IL POTERE DELLA LEADERSHIP

Sin dai tempi più remoti la politica è sempre stata gestita da un élite, una cerchia ristretta di persone che organizzavano e decidevano. Questo, qualsiasi sia stata la forma di governo e di stato in cui maturava la “politica”: possiamo passare dalle città egizie con i faraoni con poteri semi divini, passando per le poleis in Grecia e i suoi primi esperimenti di Democrazia, per le tre fasi della Roma antica e si può andare avanti così fino ai giorni nostri.
Tutte queste situazioni comunque hanno visto il maturare di una figura che spiccava sulle altre nell’élite che abbiamo citato all’inizio. La figura in questione è quella del Leader, l’uomo forte che prende in gestione la cosa pubblica e si offre di amministrarla. Che sia questo svolto in maniera più o meno violenta.
Nella nostra storia uno dei primi, e sicuramente il più emblematico che ci parla della figura del leader è Niccolò Machiavelli nella sua opera più famosa, “Il Principe”, in cui delineava il profilo ideale del governante (del suo tempo si intende) prendendo spunto da Cesare Borgia il Valentino appunto che secondo il Machiavelli incarnava a pieno tutte le qualità del leader.
Con il cambiare dei tempi anche le caratteristiche e le dinamiche del leader ovviamente sono cambiate.

Ora ci troviamo di fronte ad un periodo in cui la figura del leader è vista necessariamente in associazione ad uno schieramento politico. Che sia Destra o Sinistra, Laburisti o Conservatori, Democratici o Repubblicani, a capo di una di queste parti c’è un leader, un Frontman. Perché oggi infatti più che parlare di un leader bisognerebbe parlare di Frontman, l’uomo forte che i membri del partito o gli elettori scelgono  per rappresentare al meglio le idee proprie del partito o movimento in questione.
Tutto questo però ha portato all’evolversi della personalizzazione dei partiti e cioè un incremento del ruolo della persona, del leader, nell’ambiente politico, a sfavore quindi della collettività del partito.
Basti pensare a quando ci si riferisce ad una parte politica non nominando il nome del partito ma il leader di questo.  Ma questo è un banale esempio, la reale caratteristica di questa personalizzazione è la considerazione personale del leader, le decisioni del leader e soprattutto il carisma di questo che incidono fortemente sull’opinione piuttosto che sui fatti e sulle reali necessità della società.

Le elezioni che hanno dato ragione a questa tesi sono state le ultime negli Stati Uniti, in cui a farla da padrone è stato il carisma del leader dei Repubblicani Donald Trump che è riuscito a trionfare su Hillary Clinton dopo una lunga campagna elettorale, dove alla fine è risultato vincente grazie al potere della leadership che gli è stato affidato dai membri del partito.

Un’altra parentesi da aprire per capire appieno l’ascesa della personalizzazione dei partiti, soprattutto negli ultimi 6 anni è l’utilizzo dei social media: con l’avvento di Twitter, Facebook e negli ultimi 3 di Instagram, si è aperto un mondo virtuale in cui le campagne elettorali e le varie interazioni con gli elettori sono costanti, prima, dopo e durante i periodi elettorali. Anche i rapporti con gli altri Leader spesso passa attraverso questi portali: emblematico il caso del sopracitato Trump che in uno scambio di Tweet dopo essere stato definito dal Dittatore nordcoreano Kim Jong-un “vecchio” lo ha definito “basso e grasso” .

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“Sarà questo il periodo che porrà fine alla democrazia?”

 

Valerio Lombardo

 

 

 

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