LA TELEVISIONE CAMBIA, LA CENSURA RESTA?

Quando le scelte censorie della tv generalista si scontrano con la generazione di internet – di Chiara Baroni

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Chi è cresciuto negli anni ‘90 ricorderà forse lo shock nello scoprire – da adulti – che molti dei propri cartoni preferiti erano stati censurati.

Le storie che avevamo amato erano state tagliate, edulcorate, rese digeribili per la fascia pomeridiana e per quei genitori già in partenza diffidenti verso i “cartoni giapponesi”.

Quando si parla di censura il nostro pensiero va automaticamente alla Cina o all’indice dei libri proibiti, eppure questa ci riguarda evidentemente più da vicino di quello che potremmo credere. L’esempio dei cartoni animati mostra come solo pochi anni fa un network televisivo ha potuto scegliere cosa potessimo vedere e cosa no, senza che noi fossimo minimamente coscienti che qualcosa ci veniva sottratto o negato.

Saltiamo al 2016 con un caso emblematico: Rai 2 trasmette per la prima volta in chiaro Le regole del delitto perfetto, serie crime spregiudicata che non si trattiene dal mostrare scene roventi. Qualcuno decide di dare una sforbiciata all’unica scena di sesso della puntata che vede protagonisti due uomini, lasciando intatte le altre altrettanto scabrose ma etero. Risultato: Twitter è in rivolta, la Rai si scusa parlando di “eccesso di pudore” (sic) e manda in onda la puntata in versione integrale.

Lasciando da parte l’evidente matrice omofobica del tagliare solo la scena gay, cosa è cambiato rispetto agli esempi di cui sopra?

Un sacco di cose. Su tutte, l’avvento di internet, e poi la televisione satellitare, la fine – più o meno – del duopolio Rai/Mediaset, la frammentazione dell’offerta, il passaggio al modello on demand, dove lo spettatore sceglie i contenuti anziché subire il palinsesto. Nel giro di vent’anni, le modalità di fruizione dei contenuti sono cambiate radicalmente. I ragazzini cresciuti con Bim Bum Bam hanno l’account Netflix, non disdegnano lo streaming pirata, e non si fanno più prendere in giro.

Quando la serie arriva in chiaro, in molti l’hanno già vista e stavolta sanno che la Rai ha deciso di privarli di qualcosa, e possono giustamente ribellarsi.

Ma il fatto che ad oggi ci sono così tante alternative alla TV generalista, rende quest’ultima irrilevante? Nì. Essa rimane comunque l’unica TV per certe fette di popolazione, ed è ancora quella che più fa parte della quotidianità, che offre i contenuti che guardiamo assieme ai familiari e scandisce le ore del giorno, e che modella le coscienze e l’immaginario di una nazione (che piaccia o no).

Avere un’alternativa non significa dimenticarsi di quella vecchia scatola con annesso centrino. È normale che i contenuti siano programmati per orari e reti consone, ma non sono più accettabili gli arbitrari tagli e le mutilazioni ai prodotti originali, soprattutto se a dettarli sono i pregiudizi.

Chiara Baroni

LA CENSURA CHE OSCURA LA SCIENZA

Morte o abiura? Le scelte forzate per Giordano Bruno e Galileo Galilei – di Mattia Chiacchiararelli

Se discutendo con gli amici parlassimo di sistema geocentrico, della teoria del sole che gira intorno alla terra e dell’idea di far parte dell’unica galassia esistente in tutto l’universo saremmo oggetto di scherno e causeremmo le risate dei nostri compagni. Non si può dire la stessa cosa qualora fossimo vissuti 400 anni fa, anzi, discorsi di questo genere avrebbero rappresentato la normalità, o meglio l’unica “verità” conosciuta. Proprio il disubbidire a quest’obbligo, il pensare fuori dagli schemi e contro tutto ciò che era considerato vero all’epoca, è costato la vita, o in altri casi la reclusione per molti anni, a molti scienziati, filosofi e studiosi dell’epoca. Sono due le figure dell’epoca, che grazie alla loro fama, attraggono maggiormente l’attenzione, ovvero Galileo Galilei e Giordano Bruno. Non hanno assolutamente bisogno di presentazione, questi due uomini hanno contribuito a cambiare indissolubilmente la storia e la loro caparbietà li ha portati ad aver riconosciuta la correttezza delle proprie teorie. Entrambi hanno subito una forma di censura, ed entrambi l’hanno subita per avere messo in discussione le verità certificate dalla chiesa, pensando a un mondo creato in maniera diversa, ma non andando direttamente contro le sacre scritture bensì interpretandole in maniera diversa e sostenendo che la loro visione avrebbe dato un maggior merito all’opera di Dio.

220px-Galileo.arp.300pixIniziamo ricordardo la storia di Giordano Bruno e la sua triste fine. Giordano Bruno fu un monaco e filosofo italiano, che girò gran parte dell’Europa insegnando e sostenendo la propria idea sulla religione, sull’universo e su Dio. Questa sua idea è possibile riassumerla con una sola parola: infinito. Infatti, per lui l’universo è infinito ed esistono infiniti pianeti proprio come è infinito il suo Dio che ha creato tutto ciò. Questa concezione di Dio, ritenuta dalla Chiesa in contrasto con le sacre scritture, mise Giordano Bruno al centro delle indagini e dei sospetti del Santo Uffizio. Il suo pensiero però fu criticato anche al di fuori dei confini nazionali, infatti ebbe problemi a far accettare la propria idea anche in Francia e in Inghilterra. In particolare ci fu un aspro dibattito tra lui e alcuni studiosi durante il periodo che Bruno trascorse in Inghilterra per insegnare a Oxford. Dopo aver girato numerose nazioni e aver inizialmente appoggiato il Calvinismo, da lui stesso rinnegato più tardi, Bruno fece ritorno in Italia, dove fu arrestato il 23 maggio 1592, a Venezia, in seguito alla denuncia di Mocenigo. In seguito Bruno fu trasferito sotto la custodia del Santo Uffizio di Roma e restò rinchiuso nelle carceri del Palazzo del Sant’Uffizio per circa otto anni, durante i quali si svolse il lungo processo nei suoi confronti. Al termine di esso Giordano Bruno fu dichiarato colpevole e gli fu proposto diverse volte di abiurare il proprio pensiero, ma essendo Bruno un filosofo convinto, che aveva passato tutta la sua vita a lottare per la sua idea di una terra e un universo più ampio rispetto a quello immaginato dagli uomini dell’epoca, rifiutò tali proposte. Sono famose le parole che Bruno pronuncio dinanzi ai giudici in seguito alla lettura della sua condanna: “Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam” ovvero “Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell’ascoltarla”. Il 17 febbraio 1600 Bruno fu portato in Piazza Campo de’ Fiori e venne arso vivo.

Storia diversa fu invece quella che caratterizzò la vita di Galileo Galilei. A differenza di Giordano Bruno, Galilei era un vero e proprio scienziato e proprio il suo pensare scientifico lo spinse, una volta ipotizzata una toeria, a trovare il modo per dimostrarla. Proprio lo sviluppo del telescopio lo aiutò a raggiungere quest’obiettivo. Sia Galilei sia Bruno si dichiararono a favore delle teorie di Copernico, che non credeva nella teoria della terra al centro del sistema bensì riteneva che al centro del nostro sistema ci fosse il sole e che la terra insieme con altri pianeti gli orbitassero intorno. Anche la visione di Galileo era ritenuta contraria alle Sacre Scritture e quindi non accettata dalla Chiesa, proprio per questo il 12 aprile 1633 iniziò il processo contro Galileo che terminò il 22 giugno 1633. Galileo fu dichiarato colpevole ma a differenza di Bruno egli abiurò e passò il resto della vita agli arresti domiciliari. Nonostante l’abiura a Galileo è attribuita la frase “e pur si muove”, presumibilmente pronunciata a conclusione della sua dichiarazione di abiura, segno che lo scienziato non ha mai effettivamente rinnegato le proprie convinzioni.

La storia ha dato ragione a questi due grandi uomini ma è importante notare come la censura sia un mezzo usato dai potenti per fermare ogni possibile idea che vada contro il proprio pensiero, un mezzo utilizzato per bloccare una visione diversa dalla propria e quindi anche un mezzo che fa regredire tutta l’umanità. Come abbiamo visto le forme di censura sono numerose, nei due casi trattati oltre alla censura di libri e documenti si è arrivati anche all’obbligo al silenzio e infine addirittura alla morte. Per questo la censura, in qualsiasi forma venga applicata causa una perdita, perché attraverso il confronto, attraverso il dibattito si può arrivare a nuove scoperte e a nuove conoscenze, dibattito che viene troncato totalmente con la censura.

Per concludere è importante sottolineare che nonostante la storia abbia dato ragione a Giordano Bruno e a Galileo Galilei, le ferme convinzioni dell’epoca, le scarse conoscenze e la visione restrittiva della Chiesa dell’epoca costarono la vita e la libertà ai due uomini, colpevoli soltanto di aver guardato il mondo con occhi diversi.

Mattia Chiacchiararelli

LA CENSURA IMPOSTA DALLA CULTURA

L’accettazione del pensiero unico che censura la verità – di Roberto Urbani

Generalmente quando si parla di censura, la prima cosa che viene in mente a chi scrive è il controllo e la limitazione (conseguente o antecedente) della comunicazione e di varie forme di libertà di espressione, di pensiero, di parola, ma ancora intesa come controllo preventivo delle opere da diffondere o da rappresentare in pubblico, il tutto esercitato da parte di una autorità. Questa autorità per quanto riguarda la nostra società è incarnata nello Stato,  inteso come ente che la esercita tramite i propri subordinati, tramite le norme, e rappresentanti di vari gradi.

Ma non solo, è attuata anche nelle accademie, sui social network, sul web (per quanto possa funzionare), nelle biblioteche, nei circoli, insomma il più delle volte tanti piccoli censori che si ergono a tutori del sapere senza nessun mandato specifico o con una legittimazione normativa. Ora chi scrive non è di certo in grado di definire chi può e chi non può effettuare queste limitazione (altrimenti assumerebbe la stessa posizione dei “piccoli censori” sopracitati) anche in virtù del fatto che la censura e la libertà d’espressione sono materia di un continuo negoziato, attraverso il quale le varie autorità preposte costruiscono una narrazione che rende necessaria e legittima la repressione, perciò lo scrivente vuole trattare la censura applicata ad una branca del sapere a lui cara, la storia. Un po’ per passione, un po’ per esperienza personale, in quanto non mi ritengo un professionista né un “esperto” di storia. Applicare la censura alla storia è forse uno dei vizi peggiori che ha l’essere umano dall’era dei tempi, sia tramite la diffusione delle tanto amate “fake news” che vanno a sostituire la realtà nel tempo, a causa della prassi e della consuetudine che portano avanti una versione errata dei fatti, sia tramite diretta censura e oscurantismo nei confronti di momenti, persone, attività, vite, avventure.

La cosa triste è che se ci si guarda intorno con occhio attento, ci si accorge degli svariati sfregi che la storia subisce da questi censori o falsari, che anche davanti all’evidenza continuano a diffondere menzogne forti del loro posizionamento da primi tra le righe della narrazione, sostenuti da una cultura popolare diffusa e generale. Ma la storia ha due pregi che nessun censore potrà mai sconfiggere. Il primo è il suo essere totalmente rielaborata, la storia è revisionista per natura, dal momento in cui si decide che essa deve restare immobile, statica, sedimentata tra le righe, allora non ci sarà più ricerca, non ci sarà più scoperta, non ci saranno più dettagli da aggiungere, omettere, chiarire, non ci sarà più la storia. Il secondo pregio è che a volte si possono trovare dei “portali” nella storia che assicurano dei punti di vista più chiari ed onesti sui fatti avvenuti. È un pregio di questa scienza quasi empirica, consentito dai racconti dei cronisti dell’epoca, di chi ha vissuto in quell’esatto momento ciò che stava accadendo, che non fa le ben note previsioni da “successori” al fatto avvenuto. Con i se e con i ma non si fa la storia, e analizzare i fatti dopo che sono accaduti permette di ricostruire certo meglio cause e conseguenze, ma il sentimento di chi vive il momento, la sua lucidità e immersione nel contesto, è l’analisi più pura che possiamo ottenere dell’avvenimento di nostro interesse.

Per concludere con le parole di A. Gramsci: «L’egemonia culturale è un concetto che descrive il dominio culturale di un gruppo o di una classe che “sia in grado di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo”»

Appare ovvio quindi ribellarsi a questa “egemonia culturale” che nasconde una censura velata; ma in che modo si può fare ciò? Studiando la storia dei pensieri storici, economici, filosofici, politici, ecc. senza omettere nessuno, facendo quindi confronti, e immergersi in altre vite, osservare con altri occhi le cronache dell’epoca fatte da chi  quel tempo, quel momento l’ha vissuto.

Roberto Urbani

METAMORFOSI DELLA CENSURA

Le giravolte della verità – di Marco Pochesci

Provate ad osservare, domani mattina e nei prossimi giorni, i titoli e gli articoli delle grandi testate giornalistiche con un occhio critico. Noterete, se ripeterete questo esercizio in modo continuo per un po’ di tempo, una cosa: a meno di differenze stilistiche tutte le grandi testate vi propongono le stesse notizie e le stesse interpretazioni. Non vi è mai una profonda differenza nella narrazione dei fatti. Nei prossimi giorni fate anche un altro esercizio: leggete con cura i titoli e gli articoli correlati. Fatelo per qualche tempo: vi accorgerete che vi raccontano menzogne. Voi potreste, nel migliore dei casi, smettere di leggere questo pezzo: perché stare a perdere tempo con un tizio che vaneggia? Vi propongo allora un esempio pratico.

New York Times, 4 maggio 2018: “Dozens of Palestinians have died in protest as the U.S. prepares to open its Jerusalem Embassy”. Trovate qualcosa di strano?

Una cosa: non sono morti, sono stati trucidati. Vi è una profonda differenza. In questo caso il narratore vi propone una versione distorta della realtà; non descrive i fatti in maniera limpida: vi informa che sono morti dei palestinesi e non che dei civili in protesta sono stati uccisi. Un altro esempio, per tornare qualche anno più indietro, di verità distorta è: La Repubblica, 22 settembre 2002, titola: “Sfida di Saddam all’Onu. Il regime iracheno: no a nuove condizioni sugli ispettori”. Di fatto ciò che successe fu che il regime aveva accettato il procedere delle ispezioni degli ispettori ONU, senza che fosse necessaria una nuova risoluzione: un’accettazione diviene una sfida. Vi ricordate la menzogna delle armi di distruzioni di massa di Saddam? Quanti morti hanno sulla coscienza gli Usa e i loro alleati?  Non voglio fare un lungo elenco. Vi sono migliaia di esempi di informazione distorta, menzognera, di parte. Vi consiglio di leggere un libro: “La fabbrica del falso” di Vladimiro Giacché (dove ho tratto l’esempio dell’Iraq). Le conclusioni che se ne traggono e che noi stessi percepiamo nella quotidianità è che viviamo in un contesto di menzogna dove una narrazione dominante ci racconta i fatti sistematicamente in maniera distorta e volutamente menzognera; dobbiamo fare la guerra alla Libia: la si fa, si distrugge un paese, e si racconta che si è esportato la democrazia. La moneta unica obbliga i paesi ad aumentare la competitività aumentando la disoccupazione e la povertà: la si chiama flessibilizzazione del mercato del lavoro. È una pillola più facile da mandare giù no?

Quello che voglio dirvi è che viviamo in un mondo fortemente censorio: le posizioni alternative al mainstream vengono bollate come populiste, complottiste e sommerse da migliaia di tonnellate di carta e inchiostro che raccontano tutte la stessa cosa. Se la censura in passato si basava su metodi violenti e coercitivi, oggi si fonda su un approccio più sottile: vi bombardano ogni giorno, su tutti i canali, su tutti i giornali dicendovi quello che vogliono farvi sapere. Non vi è spazio per un’informazione completa, veritiera, a 365 gradi. Devono farvi accettare la disoccupazione? Vi convincono che siete un popolo di merda, fannulloni e lavativi. Quante trasmissioni sono state fatte per dirvi quanto fate schifo? Come se si potesse accusare un popolo genericamente. Voi non lo sapete, ma è scoppiato un nuovo caso in cui la Volkswagen ha truccato le emissioni di milioni di veicoli: la Merkel ha riposto facendo spallucce. I veicoli sono troppi per farli rientrare e i posti di lavoro altrettanto. I nostri giornalisti dove sono? A dirvi che un vigile non timbrava il badge magari.

La moderna censura si attua tramite un’informazione orientata: quanti ormai si lamentano dicendo “è normale, siamo in Italia”. Ebbene vorrei dire a tutti coloro che la pensano così: tutto il mondo è un paese. Basta un account su Twitter: scoprirete che tutto quello di cui ci accusano sistematicamente è routine in tutto il mondo. Ma perché dovrebbe succedere tutto ciò? Qui vi fornirò la mia interpretazione basata sul buon senso: non cerco mica di convincervi di nulla, voglio solo mettervi la pulce nell’orecchio. Nel mondo occidentale un fenomeno è in costante aumento: la disuguaglianza. I ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. E secondo voi chi possiede i grandi gruppi editoriali? Il panettiere sotto casa, il fruttivendolo o il meccanico di fiducia? Quindi chi possiede la ricchezza possiede l’informazione, e chi possiede l’informazione ha il potere di plagiarvi. E perché farlo? Per non farvi vedere la realtà così come si presenta: una nuova servitù della gleba si ammassa nella linea Cassino-Termini. E vi vogliono convincere che non arrivate a fine mese perché siete inetti.

La realtà è che con la morte dell’alternativa comunista il Capitale sta vincendo, e voi che state leggendo non fate parte del club giusto. Quindi smettetela di accettare la narrazione che vi viene proposta: informatevi pluralmente, cercate le fonti e spiegazioni alternative, siate nel sospetto, nel dubbio metodico. E ogni volta che una storia vi sembra forzata, paradossale, fate una cosa: seguite i soldi. Solo così potrete opporvi al destino cui ci vogliono condannare, quello di accettare passivamente la vostra condizione senza porvi delle domande. E se siete nel club giusto beh, sappiate, non sarà cosi facile.

Marco Pochesci

CENSURA E AUTOCENSURA. LIBERTÀ O STAMPA?

Censura o autocensura? Libertà di stampa – di Valerio Lombardo

Nell’epoca in cui viviamo, quello della censura giornalistica dovrebbe essere ormai un discorso chiuso, archiviato. Ma non è così.

In Spagna lo Stato ha applicato la cosiddetta “legge bavaglio” che vieta ai giornalisti di fotografare o pubblicare forze dell’ordine durante manifestazioni.
In Ungheria, Orban ha ridotto ai minimi termini la libertà di stampa.
In Somalia, Ilaria Alpi e il suo cameraman Miran Horovatin, sono stati assassinati “probabilmente” per delle inchieste che stavano portando avanti su traffici di armi e rifiuti tossici.

I dati raccolti dall’AGCOM (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) tra il 2012 e il 2016 hanno reso nota una percentuale altissima di giornalisti assassinati.  Circa 530 in tutto il mondo.
Un’altra statistica a dir poco agghiacciante, sempre rilevata dall’ AGCOM, parla dell’impunità che in sede giudiziaria è pari a 9 casi su 10, verso coloro che commettono crimini verso i giornalisti.

A cosa porta commettere un crimine contro un giornalista? Come, purtroppo, siamo abituati a vedere qui in Italia, molti giornalisti devono vivere costantemente con la scorta, tra i più famosi Lirio Abbate giornalista dell’Espresso a cui dobbiamo la prima inchiesta su Mafia Capitale, Federica Angeli, giornalista di Repubblica in lotta contro i clan di Ostia dal 2012 e Paolo Borrometi, giornalista siciliano le cui inchieste l’avevano portato al centro del mirino delle famiglie del ragusano.
Un altro dato importante da non sottovalutare è, per quanto riguarda l’Italia, che c’è un altissimo livello di protezione per il mondo giornalistico.  Tuttavia per la classifica stilata da Giornalisti senza Frontiere, l’Italia è al 46° posto per libertà di stampa.
Tutto questo perché?
La risposta la si può trovare da una parte per, appunto l’elevato numero di episodi negativi che hanno come protagonista dei giornalisti. Come ad esempio lo scorso novembre, la testata di Roberto Spada allora reggente del clan spada ad Ostia, contro Daniele Piervincenzi, giornalista di Rai 2.
Dall’altro bisogna pensare a tutte quelle figure giornalistiche “minori”, quelle delle realtà locali o comunque non appartenenti a testate importanti. Fuori dunque dalla risonanza mediatica nazionale.
Molto spesso queste figure, nel momento in cui trovano la possibilità di portare avanti un’inchiesta si trovano davanti ad un bivio. Denunciare e  quindi andare avanti oppure fermarsi e lasciar stare.
Tutto questo perché?
Perché molto spesso magari non ci si sente sicuri, magari sono arrivate delle minacce.
Un numero statistico è molto complesso da riportare perché la maggior parte delle volte queste situazioni rientrano nel cosiddetto “numero oscuro” che nella criminalistica rappresenta tutto quell’insieme di casi non denunciati.

Non continuare un’inchiesta per paura. Lasciar stare un’indagine perché non ci si sente sicuri. Non finire di scrivere un articolo perché “tanto non serve a niente” o non ne vale la pena, è autocensura.
E l’autocensura in Italia nel 2018 è inaccettabile. Servono più tutele e rapidamente dallo Stato. Il giornale è la voce del popolo, è informazione, è la base della cultura. Quando questo viene meno perché non si è tutelati o non lo si è abbastanza, bisognerebbe fermarsi, ragionare e agire il prima possibile per migliorare la situazione.

 

Valerio Lombardo

Immagine di copertina da qui.

L’ARTE DI CENSURARE L’ARTE

Addio alle Ninfe di Waterhouse? La capacità di vedere oltre in un 2018 dal sapore ottocentesco – di Sara Schiavella

In questi ultimi tempi si è sentito parlare di censura anche in fatto di arte. All’inizio di quest’anno è stato censurato un quadro al museo di Manchester poiché offendeva i visitatori. Non ci credete? Cosa mai avrà questa tela da essere considerata oltraggiosa? Ora vi spiego meglio; alla Manchester Art Gallery è stata rimossa l’opera Hylas and the Nymphs (Ila  e le Ninfe) perché ritenuta troppo scabrosa e inadatta in un anno pieno di scandali come quello in cui stiamo vivendo, il 2018. Questa tavola del 1896 è stata realizzata da uno dei pittori preraffaelliti più famosi John William Waterhouse e fa riferimento ad un mito greco più o meno noto: quello di Ila (Υλας). In particolar modo, il dipinto mostra il giovane e bellissimo Ila, eròmenos e scudiero di Eracle, mentre si accosta ad un corso d’acqua con l’anfora in mano; attorno a lui si materializzano delle ninfe, le quali rimangono interamente ammaliate dal ragazzo. Secondo il mito (sia nella versione di Apollonio Rodio, che in quella di Teocrito), il giovane fece parte della spedizione degli Argonauti e durante una sosta a Misia, scese dalla nave in cerca di una fonte per abbeverarsi. Ed è proprio qui che si compie il fattaccio. Alla vista di tanta straordinaria bellezza, le ninfe, intente a fare un bagno nella natura, trascinano l’uomo nelle acque, facendone perdere completamente le tracce. Guardando quest’opera entri proprio nel racconto mitico: il pittore preraffaellita riesce a cogliere il momento giusto, facendo capire di conoscere al meglio l’episodio che ha deciso di rappresentare. Fa un mix delle due narrazioni, riprendendo elementi sia da un autore che da un altro. Ad esempio prendendo spunto dalla ricca descrizione di Teocrito, realizza una fedele riproduzione della vegetazione attorno all’acqua; mentre dalla versione di Apollonio Rodio ritroviamo le Naiadi con le loro movenze: una in primo piano intenta ad afferrare per un braccio il giovane, tirandolo a sé per baciarlo, e un’altra (di  spalle allo spettatore), la quale avvicinandosi, si aggrappa alla sua veste.

Questa vicenda nell’arte ellenistica e romana è stata raffigurata su rilievi, pitture pompeiane, mosaici ma viene ricordata principalmente poiché la possiamo trovare nelle tarsie marmoree della basilica di Giunio Basso a Roma; è bene tener conto che nessuna di queste opere è stata mai ritenuta scabrosa come la versione di Waterhouse. E a dirla tutta, vennero impiegati ben 122 anni per considerarla tale.

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Nei mesi scorsi, al posto di questa bellissima tela, si poteva trovare una macchia bianca sul muro, coperta solamente da un avviso rivolto ai visitatori. Non è più scandalosa una cosa simile? Le discinte Pegee sono così volgari da dover essere sostituite da un inutile vuoto? Sinceramente dell’opera ciò che ti colpisce non è un nudo che ti provoca turbamento ma una delicatezza e bellezza dell’immagine. Non è la prima volta che accade una cosa simile; solo per ricordare il 31 ottobre dello scorso anno, Facebook aveva censurato Il Bacio di August Rodin per riabilitarlo poco tempo dopo: la celebre scultura aveva scandalizzato il popolare social network ed era stata bannata con la seguente motivazione: “un’immagine che mostra eccessivamente il corpo o presenta contenuti allusivi”. Ma stiamo scherzando? L’opera, realizzata nel 1888, ispirata alla vicenda dantesca di Paolo e Francesca, fece scalpore nella Francia di fine Ottocento ma non può farlo ai nostri giorni. È bene ricordare che il 2018 non è il 1863, anno della realizzazione della Colazione sull’erba; oltretutto noi non ci troviamo nella Parigi benpensante di quell’epoca. Quando venne esposta l’opera di Édouard Manet, lo scandalo fu eclatante; esso fu causato dalla presenza di un nudo femminile in primo piano accanto a borghesi abbigliati con abiti contemporanei. L’intero quadro venne tacciato di una scandalosa indecenza. Per questo venne rifiutato dalla giuria del Salon quello stesso anno, e come tutti gli altri eliminati, anche il pittore impressionista decise di partecipare ad un’altra mostra, esponendo Le déjeuner sur l’herbe nel Salon des Refusés. L’opera, fonte di grande scandalo, divenne la principale attrazione di quell’evento. Come già detto sopra però non siamo a fine Ottocento, ma in un’epoca in cui, fortunatamente, c’è ancora libertà di pensiero e libertà di espressione. Nel 2018 ancora non capisco come e perché bisogna porre limiti al linguaggio artistico! Mi sembra di stare esagerando. Ci sono delle cose decisamente più scabrose. A questo punto si deve censurare ogni cosa: il web, la televisione, i reality (nei quali si vede veramente di tutto), le fotografie che si trovano sui social e chi più ne ha più ne metta. Si può realmente paragonare un nudo artistico a immagini veramente licenziose che circolano in piena libertà?

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Non sappiamo che fine farà l’opera preraffaellita, sembra addirittura che anche le cartoline del dipinto siano sparite dal bookshop del museo. Speriamo di rivederle al più presto. Anche perché dove andremo a finire? Costringeranno la Venere di Milo ad indossare un reggiseno e il David di Michelangelo un paio di mutande?

 Sara Schiavella

CINEMA E CENSURA

Tra America e Italia – Mattia Pizzari

La censura è la volontà governativa di controllare l’espressione artistica. Ogni qualvolta vi sia un’innovazione espressiva che non viene capita o accettata  da chi governa, essa fa nuovamente la sua comparsa.

Non a caso con la nascita del cinema la censura è tornata a farsi sentire più forte che mai, non solo in Italia ma anche in America, dove per esempio dagli anni venti fino quasi agli anni sessanta le case di produzione hollywoodiane sono costrette a rispettare il famoso Productions Code, meglio conosciuto come codice Hays dal nome del suo inventore. Esso fu uno dei sistemi di censura più duri mai conosciuto ad Hollywood:   creata in seguito ad alcuni scandali nati in seno alla vita hollywoodiana, tra cui la morte di un attore in seguito agli stravizi di una delle tante serate che le star passavano oltre i limiti, esperienze molto in voga durante quegli anni. Il codice prevedeva una serie di regole molto dure riguardanti cosa si doveva o meno far vedere sul grande schermo, in modo da mantenere intatta la moralità degli spettatori. Infatti la paura più grande dei governi era che l’amoralità di Hollywood si trasferisse alla popolazione: difatti sullo schermo non si dovevano mostrare scene di nudo e non era accettato l’adulterio. Vi erano anche regole sui vestiti e i comportamenti da tenere: insomma si trattava di norme molto restrittive che spesso hanno traviato i contenuti creativi di questi film. Dico traviato perché la censura del codice Hays si poteva riservare di intervenire anche sul montaggio finale dell’opera, ovvero una della parti più delicate della creazione di un film, in cui una scelta sbagliata può compromettere del tutto la volontà espressiva degli ideatori. L’interesse di questi signori non era quindi conservare il topos dell’opera, ma tagliare approssimativamente le parti ritenute inadatte cambiando così intere storie.

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Per quanto riguarda l’Italia la Chiesa ha influenzato maggiormente le politiche censorie. Da sempre infatti i vari governi hanno cercato di porsi come intermediari per garantire un giusto equilibrio tra la morale cattolica e le opere cinematografiche. Andreotti fu garante di questa mediazione fin dagli anni ‘60, periodo in cui la morale cattolica subì alcune trasformazioni.

Anche da noi la storia recente della censura viaggia di pari passo con l’affermarsi della settima arte: tutto inizia con il regio decreto n 532 del 31 maggio 1914 approvato durante il governo Giolitti; poi si assiste ad un’ulteriore stretta in senso censorio durante il regime fascista. La censura infatti viene affidata al Ministero della Cultura Popolare. Anche con l’avvento della Repubblica, non si assistono a modifiche importanti nonostante l’articolo 21 della costituzione che garantisce la libertà di espressione. Ancora la Chiesa fu determinante a confermare il regime censorio. Le prime modifiche vengono attuate nel luglio 2007 con il disegno di legge n 161 che introduce l’obbligo per i produttori di specificare a quale fascia di età appartenga il prodotto sviluppato: i famosi bollini (rosso – verde -giallo) .
Purtroppo anche se a livello legislativo la censura si è ammorbidita ad oggi si è evoluta in qualcos’altro. Molto spesso la violenza e l’intimidazione di alcune persone fuori da ogni circuito culturale, tentano di limitare la libertà di espressione su temi eticamente delicati. La cronaca in Italia è ricca di casi di aggressioni verso registi che hanno tentato di sottolineare tematiche scottanti.

Mattia Pizzari

Immagine di copertina da qui.