MAGNESI PER IL TITOLO ITALIANO SUPERPIUMA

Il pomeriggio di venerdi 25 maggio a Cave, ci sarà la conferenza stampa per la presentazione del match Magnesi vs Invernizio, valevole per il titolo Italiano Superpiuma che si disputerà il 30 giugno a Grosseto. Il futuro vincitore del match vincerà il titolo italiano superpiuma, titola per il quale l’ultimo match è stato disputato e vinto in passato da Alessandro Micheli che ad oggi non combatte più.

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Sul ring di Grosseto si affronteranno quindi Magnesi il campione di Cave che ha condiviso la sua esperienza professionistica recente con le World Series Boxing e che ad oggi detiene 11 vittorie per KO, pretendente numero uno a questo titolo che avrà come sfidante Francesco Invernizio, siciliano che ha tra le proprie esperienze passate, un match per il titolo dei leggeri contro l’avversario esperto Pasquale Di Silvio. Magnesi-200x300Una sfida assai interessante che porterà amici e sostenitori di Magnesi a seguirlo fuori regione per la conquista del titolo, un’occasione da non perdere per vedere ancora una volta uno spettacolo che lo stile di Magnesi sa regalare, una boxe di sostanza dove tecnica e potenza vanno a braccetto.

Per i curiosi non resta che andare alla conferenza stampa che si terrà venerdì 25 maggio presso il ristorante Evolution in Via dell’Argentario 18, Cave (RM), alle ore 17:00. Per quanto riguarda la manifestazione la data stabilita è il 30 giugno e la località Grosseto.

Marco Pochesci

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IL MAGGIO DEI LIBRI per CaffèCorretto termina il 30 giugno

Cave- Dal 23 aprile, Giornata mondiale UNESCO del libro e del diritto d’autore, viene fatto partire il Maggio dei Libri, ma per il gruppo CaffèCorretto di Cave, gli eventi si protrarranno fino a tutto giugno.

Per quest’anno l’immagine utilizzata per pubblicizzare l’evento è stata realizzata dalla giovane illustratrice Mariachiara Di Giorgio, ci sono un gruppo di oche selvatiche in volo, cavalcate da persone che leggono, e la scritta ‘Vo(g)liamo leggere’: la lettura mette le ali e consente di raggiungere attraverso i libri tutti i mondi possibili, trasportati con leggerezza dalle parole.

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Si partirà per quanto ci riguarda, questa domenica, 27 maggio, in Piazza Santa Croce con lo Speed Date Letterario: incontri con gli autori a partire dalle ore 10.30 con Albertina Piccioni, che presenterà “Fluide parvenze”, una raccolta di poesie, per poi proseguire fino alle ore 20.30 con altri 7 autori (Alessandra Papitto, Fabio Mundadori, Stefano Penge, Sylvia McPoock, Maria Teresa Cipri, Margherita Anselmi, Simona Mangiapelo) e corrispettivi volumi di narrativa. In caso di maltempo l’evento si svolgerà presso la Scuola Primaria con ingresso in Via Mazzenga.

Si prosegue poi con il 30 Maggio con l’elezione del libro vincitore della VIII Edizione del Premio Letterario presso l’Aula Consiliare di Cave alle ore 17.00, mentre il mese successivo, il 30 giugno, ci sarà la serata di premiazione nel Chiostro di San Carlo dalle ore 18.00.

Il weekend del 9 e 10 giugno sarà sempre all’insegna della lettura: il sabato nel parco di Villa Merendino alle ore 18.30 Yari Selvetella presenterà “Le stanze dell’Addio”, libro inserito nei dodici del Premio Strega 2018, mentre la domenica sarà all’insegna dei miti, presso l’Oca Bianca, l’attore Vittorio Continelli racconterà delle storie mitologiche.

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Gli appuntamenti sono molti e consigliamo a tutti di annotarli nelle proprie agende. Non ci resta che rinnovarvi l’appuntamento per questa domenica. Buona lettura!

Alessia Schiavella

TURISMO E REALTÀ VIRTUALE

Quando la tecnologia incontra l’arte – di Cristian Lucci

I videogame sono molto probabilmente la cosiddetta killer application della realtà virtuale. Capaci di offrire un’esperienza maggiormente immersiva rispetto alla realtà aumentata, visori VR come l’Oculus Rift di Facebook, l’HTC Vive e il PlayStation VR sono visti dagli sviluppatori di videogame come la prossima piattaforma sulla quale lavorare.

Va detto, però, che non sono gli unici a “vedere” la realtà virtuale in questo modo: sono sempre di più i musei che realizzano app VR per attirare le attenzioni dei visitatori di mezzo mondo. Il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano ha avviato una partnership con Sony Italia per due esperienze in realtà virtuale, Apollo 11 virtual reality e The martian virtual reality experience. Indossando i visori PlayStationVR ci si muoverà tra 14 postazioni: in uno spazio a gravità zero, come all’interno di una navicella spaziale di 50 anni fa, oppure si guiderà su Marte, come veri astronauti. Altra novità tecnologica in arrivo a Milano è Beyond the castle, un’esperienza virtuale al Castello Sforzesco che è stata presentata a Marzo scorso. Un visore catapulterà i visitatori nel XV secolo, trasformandoli in arcieri che potranno giocare con altre cinque persone (sotto forma di avatar), muovendosi all’interno della torre falconiera alla scoperta di armi e invenzioni del tempo. Anche nel Teatro alla Scala ogni sala è dotata di totem touch e grazie all’app in sette lingue, ognuno potrà decidere quale percorso fare tra sei diverse opzioni. La gita al museo diventa così personalizzata, costruita su misura attorno al pubblico per renderla unica. Alla lista dei musei tech si sono aggiunte anche le Terme di Caracalla a Roma, che da dicembre 2017 si visitano in 3D. Grazie alle ricostruzioni digitali degli ambienti si passeggia tra saune e frigidarium, come facevano i romani nel 216 dopo Cristo, anno della loro inaugurazione. Una volta ricevuto il visore, si possono ammirare statue e decorazioni oggi non più visibili nella loro collocazione originale, ma sparse in altri musei italiani. Una sfida è stata anche quella della Reggia di Caserta, che nel novembre del 2016 ha lanciato una caccia al tesoro virtuale. Tramite l’app gratuita «A caccia di tesori» l’accesso alle stanze della mostra Terrae Motus era consentito rispondendo ad alcune domande sulle opere esposte. Nelle declinazioni d’uso della tecnologia 5G, uno dei campi in cui avrà un impatto maggiore è proprio quello della Realtà Virtuale. Nella postazione allestita al View Conference di Torino era possibile percorrere i cunicoli sotterranei della Cittadella, che fanno parte del percorso di visita, ma anche esplorare aree espositive al momento non accessibili; o ancora, trovarsi nel fossato asciutto, davanti ai bastioni della fortezza, grazie a una fedele ricostruzione di come si presentava nel 1706. Ma le applicazioni sono molteplici e spaziano per tutta la filiera turistica e lungo tutto il percorso esperienziale del turista, con modalità che vanno dall’uso comune già oggi alla pura fantascienza. Ad esempio, passeggiando per le moderne vie delle città d’arte Europee, si potrebbe sollevare lo smartphone per vedere improvvisamente i grattacieli trasformarsi in antichi palazzi, sovrapposti alla realtà nello schermo del telefono. Anche in mezzo alla natura, con l’applicazione giusta, la realtà aumentata potrebbe rivelarsi molto utile (se non fondamentale): lo schermo del telefono potrebbe mostrarci in tempo reale un tag sopra le cime innevate che ci circondano, facendoci sapere nome e altitudine delle principali formazioni rocciose e non solo. Interessante nel migliore dei casi, a dir poco salva-vita in possibili circostanze estreme e impreviste. O ancora, in mezzo al traffico di una città sconosciuta, il telefono potrebbe guidarci verso la destinazione facendo apparire direttamente frecce e simboli utili proprio sulla fotografia in tempo reale della strada di fronte a noi. Ecco, questo è il rapporto che l’industria turistica potrebbe avere con la realtà virtuale e aumentata. Le due, anzi, dovrebbero lavorare a stretto contatto: la realtà virtuale è il perfetto strumento di marketing, la pubblicità più accattivante che esista; la realtà aumentata, dall’altra parte, è lo strumento per rendere l’esperienza in sé ancora più straordinaria.


Cristian Lucci

 

 

ROMA: AETERNA URBS

Tra i luoghi preferiti dai turisti ancora oggi c’è Roma, piena di storia, ricchissima dal punto di vista artistico. Ma quante epoche ha vissuto per essere definita addirittura eterna? – di Michela D’Emilia

La città eterna, è la culla di un’arte eterogenea, che ricopre un vastissimo arco di tempo, che va dalla fondazione della città (secondo gli storici avvenuta il 21 aprile 753 a.C), ai giorni di oggi, passando per il Rinascimento (XIV-XVI secolo), per il Barocco (XVII-XVIII) ecc. L’arco di tempo che intercorreva tra fondazione della città (753 a.C.) e la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C) conobbe un’arte strettamente legata all’utile e alla tradizione, ossia incentrata sulla realizzazione di opere pubbliche necessarie per il bene comune e dello Stato, di rilievi o architetture che celebrassero un evento o un personaggio in particolare e di ritratti, che trasmettessero di generazione in generazione, senza cadere nel dimenticatoio, i tratti degli antenati. Inoltre si trattava di un’arte “anonima”, in quanto non si faceva mai menzione dell’artista, ma si ricordava esclusivamente il nome di chi aveva commissionato l’opera, oppure quello di colui al quale fosse dedicata. Ad esempio l’Anfiteatro Flavio, meglio noto come Colosseo (chiamato così perché al suo interno ospitava il Colosso di Nerone), riprese il nome della famiglia di colui che ne commissionò la costruzione: quella dei Flavi, che governarono Roma dal 69 al 96 d.C.; Vespasiano (9-79 d.C.) ordinò l’edificazione di questa colossale costruzione, destinata a spettacoli come battaglie navali e cruenti combattimenti tra gladiatori e tra uomini e bestie feroci. Fu poi inaugurata da Tito (39-81 d. C.) nell’80 d.C. e conclusa da Domiziano (51-96 d.C.) qualche anno dopo.

Il suo perimetro ovale è di 527 m, la sua altezza originaria era di 52 m, ora di 48,5 m e vede la successione di arcate disposte su tre piani di ordine architettonico diverso: il primo tuscanico, il secondo ionico e il terzo corinzio. Il quarto piano è privo di arcate ed è un attico in muratura continua in cui si alternano lesene corinzie e finestroni squadrati.

Ancora oggi è possibile osservare l’anfiteatro (e visitarlo) nella sua impotenza in quella che, dopo il 1945, fu nominata “piazza del Colosseo”, al termine della “Via dei Fori Imperiali” che collega il Colosseo a Piazza Venezia.

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Del periodo Rinascimentale è da menzionare il noto Chiostro del Bramante, ossia il chiostro della chiesa Santa Maria Della Pace, non molto distante da Piazza Navona. Fu un’opera che il cardinale Oliviero Carafa  fece realizzare a Donato Bramante (1444-1515) tra il 1500 e 1505. L’artista si ispirò ai principi di equilibrio e armonia classici nella realizzazione, prassi tipica dell’età rinascimentale. La pianta è quadrata, lo spazio centrale è circondato da sedici pilastri, in stile ionico, che costituiscono un porticato di volte a crociera, a cui è sovrapposto un loggiato che vede l’alternarsi di colonne e pilastri corinzie. Ancora oggi è visitabile come luogo di attività culturale.

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Nota a tutti, soprattutto a seguito dei danni subiti nel 2015 da parte di alcuni tifosi olandesi, è la Fontana della Barcaccia, situata a piazza di Spagna. Questa fu invece realizzata, tra il 1626 e 1629, su incarico di Papa Urbano VIII da Pietro Bernini e suo figlio Gian Lorenzo, in età barocca, che a differenza dell’età rinascimentale in cui si ricercava l’equilibrio e l’armonia, fu un periodo in cui prevalse la ricerca dell’eccesso, della disarmonia, del bizzarro. Si tratta di una fontana a forma di barca, con poppa e prua, semisommersa in una vasca ovale. Al centro della barca è posta, sorretta, una piccola vasca dalla quale fuoriesce dell’acqua; altri punti da cui sgorga l’acqua sono sei: tre sulla poppa e tre sulla prua.

Sono state illustrate solo alcune delle opere più note a Roma di alcuni dei periodi più significativi dal punto di vista artistico. Ma Roma è costellata di arte, è una città che non smette mai di meravigliare, che non ci si stanca mai di visitare, perché ogni volta ha una nuova sorpresa da offrire, una nuova emozione da svelare.  “Roma è la capitale del mondo! In questo luogo si riallaccia l’intera storia del mondo, e io conto di essere nato una seconda volta, d’essere davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede a Roma. Le sue bellezze mi hanno sollevato poco a poco fino alla loro altezza.” (Goethe)

 

Michela D’Emilia

IL FUTURISMO

Quando arte e letteratura si fondono – di Francesca Grillini

Nel 1909 Filippo Tommaso Marinetti pubblica su “Le Figaro” il Manifesto del Futurismo che in modo drastico rifiuta ogni tipo di espressione artistica ancorata al passato, celebrando invece i principi della vita moderna: velocità, sintesi, energia meccanica, artificio.

Gli artisti futuristi devono confrontarsi un nuovo tipo di natura, figlia della società industriale. Vengono dipinti i chiassosi ambienti urbani contemporanei come le stazioni ferroviarie: grigie, estremamente dinamiche, rumorose. Tra gli artisti più influenti di questo periodo si possono citare: Giacomo Balla, che esalta il ruolo dell’energia elettrica e del movimento; Carlo Carrà, che nei suoi quadri pone come protagonisti i contrasti in cui si trova la società moderna e Umberto Boccioni. A quest’ultimo si deve la realizzazione della sua scultura in bronzo più nota: Forme uniche nella continuità dello spazio, presente, tra l’altro, sulla moneta italiana da venti centesimi di Euro. Per Boccioni alla base del futurismo sta il concetto di “linea-forza”, secondo cui “l’oggetto è concepito nelle sue linee vive che rivelano come esso si scomporrebbe secondo la tendenza delle sue forze”; la scomposizione non è guidata da leggi fisse bensì “varia secondo la personalità caratteristica dell’oggetto, che è poi la sua psicologia e l’emozione di colui che lo guarda”.  

In Letteratura il merito di un grande contributo spetta a Marinetti. Compito della letteratura è “esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno”.  

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La sua rivoluzione della poesia sta nella distruzione della sintassi e nel porre le parole in libertà, vale a dire, mettere a caso i sostantivi nei componimenti, abolire gli aggettivi, la punteggiatura, le maiuscole ad inizio frase ecc… . Secondo loro, un mondo che ormai è dominato dai concetti di velocità e rapidità non può, o meglio non ha il tempo di perdersi nei meandri della sintassi la quale è formata da regole ben precise. L’immaginazione ha campo libero; così scrive Marinetti: “per immaginazione senza fili io intendo la libertà assoluta delle immagini o analogie, espresse con parole slegate, senza fili conduttori sintattici e senza alcuna punteggiatura”. In una stessa poesia le parole sono differenti per forma e dimensione; il pensiero del poeta futurista è ciò che importa esprimere davvero ed è possibile dargli voce usando termini dotati di una forte carica espressiva.

Il nuovo panorama culturale influenzato dalla nascita dell’industria moderna è alla base di quel Manifesto redatto da Marinetti e con esso nasceva la prima avanguardia storica italiana del Novecento.

 Francesca Grillini

 

OSSERVARE LA SCULTURA

Heinrich Wolfflin ci insegna come apprezzare un’opera scultorea nella maniera corretta – di Davide D’Anselmi

Alzi la mano chi non si è mai trovato davanti una fotografia di una qualsiasi scultura. Basta un viaggio a Roma o a Firenze per imbattersi in cartoline, opuscoli e libri con su stampati le figure del David di Michelangelo o del famosissimo Laocoonte, tanto per citare due delle opere scultoree più famose all’interno dei nostri musei. È dunque opportuno chiedersi se esiste un metodo corretto di visualizzazione della scultura e, ancora più importante, per fotografarla.

Questo perché l’artista, quando concepisce un’opera, immagina anche il punto di vista di chi la osserva, dunque ne studia l’esposizione. Uno dei primi ad immergersi in questa ottica è lo scultore Arnolfo di Cambio, vissuto tra il XIII ed il XIV secolo, tanto da scolpire solo il lato esposto della figura, lasciando allo stato grezzo la parte nascosta. È possibile notarlo anche nei monumenti funebri. Lo stesso discorso vale per Donatello, le cui opere scultore vennero viste con diffidenza inizialmente dalla committenza, che secondo il loro parere erano oggetto di deformazioni e proporzioni innaturali, salvo poi ricredersi una volta posizionate ad una certa altezza, in maniera tale che la prospettiva armonizzasse le deformazioni rendendo la scultura, grazie ad un gioco ottico, perfetta in quel contesto.

Ma tornando alla domanda iniziale, come si osserva e/o fotografa una scultura? A questa ci risponde Heinrich Wölfflin, storico dell’arte vissuto a cavallo tra l’Ottocento ed il secolo breve. A quel tempo la fotografia era penetrata prepotentemente nel mondo dell’arte, influenzandolo non in maniera indifferente, dunque ancora non si erano stabiliti dei parametri precisi su numerose questioni, tra cui quella che è stata posta all’inizio di questo articolo.

Wölfflin, infatti, critica i fotografi che credono di poter scegliere arbitrariamente, secondo il proprio gusto ed estro artistico, l’angolo giusto, un punto di vista che viene definito Hauptsilhouette (punto di vista laterale). Tuttavia ad esso vi si contrappone lo Standpunkt (punto di vista principale) che è quello con cui l’artista ha concepito la propria opera.

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Lo storico dell’arte si impegna in questo contesto a stabilire il giusto Standpunkt, soprattutto nell’esposizione museale dell’opera, ma non sempre risulta facile, per alcune opere il punto di vista non c’è (o non è stato scoperto). Si ponga però l’esempio del David di Donatello, la cui veduta esatta è quella frontale (e basta), qualsiasi veduta leggermente angolata rovinerebbe il gioco sinuoso delle braccia e delle gambe che compongono una sorta di equilibrio scultoreo tra le due metà del corpo, il risultato è una armonia della visione propria del gusto di quell’epoca che era agli albori del Rinascimento. Wölfflin suggerisce di guardare anche il piedistallo dell’opera che, qualora sia rettangolare, dovrebbe evitare qualsiasi dubbio in merito alla sua Hauptansicht (visione principale corretta). Tuttavia, qualora il piedistallo mancasse e non sempre si rivela determinante, il fotografo entra generalmente in confusione. Un esempio classico è il David del Verrocchio, basta cercare su Google e ci si potrà imbattere in una serie di fotografie angolari che non rendono giustizia a quel gioco di equilibrio ed armonia precedentemente nominato. Ancora una volta, la sua Hauptansicht è quella centrale. Bisogna immaginare un equilibro di forze composte dalla disposizione degli arti e del corpo della scultura, se si cambia il punto di vista, si sbilanciano le forze e l’armonia viene compromessa. Non sempre questa armonia è ricercata, in altre opere come il Giovannino questo squilibrio è voluto, ciò accade soprattutto nell’arte Barocca come possiamo osservare nelle opere del Bernini come il Ratto di Proserpina oppure Apollo e Dafne che spingono l’osservatore a girare intorno alla statua, in questo caso una fotografia non basta e lo storico dell’arte che cura l’esposizione del museo deve garantire all’osservatore la possibilità di girare intorno alla statua.

In ogni caso, quando se ne ha la possibilità, è importante cercare di stabilire quale sia il corretto Standpunkt di una scultura, dopodiché l’osservazione dell’opera d’arte è godibile in tutta la sua armonia o struggente vorticismo.

Davide D’Anselmi

 

TRA MITO E ARTE

Il mito come fonte di ispirazione per gli artisti – di Sara Schiavella

Proviamo a fare un gioco! Siete pronti? Chiudete gli occhi e pensate solo alle mie parole (naturalmente metaforicamente parlando, per continuare a sapere ciò che voglio dirvi dovete avere gli occhi aperti e continuare a leggere). Tornando al gioco, io vi dico qualcosa e voi immaginate qualcos’altro. Una sorta di associazione di idee.

Allora: innanzitutto AMORE E PSICHE, IL RATTO DI PROSERPINA, APOLLO E DAFNE e LA NASCITA DI VENERE. Scommetto che avete pensato a delle opere d’arte. Amore e Psiche è un soggetto preso e ripreso ma ciò che viene subito in mente è la scultura di Antonio Canova, conservata presso il museo del Louvre a Parigi. Il ratto di Proserpina e Apollo e Dafne sono due gruppi scultorei realizzati da Gian Lorenzo Bernini ed esposti nella Galleria Borghese di Roma.

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Infine la nascita di Venere è il celeberrimo dipinto di Sandro Botticelli, che si trova nella Galleria degli Uffizi a Firenze. Il primo pensiero perciò è in riferimento a questi capolavori di carattere artistico. Non tutti, però, sanno che tutte e quattro derivano da miti molto importanti. Amore e Psiche sono i due protagonisti della favola narrata da Apuleio all’interno del suo libro Le Metamorfosi o L’asino d’oro, anche se, a dire il vero, questa vicenda, si pensi risalga ad una tradizione orale antecedente all’autore. Il ratto di Proserpina è un mito tra i più celebri della tradizione pagana siciliana, presente sia in Claudiano (De raptu Proserpinae) sia in Publio Ovidio Nasone (Le Metamorfosi).

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Bernini ha rappresentato il momento culminante dell’azione: il dio Plutone sta trascinando Proserpina nell’Ade e le sue mani affondano nella carne della figlia di Cerere per sostenere il corpo che si sta divincolando. Per quanto riguarda Dafne, esistono diverse versioni del mito che riguardano la ninfa ma una delle più famose è quella narrata all’interno del poema già citato sopra Le Metamorfosi di Ovidio. Infine ci sono molti racconti della nascita di Venere, ma i più noti sono quelli che risalgono a Esiodo e Omero; ed è proprio la Teogonia di Esiodo, il poema dal quale il pittore fiorentino prende spunto: la dea nasce dalla spuma del mare e poi viene trasportata da una conchiglia, spinta da Zefiro, sulla spiaggia dell’isola di Cipro. Due piccole curiosità: il titolo non è propriamente esatto poiché la tela non rappresenta la nascita della dea, ma il suo approdo sull’isola; inoltre il particolare della tavola che riguarda il volto della Venere è inciso sulla moneta italiana da dieci centesimi di Euro.

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Naturalmente ciò che dico non è una scoperta nuova, anzi mi sembra una cosa abbastanza ovvia; da sempre l’uomo per venerare una divinità, le dedicava opere d’arte.

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Che siano stati graffiti, affreschi o statuette votive poco importava. Il desiderio dell’uomo di rappresentare un’entità superiore c’è sempre stato. Questa sua volontà di comunicare attraverso l’espressione artistica è testimoniata fin dagli albori della nostra civiltà. Pensate che la Venere di Willendorf, il più antico capolavoro della storia della scultura, è una delle più famose statuette paleolitiche, dette veneri paleolitiche, avendo metaforicamente retrodatato di moltissimo tempo la venere mitologica. L’opera è un’immagine simbolica della maternità in senso astratto.

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Il paragone con l’elegante e leggiadra Venere di Botticelli a questo punto ci viene naturale. Che cosa hanno in comune queste due opere? Apparentemente niente se non il nome con cui sono comunemente conosciute. Certo una è una curvy Venere mentre l’altra è idealizzata, ossia rispetta l’ideale di bellezza e di perfezione dell’epoca rinascimentale. In verità, non è importante il modo in cui qualcosa viene rappresentato ma il motivo per cui viene rappresentato. Arte e mito da sempre e per sempre sono legati. D’altronde la maggior parte degli artisti del nostro paese ha attinto alla tradizione pagana o cristiana o comunque ha realizzato opere a sfondo religioso. Il mito, infatti, è stato, nel tempo, un’infinita fonte di ispirazione per gli scultori e i pittori. E quando rimaniamo estasiati al cospetto di un’opera d’arte non facciamoci prendere dalla sindrome di Stendhal ma annotiamoci il nome; andando a ricercare il titolo potremmo scoprire anche un bel racconto mitico di cui non eravamo a conoscenza.

Sara Schiavella