista dei musei tech si sono aggiunte anche le Terme di Caracalla a Roma, che da dicembre 2017 si visitano in 3D. Grazie alle ricostruzioni digitali degli ambienti si passeggia tra saune e frigidarium, come facevano i romani nel 216 dopo Cristo, anno della loro inaugurazione. Una volta ricevuto il visore, si possono ammirare statue e decorazioni oggi non più visibili nella loro collocazione originale, ma sparse in altri musei italiani. Una sfida è stata anche quella della Reggia di Caserta, che nel novembre del 2016 ha lanciato una caccia al tesoro virtuale. Tramite l’app gratuita «A caccia di tesori» l’accesso alle stanze della mostra Terrae Motus era consentito rispondendo ad alcune domande sulle opere esposte. Nelle declinazioni d’uso della tecnologia 5G, uno dei campi in cui avrà un impatto maggiore è proprio quello della Realtà Virtuale. Nella postazione allestita al View Conference di Torino era possibile percorrere i cunicoli sotterranei della Cittadella, che fanno parte del percorso di visita, ma anche esplorare aree espositive al momento non accessibili; o ancora, trovarsi nel fossato asciutto, davanti ai bastioni della fortezza, grazie a una fedele ricostruzione di come si presentava nel 1706. Ma le applicazioni sono molteplici e spaziano per tutta la filiera turistica e lungo tutto il percorso esperienziale del turista, con modalità che vanno dall’uso comune già oggi alla pura fantascienza. Ad esempio, passeggiando per le moderne vie delle città d’arte Europee, si potrebbe sollevare lo smartphone per vedere improvvisamente i grattacieli trasformarsi in antichi palazzi, sovrapposti alla realtà nello schermo del telefono. Anche in mezzo alla natura, con l’applicazione giusta, la realtà aumentata potrebbe rivelarsi molto utile (se non fondamentale): lo schermo del telefono potrebbe mostrarci in tempo reale un tag sopra le cime innevate che ci circondano, facendoci sapere nome e altitudine delle principali formazioni rocciose e non solo. Interessante nel migliore dei casi, a dir poco salva-vita in possibili circostanze estreme e impreviste. O ancora, in mezzo al traffico di una città sconosciuta, il telefono potrebbe guidarci verso la destinazione facendo apparire direttamente frecce e simboli utili proprio sulla fotografia in tempo reale della strada di fronte a noi. Ecco, questo è il rapporto che l’industria turistica potrebbe avere con la realtà virtuale e aumentata. Le due, anzi, dovrebbero lavorare a stretto contatto: la realtà virtuale è il perfetto strumento di marketing, la pubblicità più accattivante che esista; la realtà aumentata, dall’altra parte, è lo strumento per rendere l’esperienza in sé ancora più straordinaria.


Cristian Lucci

 

 

Casapound e Cave: si conferma la presenza sul territorio

La recente tornata elettorale ancora una volta dimostra la crescita di CPI sul territorio cavense – di Marco Pochesci

 1) Salve. Casapound Italia è ormai una realtà politica consolidata a Cave, soprattutto tra i giovani: secondo Lei quale è stato il segreto per avvicinarli alla politica cittadina?

 In realtà credo che Casapound sia a Cave che nel resto d’Italia attiri giovani e non solo, il segreto sta nel proporre una politica, anzi un modo di fare politica totalmente nuovo.

In particolare, nella nostra cittadina abbiamo iniziato che eravamo giovanissimi e da un gruppo di ragazzi siamo una realtà politica consolidata ormai da qualche anno. I giovani vanno coinvolti e responsabilizzati, si può partire anche da un banale evento per poi farli interessare a tematiche più complesse che riguardano il territorio.

2) Da movimento di pura opposizione CPI sta divenendo sempre più un partito che punta all’amministrazione del territorio, sia a livello locale che a livello nazionale: a cosa si deve tale trasformazione?

Siamo un movimento che punta a poter decidere le sorti dei territori e della nazione. A livello locale ormai siamo presenti sia in opposizione ma anche nelle istituzioni e questo perché le nostre proposte sono valide e abbiamo persone capaci. Siamo al fianco dei cittadini, i primi a scendere in piazza a difenderli; per questo ci premiano mandandoci a rappresentarli nelle istituzioni. Come a Cave, Ostia, Lucca, Bolzano, Todi e tanti altri comuni.

3) Quale disegno ha in mente CPI -Cave per il futuro sviluppo di della cittadina?

 Sicuramente dopo l’ennesima conferma di questa tornata elettorale che ci ha visto aumentare anche a livello di preferenze, sfioriamo il 5% a Cave, saremo sicuramente presenti e diremo la nostra. Ovviamente credo che ci sia bisogno di un cambio di rotta per poter andare avanti e al momento le condizioni sembrano con il passare del tempo essere sempre di meno.

Ma ripeto che ci saremo e diremo la nostra anche magari con sorprese.

Marco Pochesci

March for our lives. La speranza è giovane

A Washington la prima marcia per chiedere una legge sul controllo delle armi, dopo l’ennesima tragedia folle in una scuola. E a fare il cambiamento sono i ragazzi – di Chiara D’Ambrosio

Senza entrare, per un momento, nel merito del dibattito sulle armi e sul Secondo Emendamento, è bene fermarci a riflettere sul barlume di speranza che ha accecato il mondo in una giornata drammatica come quella della “Marcia per le nostre vite”. Una marcia che ha coinvolto direttamente l’America e altre 840 città in tutto il mondo, e che ha visto come protagonisti i ragazzi, futuro prossimo del mondo che ogni tanto regala qualche gioia.

Secondo il Sole 24 Ore, che ha stilato un’analisi del triste fenomeno delle sparatorie negli States, le vittime dal 1982 al 2018 sono state 2.092, ragazzi e in alcuni casi bambini massacrati da coetanei in ogni parte degli USA.

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Credits: Sole 24 Ore

Qui l’articolo completo.

 

Solo nel 2018 le vittime (ripartite tra morti e feriti) sono state 704, e questa è stata la bocca che ha fatto traboccare il vaso e acceso l’ira di studenti e famiglie. Ma la cosa positiva è che questa rabbia non è sfociata in atti di violenza, bensì in una folla enorme e pacifica che si è riversata nella Capitale americana e che si è resa protagonista di uno dei movimenti sociali più grandi e influenti nel mondo.

Qualcosa si sta risvegliando nelle coscienze, a partire dal movimento Me Too, che dall’anno scorso ha toccato e smosso ogni ambiente sociale, dallo spettacolo alla politica, denunciando dapprima le costanti molestie sessuali ai danni delle donne; e tramutandosi infine e con successo in un movimento attivo nel campo dei diritti civili. Senza dimenticare un altro famoso movimento civile “Black lives matters”, nato dopo un periodo particolarmente drammatico in cui gli Afroamericani sembravano il bersaglio preferito di poliziotti incoscienti che hanno fatto vittime su vittime, e che ancora è in subbuglio dopo la recente notizia di un Afroamericano freddato con venti colpi di pistola dopo che la polizia aveva scambiato il suo iPhone per un’arma.

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March for our lives è un movimento nuovo, ed interessa direttamente i giovani. Non solo per l’ovvio motivo (sono i ragazzi ad essere vittime di killer spietati e di un crescente clima di terrore nelle scuole), ma anche perché questo movimento nasce e cresce grazie a loro: gli studenti. Di certo è triste sapere che migliaia di studenti si trovino costretti a riunirsi in un numero così grande per chiedere aiuto alle istituzioni su una problematica che non dovrebbe neanche esistere. Non esiste che un ragazzo di dodici anni debba vivere nella paura che da un momento all’altro qualcuno entri in biblioteca con un’arma d’assalto, pronto a fare una carneficina. Non esiste che una madre di famiglia consegni dei fermaporta ai figli, da tenere nello zaino nel caso qualcuno irrompa nella scuola ed abbiano necessità di barricarsi in aula. Eppure è successo, e i genitori si ritrovano sempre di più a condividere dei “life hacks” (ossia degli strumenti utili) sul web per tutelare i figli (la notizia qui).

In questa assurdità non possiamo immaginare cosa significhi per un genitore dover spiegare al figlio perché nel suo zaino c’è un tracciatore GPS o un fermaporta, o qualsiasi altro strumento per aiutarlo nell’eventualità di un assalto armato. E non stiamo parlando di un paese del terzo mondo in guerra civile, ma dell’America. Nel 2018.

E se qualche buontempone suggerisce che per risolvere il problema vengano armati gli insegnanti, fortunatamente la razionalità arriva proprio dalle future generazioni.

Un insegnante non dovrebbe essere armato per svolgere il suo lavoro. Uno studente non dovrebbe vivere in un clima di terrore, tra metal detector ed espulsioni sommarie perché un bambino di tre anni ha mimato il gesto di sparare ad un altro compagno.

Eppure in questa follia un po’ di speranza c’è. Uno dei tanti nomi della speranza è Naomi Wadler, una ragazzina di undici anni che è salita sul palco e ha tenuto sotto scacco America in un discorso che passerà alla storia.

Oppure Emma Gonzalez, attivista e studentessa che dopo aver regalato al mondo uno dei discorsi più intensi e commoventi sulla tragedia che aveva scosso proprio la sua scuola, ha tenuto tutti in silenzio per sei minuti e venti secondi, esattamente il lasso di tempo in cui è durata la sparatoria.

E che dire di David Hogg, che ha fatto letteralmente tremare quelli che nel suo discorso chiama “potenti”, e che stranamente non erano presenti quel giorno?

I video nei link appartengono ai rispettivi ragazzi, e fa bene all’anima ascoltare le loro parole. Nonostante siano in inglese è possibile aggiungere i sottotitoli in italiano, ed è consigliato vivamente guardarli.

Perché i volti delle decine di ragazzi di ogni età che sono saliti sul palco quel giorno, e che continuano a lottare per il diritto ad un’istruzione serena, sono volti che rimangono impressi. E le parole utilizzate nei loro discorsi, così come la loro commozione e rabbia, fanno trapelare la voglia di cambiare un meccanismo della società estremamente marcio.

Di questi tempi è importante credere nella forza delle persone gentili e pacifiche, e nel potere dell’esempio che regalano al mondo. Perché rispondere alla violenza con il terrore, o con altra violenza, potrebbe peggiorare le cose. Avere il coraggio, invece, di tramutare il proprio sdegno e la propria rabbia in un movimento che si spera rimanga pacifico fino all’ultimo è qualcosa di eroico. E quegli eroi non hanno armi, ma parole. Che non uccidono, ma che smuovono le coscienze e portano al cambiamento.

Non è questo il luogo virtuale dove dibattere sul tema delle armi, benché sia discutibile che un civile possa poter comprare un’arma automatica d’assalto che -come disse il padre del piccolo Daniel Mauser settimane dopo il primo grande massacro, quello della Columbine (1999)- non serve ad uccidere i cervi.

La riflessione che si vuole fare in questo articolo è un’altra, citando Fannie Flag:
“Non c’è abbastanza buio in tutto l’universo da spegnere la luce di una sola candela.”

Qui le candele sono migliaia, e sono capaci di cose incredibili. Nella speranza che scaldino i cuori, e non brucino invece di rancore.

E come dice la giovanissima nipote di Martin Luther King (mica uno qualunque):

“I have a dream, enough is enough”.

Chiara D’Ambrosio

21 Marzo 2018

Contro il silenzio – di Valerio Lombardo

È passato un anno da quando questa giornata è diventata la data simbolo in cui si ricordano le vittime cadute sotto gli attacchi della Mafia. Giornata nata per sensibilizzare le persone su questo tema, sempre molto complesso e difficile da spiegare e comprendere.

Uno dei casi più eclatanti di identità mafiosa venuti alla luce in questo ultimo anno è sicuramente quello di Ostia.
Da anni infatti il litorale romano è coinvolto in un alone di criminalità che soltanto tra la fine dello scorso e l’inizio quest’anno ha conosciuto la luce della ribalta prima per un episodio di violenza tanto ignobile quanto gratuita come la testata che il giornalista di Rai 2 Daniele Piervincenzi ha ricevuto da uno dei membri della famiglia Spada, Roberto. L’altro episodio è uno dei colpi meglio assestati dallo stato verso questo clan, cioè mi riferisco ai 32 arresti avvenuti alla fine del mese di Gennaio.
Ovviamente prima di parlare di condanne effettive bisognerà aspettare, probabilmente molto a lungo.
Come quello di Ostia, di esempi lampanti di clan mafiosi scoperti in questi anni, ce ne sono molti, il più famoso forse quello di Roma che ha portato all’inchiesta di Mafia Capitale.

Quello che più spaventa però è come in questi anni a farla da padrone sia stato proprio il silenzio. Un silenzio assordante per chi ne è partecipe passivo.
Silenzio però spesso rotto da persone che, come la raccolta di De Andrè, in direzione ostinata e contraria si oppongono a questo sistema corrotto e mafioso.
E quando si rompe il silenzio è come se si aprissero le porte di un mondo strano, diverso. Un mondo celato, che come una piovra ha i suoi tentacoli stretti in tutti gli ambienti, politica, istituzioni pubbliche, privati e a tenere le fila di tutto sono due fattori, soldi e paura.
Ma il silenzio è rotto.  E se il silenzio è rotto bisogna combattere. Bisogna uscire, attraversare le porte e respirare un mondo pulito.
So che forse è un’utopia, che forse niente cambierà mai.
Ma è in queste giornate che non bisogna sentirsi soli. Pensare che ce la si può fare.
Il processo è lungo e tortuoso, è vero. Ma non impossibile.
E partire da giornate come questa per avviare un processo di rinnovamento.
Citando una delle più emblematiche frasi del giudice Falcone
“La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.”      

Valerio Lombardo

Una storia di spie

Questa è una storia, o almeno una parte di essa.

Una storia di spie, intrighi, avvelenamenti e crisi diplomatiche. Una storia che non è una storia.
Sembra la trama, o almeno parte di essa, di un film di spionaggio, uno di quelli di 007, di James Bond e il cattivo di turno.
Solo che qui non ci sono buoni e cattivi.
Ci sono spie, ci sono misteri e ci sono equilibri internazionali minati.
Ci sono due persone in ospedale, contaminati da un gas nervino del progetto Novichok.

Domenica 4 marzo, su una panchina nel paesino di Salisbury, un uomo e una donna sono accasciati uno sull’altra. Non è una scena commovente, o meglio non lo è per i motivi che si potrebbero immaginare.
Sono stati avvelenati da un agente nervino sviluppato nell’Unione Sovietica 40 anni fa,
quando c’era la corsa alle armi silenziose, quando c’era la guerra fredda, quando a farla da padroni nell’Europa del tempo erano le spie.
Le due persone in ospedale hanno dei nomi. Sono Sergei Skripal e sua figlia Yulia.
Sergei Skripal ha 66 anni e vive una vita ordinaria, conosce il vicinato, frequenta i locali del suo quartiere, porta abitualmente i fiori sulla tomba della moglie, ed è molto legato a sua figlia. Una persona normale. Se non fosse per un dettaglio: Sergei Skripal ha fatto parte del GRU i servizi segreti Russi, in un dislocamento in azione in Spagna. Ed è nel periodo spagnolo della carriera di Skripal che viene avvicinato dall’MI6, gli 007 britannici, con cui inizia una collaborazione durata circa 10 anni in cui passa informazioni sul GRU.
Viene arrestato e processato dai Russi. Viene liberato nel 2010 in uno scambio in stile “Il ponte delle spie” di Spielberg.
Inizia una nuova vita in Inghilterra.
Viene avvelenato.
Chi ha portato del gas nervino costruito nei laboratori sovietici durante la guerra fredda, vietato dalle convenzioni internazionali, per assassinare una spia ormai in pensione?
Per Theresa May, Primo ministro Inglese, sono stati i Russi. E questa tesi è stata appoggiata pubblicamente da Trump e da diversi capi di stato europei. Anche Donald Tusk il presidente del Consiglio Europeo in un tweet ha puntato verso la Russia.
Per Vladimir Putin invece queste sono accuse inaccettabili, come inaccettabile è la decisione di espellere 23 diplomatici russi dalla Gran Bretagna. Il presidente Russo infatti punta il dito contro presunti nemici della patria intenti a rovinare l’immagine della madre patria.
Questa storia è molto simile a quella dell’agente del KGB divenuto poi dissidente del governo Putin, Aleksandr Litvinenko, assassinato con del Polonio 210 nel quartiere di Piccadilly a Londra nel 2006.
Come siano andate veramente le cose per quanto riguarda il caso Skripal non è ancora chiaro. Ci sono alcuni interrogativi che forse non avranno mai una risposta.

Ma questa è una storia, o almeno una parte di essa. Una storia di spie, intrighi, avvelenamenti e crisi diplomatiche. Una storia che non è una storia.

Valerio Lombardo